Sullo Stretto di Hormuz non si dovrebbe negoziare: perché l’Italia deve scegliere da che parte stare
Il 13 maggio 2026, il presidente Trump ha dichiarato che il cessate il fuoco con l’Iran è “in terapia intensiva.” Teheran aveva appena consegnato la sua risposta alla proposta americana tramite Islamabad. La risposta era inaccettabile. Il negoziato langue. E da qualche parte, in un ufficio romano, un analista sta scrivendo un articolo sulla “complessità della situazione” e sulla necessità di “un approccio multilaterale equilibrato.”
Chiamiamo le cose con il loro nome: quella non è analisi. È un riflesso, uno spasm.
Cosa è successo davvero
Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’Operazione Epic Fury. Gli obiettivi dichiarati erano chiari fin dall’inizio: distruggere i missili offensivi iraniani e la loro produzione, annientare la marina militare di Teheran e le altre infrastrutture di sicurezza, e garantire che l’Iran non avrebbe mai ottenuto armi nucleari.
Non era una rappresaglia improvvisata. Era la conclusione logica di decenni di deterrenza fallita. La campagna aerea statunitense e israeliana ha eseguito circa 900 attacchi nelle prime 12 ore, ha superato i 3.000 obiettivi entro il decimo giorno e ha mantenuto un ritmo di 300-500 obiettivi al giorno per tutta la sua durata. I tre principali siti di arricchimento nucleare, Natanz, Fordow e Isfahan, hanno subito quello che il Presidente del Joint Chiefs of Staff ha descritto come “danni estremamente gravi.” La marina convenzionale iraniana è stata in gran parte distrutta: nove navi da guerra affondate nel solo primo giorno. Le forze statunitensi hanno colpito con precisione oltre 90 obiettivi militari iraniani sull’isola di Kharg, distruggendo depositi di mine navali e bunker missilistici, preservando al contempo le infrastrutture petrolifere. Questi sono fatti. Sono stati rimossi dal discorso pubblico italiano con una velocità che non è casuale.
La narrativa che va corretta
Circolano report e analisi, anche autorevoli, che trattano la chiusura dello Stretto di Hormuz come una risposta simmetrica a un’aggressione, un contropotere legittimo che Teheran ha il diritto di brandire in difesa della propria sovranità. Questa lettura è costruita su una premessa falsa e pericolosa: che l’Iran sia un attore ferito che si difende.
L’Iran, prima del 28 febbraio 2026, era lo Stato sponsor di terrorismo più attivo del mondo. Finanziava Hezbollah, Hamas, gli Houthi, le milizie sciite in Iraq. Teheran è responsabile di innumerevoli attacchi armati contro gli Stati Uniti, sia direttamente che attraverso i suoi partner e proxy, a partire dalla Rivoluzione del 1979 e dal sequestro del personale dell’ambasciata americana. Presentare l’Operazione Epic Fury come un atto di aggressione unilaterale significa ignorare quarant’anni di guerra ibrida combattuta da Teheran contro l’Occidente. Il programma nucleare iraniano non è un programma civile. L’Iran possedeva ancora 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, e la posizione esatta di quel materiale nucleare rimaneva sconosciuta. Chi scrive di “diritto di arricchimento” dovrebbe spiegare a quali scopi civili serva uranio arricchito al 60%.
Accettare la narrativa iraniana sullo Stretto significa accettare che un regime teocratico abbia il diritto di tenere in ostaggio il 20% del commercio energetico mondiale ogni volta che gli fa comodo. Questo non è diritto internazionale. È ricatto.
Lo Stretto come arma di ricatto: la lezione che i paesi arabi hanno già imparato
I paesi del Golfo non aspettano i nostri dibattiti. Agiscono.
Nei giorni successivi al cessate il fuoco, gli Stati arabi del Golfo hanno accelerato o lanciato progetti per un valore complessivo di circa 290 miliardi di dollari, con l’obiettivo di dirottare permanentemente dal 30 al 50 per cento delle esportazioni al di fuori dello Stretto di Hormuz, attraverso il Mar Rosso o rotte terrestri. Non lo stanno facendo per prudenza contabile. Lo stanno facendo perché hanno capito una cosa che noi europei facciamo ancora fatica ad ammettere.
Come ha dichiarato il dottor Alghannam, esperto del Golfo: “La crisi di Hormuz del 2026 ha alterato permanentemente la loro percezione della minaccia. La disponibilità dell’Iran a usare lo Stretto come arma non è più vista come un rischio occasionale, ma come una vulnerabilità strutturale permanente.”
Gli Emirati Arabi Uniti hanno assunto una posizione ferma contro l’Iran, molto più vicina a quella degli Stati Uniti e di Israele che a quella dei loro vicini del Golfo. Funzionari emiratini senior hanno criticato sia la leadership iraniana per aver colpito obiettivi negli Emirati, sia i partner regionali per non aver risposto con più decisione.
