Atlantismo, Hybrid Warfare e capitali opachi: Il nuovo inconfessabile nodo strategico dell’UE
Inconfessabile in quanto, paradossalmente, la guerra in Ucraina rafforza l’Unione Europea come attore, mentre la pace la normalizza. Tanto poiché se il protrarsi del conflitto conferisce all’Unione Europea una funzione strategica autonoma –fondata su regimi sanzionatori, capacità di resilienza e rilancio industriale– la cessazione delle ostilità riporterebbe l’Europa a una condizione di area di sicurezza sotto primazia statunitense, caratterizzata da una riduzione dell’autonomia decisionale e da una rinnovata dipendenza strategica: per non parlare di una questione alquanto delicata relativa a certe esposizioni finanziarie che potrebbero rivelarsi fatali per la già instabile situazione della EU nel suo complesso.
Intendo qui riferirmi con la massima cautela possibile, è pertanto ponendo attenzione a distinguere nettamente tra quanto accertato poiché documentato da inchieste, e responsabilità sistemiche evitando le generalizzazioni e le accuse indiscriminate, alla fin troppo in ombra questione dei capitali opachi cui ho accennato nel titolo: capitali definiti opachi in quanto riconducibili a oligarchi russi, reti criminali transnazionali e circuiti offshore, ed il cui ingresso nel sistema economico e finanziario europeo ha prodotto un significativo inquinamento.
Un inquinamento che non è il prodotto di un singolo atto corruttivo, bensì il risultato di un ecosistema di facilitazione che ha coinvolto, in forme diverse e con gradi differenti di responsabilità, attori del mondo della finanza, dell’economia e, in alcuni casi, della politica europea.
Numerose inchieste internazionali hanno documentato come oligarchi russi vicini al Cremlino abbiano potuto integrare enormi masse di capitale nel sistema europeo attraverso strutture offshore, trust e veicoli societari schermati, spesso amministrati da studi legali, fiduciari e consulenti finanziari con sede nell’Unione Europea o in giurisdizioni ad essa collegate.
In particolare le indagini dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) hanno mostrato che tali strutture non erano episodiche, ma sistemiche, e che molti intermediari erano consapevoli della natura politicamente esposta dei loro clienti.
Un caso emblematico è rappresentato da Cipro, che per oltre un decennio ha operato come hub finanziario privilegiato per capitali russi. L’inchiesta Cyprus Confidential ha rivelato come studi legali e provider di servizi finanziari ciprioti abbiano gestito asset e trust per oligarchi successivamente colpiti da sanzioni, contribuendo alla loro integrazione nel mercato unico europeo. In diversi casi, tali attività sono avvenute in assenza di controlli adeguati, sfruttando lacune nei regimi antiriciclaggio e nella supervisione bancaria europea.
In questo contesto, poi, le connivenze accertate non riguardano tanto una collusione diretta tra governi e oligarchi, quanto il ruolo cruciale di intermediari professionali —avvocati, commercialisti, wealth manager— che hanno fornito servizi essenziali alla circolazione dei capitali opachi.
Secondo l’ICIJ, questi “enablers” hanno rappresentato il vero anello di congiunzione tra ricchezza di origine illecita o politicamente sensibile e il sistema finanziario europeo formalmente legale. Purtroppo tutto ciò non ci permette di mancare di osservare come anche sul piano politico vi siano state inchieste dell’OCCRP che hanno documentato tentativi strutturati di influenza da parte di soggetti collegati alla Federazione Russa nei confronti di parlamentari e decisori europei, e come tali attività includessero:
- pagamenti
- viaggi finanziati
- supporto logistico e mediatico
finalizzati a promuovere posizioni favorevoli a Mosca, in particolare in relazione a Crimea e sanzioni.
Ora va da sé che, sebbene questi casi non configurino un controllo sistemico della politica europea, essi dimostrano l’esistenza di canali di penetrazione politica sostenuti da risorse finanziarie opache. Per somma va notato come vi siano stati casi che avrebbero dovuto sollecitare chi di dovere a porre maggiore attenzione a quanto stava accadendo. Una mancanza di attenzione rivelatasi fatale a tempo debito.