Qatar, Bahrain e Emirati Arabi Uniti hanno portato la questione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, chiedendo sanzioni e misure coercitive contro l’Iran se non avesse cessato gli attacchi alle navi, non avesse eliminato i pedaggi illegali e non avesse rivelato la posizione delle mine marine.
Questi non sono paesi che simpateggiano con Washington per ideologia. Sono paesi che hanno visto le loro economie contrarsi a due cifre perché un regime confessionale ha deciso che il passaggio commerciale globale è la sua moneta di scambio. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, le economie di Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Kuwait si contrarranno nel 2026 di decine di miliardi di dollari complessivi, mentre la crescita economica dell’intero Medio Oriente scenderà dal 3,6% pre-guerra all’1,1%.
Gli altri hanno deciso, ora tocca a noi. La NATO e la questione della postura
Davanti al Vertice di Ankara previsto per luglio 2026, i dati NATO mostrano che gli alleati europei stanno superando le aspettative di spesa per la difesa. Nel 2025, gli alleati europei e il Canada hanno aumentato la spesa per la difesa del 20 per cento rispetto all’anno precedente, con tutti gli alleati ora al di sopra del precedente obiettivo del 2 per cento del PIL.
Al Vertice dell’Aia del giugno 2025, gli alleati hanno concordato un nuovo parametro di almeno il 3,5 per cento del PIL per la spesa per la difesa. L’Europa ha smesso di discutere se spendere in difesa. Ha cominciato a discutere quanto e come.
L’Italia è in ritardo su entrambe le domande. Per raggiungere l’obiettivo del 3,5 per cento entro il 2035, l’Italia dovrà spendere almeno 165 miliardi di euro aggiuntivi. Questo è politicamente e fiscalmente molto difficile, dato il debito pubblico italiano, pari al 135 per cento del PIL, e la crescita economica ferma allo 0,7 per cento.
Il governo Meloni ha ereditato questa contraddizione, non l’ha creata. Ma amministrare la contraddizione non equivale a risolverla. La crisi di Hormuz ha reso visibile qualcosa che esisteva già: l’Italia è esposta sul fianco energetico meridionale e non utilizza la forza militare autonoma per proteggerlo. Questa è la realtà. Il dibattito pubblico continua a aggirarla.
Il Documento Programmatico della Difesa 2025-2027 afferma che la strategia italiana opera su due binari paralleli: piena integrazione nella postura di deterrenza NATO da un lato, e preservazione di una distinta identità mediterranea dall’altro. Il secondo binario, la cosiddetta “identità mediterranea,” è la formula diplomatica che ha giustificato per anni la nostra ambiguità verso Teheran. ENI, i contratti storici, i canali bilaterali. Strumenti utili in tempo di pace. Irrilevanti quando l’Iran chiude il Golfo.
Cosa chiede il momento al governo
Il governo Meloni ha costruito la sua credibilità internazionale sull’allineamento atlantico. È la scelta giusta, per ragioni che precedono Trump e sopravviveranno a Trump. Ma l’allineamento atlantico non è una rendita da incassare: è una postura da guadagnarsi ogni giorno con scelte concrete.
La prima scelta concreta è smettere di trattare la riapertura dello Stretto come un problema altrui. Il 19 marzo, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Giappone hanno annunciato di essere pronti a partecipare agli sforzi per riaprire lo Stretto. Bene. Ma partecipare a una dichiarazione congiunta non è la stessa cosa che avere una dottrina operativa sul Mediterraneo allargato.
La seconda scelta è nominare il problema energetico per quello che è: una questione di sicurezza nazionale, non un capitolo del Piano Mattei. Il Mediterraneo si sta ridisegnando. Le rotte commerciali si stanno spostando. Chi non pianifica adesso, troverà il tavolo già apparecchiato dagli altri.
La terza scelta, la più difficile, è dire con chiarezza cosa pensa l’Italia della risposta iraniana al negoziato. Non “profonda preoccupazione.” Non “dialogo necessario.” Teheran ha presentato una controproposta che chiede riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz, compensazioni per i danni di guerra, e la rimozione del blocco navale americano, senza impegni verificabili sul nucleare. Questa non è una proposta negoziale. È la richiesta di una resa semantica che nessun paese occidentale può firmare.
Lo Stretto di Hormuz è un’arteria internazionale. Non appartiene all’Iran. Non è uno strumento di politica estera. Non è, come ha detto il vicepresidente del parlamento iraniano, “la nostra arma nucleare”. Che qualcuno a Roma lo dica ad alta voce, con nome e cognome, sarebbe già un inizio.
Il resto segue da se.