Mi riferisco, in questo senso, a casi come quello che ha visto il coinvolgimento di Roman Abramovich e di altri che sono stati oggetto di indagini e sequestri patrimoniali in varie giurisdizioni europee, ma che si segnalano alla nostra attenzione per il fatto che in molti casi i procedimenti hanno evidenziato la difficoltà di dimostrare ex post l’origine illecita di capitali già pienamente integrati nel sistema finanziario europeo, con alcune sanzioni annullate o sospese per carenze probatorie.
Questo ha messo in luce una responsabilità non solo individuale, ma strutturale dei sistemi di vigilanza europei, in altri termini una responsabilità sistemica che non giustifica la tesi del complotto, ma per certo non può non essere inquadrata come frutto di un lasciar correre alquanto interessato da parte di Mosca: un chiudere un occhio, quando non addirittura due, su qualcosa che nel tempo avrebbe potuto tornare oltremodo utile in un contesto di vera e propria Guerra Ibrida.
La tesi qui implicitamente proposta è giustificata da tutto quanto emerso e documentato circa il modus operandi di Mosca in previsione di un possibile attacco all’Ucraina per mettere il Paese al sicuro dalle attese contromisure sanzionatorie: e ciò, si badi bene, a partire dal lontano 2016, ovverosia anni prima del vero e propio attacco.
Un aspetto analitico di non secondaria importanza per meglio apprezzare il senso di questa dinamica e la bontà della nostra ipotesi è quello relativo al fatto che, stando a quanto emerso dalla ricerca condotta dallo OCCRP, tra i vari istituti bancari coinvolti in questa vasta opera di inquinamento del sistema economico europeo troviamo anche una banca russa, e per l’esattezza la Troika Dialog, la più grande banca di investimento privata russa, un tempo guidata dal noto banchiere Ruben Vardanyan.
Nello specifico da una delle più grandi fughe di notizie sui registri bancari e documenti correlati che permesso di portare alla luce una rete di società offshore da 8,8 Mld di USD che ha consentito a politici e criminali corrotti, ma non solo, di riciclare segretamente denaro, evadere le tasse e nascondere beni all’estero.
Il “non solo” di cui sopra si spiega osservando che tra le controparti delle transazioni incriminate non solo figuravano importanti banche occidentali come Citigroup, Raiffeisen e Deutsche Bank, un qualcosa per certi versi giustificabile almeno in parte tanto con il fatto che all’epoca Vardanyan era presidente, amministratore delegato e socio principale della Troika, godeva della reputazione di rappresentante del capitalismo russo, amico dell’Occidente, noto per il suo impegno nel migliorare il contesto imprenditoriale del Paese e per aver co-fondato la Moscow School of Management Skolkovo; ma anche per il fatto che il tutto ha visto il coinvolgimento perfino di personaggi molto vicini a Putin,
Questo è stato, ad esempio, il caso –a quanto pare non isolato– del violoncellista russo Sergej Roldulgin, le cui società hanno beneficiato di accrediti per 69 Mln di USD in buona parte provenienti da una massiccia frode fiscale russa denunciata da Sergej Magnitsky, un avvocato russo morto in carcere dopo averla rivelata.
In questo senso è lecito supporre un rapporto con Putin politicamente rilevante, quantunque indiretto visto che pur non essendoci, come è ovvio che sia, prove che Il Presidente russo sia mai stato proprietario o dirigente della Troika, è innegabile che la stessa ha sistematicamente operato in un contesto fortemente legato allo Stato russo durante il consolidamento del potere di Putin.
Per somma il fatto che dirigenti e clienti della Troika abbiano avuto stretti legami con il Cremlino, come pure che la stessa banca abbia beneficiato non poco della stabilità politica e della centralizzazione del potere promosse da Putin negli anni 2000, e che parte del danaro riciclato sembra abbia favorito élite vicine al Cremlino (anche se Putin non è mai stato formalmente accusato), hanno rafforzato la percezione di una simbiosi tra finanza, oligarchi e potere politico in Russia: tanto a maggior ragione se si tiene in debita considerazione il fatto che nal 2011 la Troika Dialog è stata venduta a Sberbank, la banca statale russa. Un passaggio che simboleggia la crescente statizzazione indiretta del sistema finanziario sotto Putin.
Merita qui porre in evidenza un particolare di non secondaria importanza che emblematicamente ci consente di comprendere molto di certe dinamiche. Allorché dalle risultanze dell’inchiesta di OCCRP emerse il nome di Sergej Roldulgin, il Cremlino rilasciò, in data 5 Marzo 2019, una dichiarazione, resa per bocca del Portavoce Dmitrij Peskov, che testualmente recitava che le accuse contro Roldugin erano di competenza delle autorità di regolamentazione finanziaria, non del presidente: “Questa non è una questione all’ordine del giorno. Abbiamo le agenzie fiscali competenti e le unità di intelligence finanziaria, che hanno tutti i poteri necessari per monitorare le attività finanziarie delle varie entità che operano in questo settore dell’economia”, ed ancora “Dotate di tutti i poteri necessari, le autorità finanziarie possono, di conseguenza, valutare l’affidabilità o l’inaffidabilità di tali pubblicazioni”.
Dalle parole ai fatti il passo non fu affatto breve visto che nonostante che in Svizzera nel 2023 ben quattro banchieri sono stati condannati per non aver fatto sufficienti controlli sui conti a lui nominalmente intestati, Roldulgin non è mai stato perseguito in quel procedimento e men che mai processato e condannato.
È a questo punto che sorge spontaneo –per quanto ingenuo possa apparire– domandarsi come mai, con simili frecce al proprio arco, le maggiori autorità europee siano sempre più orientate a porre l’accento sulla potenziale minaccia di stampo militare rappresentata dal Presidente della Federazione Russa alla EU, invece di denunciare con forza la vera e propria surrettizia guerra ibrida proditoriamente iniziata diversi lustri fa contro la EU, prima ancora che contro la NATO, per minarne la stabilità e quindi vanificare il sogno che fu di Konrad Adenauer, Robert Schuman, Jean Monnet, Alcide De Gasperi, Paul-Henri Spaak e Altiero Spinelli, nonché di Winston Churchill seppure come necessità geopolitica.
Un quesito al quale solo in parte si può rispondere appellandosi alla recondita necessità di far accettare in tempi brevi agli Europei, agitando lo spettro dell’immagine di maggiore impatto mediatico della guerra tradizionale, l’improcrastinabilità dell’aumento, obtorto collo, della spesa per la difesa, ancorché –più che altro nell’immediato– in ossequio ai vari diktat politico–militari, nonché economici, imposti a vario titolo dall’amministrazione Trump: tanto dicasi poiché a mio avviso, a ben guardare, la risposta migliore risiede nella presa in esame del fatto che al momento nessuno degli attori principali in campo vuole davvero che sia posto in evidenza quanto sin qui esposto in riferimento allo stato di salute del sistema economico–finanziario dei singoli Paesi membri della EU, e della EU nel suo complesso, per la semplice ragione che:
- se la EU teme la crisi politica, prima ancora di quella finanziaria, che ne potrebbe derivare e la correlata resa dei conti politica interna ai vari Stati membri per le connivenze di molte illustri figure del mondo della politica e degli affari nostrani, nonché di molti apparati preposti alla vigilanza come pure di interi gruppi politici, è parimenti comprensibile che
- gli USA preferiscano una stabilità controllata allo shock, che
- le Banche legittimamente temano svalutazioni, procedimenti legali e drammatico calo sistemico della fiducia nel loro operato, e che
- la stessa Federazione Russa –ed in particolar modo il Cremlino– non intenda minimamente legittimare i sequestri permanenti dei patrimoni in primis dei propri amici e fedelissimi.
In altri termini perché di fatto il conflitto “gestito” è diventato uno strumento di stabilizzazione impropria cui nessuno intende intende al momento rinunciare, e di fatto, nel concreto, può rinunciare essendo l’arma prima di ricatto nelle mani di quel Volodymyr Zelenskyy che tutte le cancellerie europee paiono voler difendere e supportare a tutti i costi, quando in realtà una sua uscita di scena silenziosa sarebbe da tutti la soluzione più auspicata per poter contare sulla buona volontà di Mosca qualora le venisse di fatto concesso di chiudere in bellezza una guerra che a conti fatti l’ha messa nelle condizioni di dover accettare i condizionamenti di una Beijing alquanto interessata a realizzare con Washington, e non certamente con Mosca, quel duopolio planetario cui solitamente ci si riferisce parlando di New World Order.
Il grafico che segue in questo senso completa ed integra, rappresentando il tutto in forma sintetica e ragionata, le conseguenze più prevedibili della fuga dei cosiddetti “capitali opachi” dall’Europa nel caso di una chiusura del conflitto ucraino senza il difficilmente conseguibile, al momento, via libera degli attuali vertici di Kyiv. Vertici al momento comprensibilmente ben poco disposti ad accettare le condizioni capestro che Mosca e Washington, ciascuna per proprie ragioni anche di politica interna, vorrebbero fossero alla base dell’accordo di pace.
Un grafico in questo senso strutturato come un flusso causale, con un nodo iniziale, tre rami di impatto e un nodo finale che sintetizza il più che prevedibile esito complessivo di una chiusura delle ostilità alle condizioni attuali.
La questione, già anticipata in un precedente articolo intitolato pubblicato il con il significativo titolo “, viene qui ulteriormente sviscerata a beneficio di quanti –invero troppi– in Europa, come pure a Kyiv ancora non hanno compreso la complessità di uno scontro che ben poco è stato compreso e la cui posta in gioco prevede da sempre la messa in scacco della EU per congelarne qualsivoglia aspirazione geopolitica da perseguire a partire dalla realizzazione di un vero e propio Stato Sovrano.

1. Nodo iniziale: dipartita dei capitali opachi
Il punto di partenza del grafico indica l’evento scatenante: la fuoriuscita di capitali opachi. Questo evento non è neutro: comprende disinvestimenti, deflussi di liquidità, riallocazioni fuori dall’UE e contenziosi post-bellici. Si tratta di un fenomeno composito che colpisce simultaneamente capitale, collaterale e fiducia, generando effetti multidimensionali che si propagano in tre rami principali.
2. Primo ramo: impatti finanziari
Il ramo superiore descrive la trasmissione economico-finanziaria diretta: stress bancario selettivo, svalutazione di asset illiquidi (come immobili, club o opere d’arte) e aumento della volatilità e del premio al rischio europeo. Questi effetti non provocano un crollo immediato, ma crisi silenziose che richiedono interventi pubblici mirati. L’effetto cumulativo è un’erosione della stabilità percepita del sistema finanziario.
3. Secondo ramo: impatti politici interni UE
Il ramo centrale evidenzia le conseguenze politiche e istituzionali: inchieste retroattive, fratture tra paesi del Nord/Sud e Est/Ovest, e strumentalizzazioni populiste. La fuga dei capitali costringe gli Stati e le istituzioni a guardare indietro e a rimettere in discussione le responsabilità, minando la fiducia nelle élite politiche e nei regolatori. Questo ramo è particolarmente sensibile, perché contribuisce in modo diretto all’esito sistemico.
4. Terzo ramo: impatti geopolitici
Il ramo inferiore rappresenta la dimensione esterna e narrativa: rafforzamento relativo degli USA come safe haven, guadagni informativi della Russia, e nodi giuridici legati alla ricostruzione ucraina. L’effetto principale non è tanto finanziario, quanto strategico: perdita di autonomia europea, vittoria nella narrativa russa e rischio di paralisi nella gestione del post-conflitto ucraino.
5. Nodo finale: esito sistemico
Il grafico converge verso un nodo finale che descrive la crisi complessiva: uno shock non purificatore, che indebolisce l’Europa finanziariamente, la divide politicamente e aumenta la sua dipendenza geopolitica. Non si tratta di una “pulizia” del sistema, ma di una resa dei conti disordinata e destabilizzante.
Letto in chiave strategia lo schema qui proposto permette, quindi, di comprendere visivamente alcune delle logiche fondamentali in campo. Logiche per le quali nessun attore razionale desidera che si realizzino le condizioni che potrebbero condurre ad una repentina fuga dei capitali, così come al protrarsi della sospensione dei flussi (congelamento dei capitali e mera gestione sine die dei logoranti conflitti in atto ed in fieri, politici e non, quantunque in Europa al momento quest’ultima soluzione appaia come la sola scelta preferibile visto che al momento il vero nodo da sciogliere non è quello legato all’ingresso pregresso dei capitali opachi, ma la loro uscita non coordinata e ‘rumorosa’.
Una uscita che se non coordinata e ‘rumorosa’ sarebbe di per sé stessa foriera di una escalation potenzialmente non solo ibrida di un conflitto che nel tempo si sta trasformando in una sorta di novello Viet–Nam.
Alla fine, tornando alla questione delle modalità di ingresso dei capitali opachi di cui sopra, quantunque al momento nel loro insieme i casi accertati mostrino solo che la EU ha offerto per anni un ambiente tanto avidamente, quanto poco lungimirantemente favorevole all’assorbimento degli stessi, si ha che l’interazione tra capitale, professionisti e lacune normative ha solo prodotto un effetto cumulativo, cosicché –se non altro– le connivenze occidentali sono state più che altro funzionali e non ideologiche.
Fatti, questi, che testimoniano, se non altro fino a prova contraria, che quantunque non vi sia stata un’unica regia politico-criminale europea, e che il tutto sia avvenuto per effetto di una somma di interessi convergenti, tolleranze istituzionali e fallimenti regolatori che hanno reso possibile l’inquinamento del sistema economico dell’Unione, è tuttavia inoppugnabile che al momento è proprio questo quadro che spiega perché la guerra in Ucraina e il regime sanzionatorio abbiano assunto una funzione ulteriore: congelare un problema che, in tempo di pace, avrebbe richiesto ed ancora richiederebbe una resa dei conti giuridica, giudiziaria, politica e finanziaria di enorme portata.
Una resa dei conti al momento rinviata a momenti migliori, ma il cui inesorabile approssimarsi fa sì che i suoi prevedibili risvolti ed esiti in fieri gravino già come una spada di Damocle sul capo della EU, condizionando, per somma, non poco il dibattito politico internazionale rendendolo forzatamente orientato a far sì che certe scomode verità restino nell’ombra per scongiurare la più che certa, in caso contrario, debacle complessiva dell’establishment europeo, nonché quello di molti Paesi tra i quali l’Italia di una Giorgia Meloni che non è dato capire quanto sia consapevole della cosa.
Negli ultimi anni, ed ancor più in questi ultimi mesi, il dibattito strategico europeo sulla guerra in Ucraina è stato segnato, quindi non a caso, ma non certo nell’interesse dei cittadini europei e men che mai di quelli ucraini, da tensioni tra approcci idealistici e pragmatismi realistici.
Da una parte, un ampio fronte legalitario e retorico ha invocato la difesa dei “nobili ideali del diritto internazionale”, spesso richiamati da figure istituzionali di spicco come il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza nella Commissione von der Leyen II dal 1º dicembre 2024, Kaja Kallas, che hanno insistito costantemente sulla centralità di tutto quanto è stato sin qui reiteratamente disatteso e/o ignorato (a cominciare dalla reale solidarietà intra-EU nel sostenere realmente l’Ucraina per porre in essere per tempo tutto quanto sarebbe stato necessario per prevenire lo scontro armato e, ad ostilità avviate, per fermare un inutile massacro); e dall’altro un sempre più inadeguato fronte pseudo–pacifista di maniera, spesso saccente, che ha mancato di cogliere i fatti privilegiando il ben noto mainstream falsamente unconventional tipico dei dibattiti para-ideologici old–style
Queste dichiarazioni, seppur formalmente normative e moralmente persuasive, rischiano di incarnare più la retorica dell'”Europa come baluardo di civiltà” che una lucida lettura strategica delle complesse dinamiche in corso.
Parallelamente, nel contesto italiano ed euro-atlantico, le prese di posizione dell’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone – nella sua attuale veste di Presidente del Comitato Militare della NATO – hanno contribuito a rafforzare una lettura del quadro strategico fortemente imperniata sulla nozione di “guerra ibrida” e sulla necessità di una postura dell’Alleanza più proattiva e anticipatoria strategicamente interessante, anche se fuori tempo massimo.
Tale impostazione, pur risultando efficace nel descrivere la natura multidimensionale dei conflitti contemporanei e nel legittimare un ampliamento del raggio d’azione della NATO oltre il dominio strettamente militare, tende a sovrapporre piani militari, politici ed etico-valoriali, producendo una cornice interpretativa estensiva che rischia di autoconfermarsi sul piano discorsivo.
In questo modo il recente ricorso retorico di Cavo Dragone alla categoria della guerra ibrida in senso proattivo finisce per oscurare le dinamiche meno prosaiche e strutturali –in particolare, come visto, quelle fondamentali pregresse, e sin qui ignorate, di natura economico-finanziaria– che hanno inciso in modo determinante non solo sulla preparazione, da parte di Mosca, del conflitto attuale, ma anche sull’evoluzione dello stesso e sulle scelte strategiche europee.
Tutte cose che difficilmente trovano spazio in una narrazione prevalentemente orientata alla dimensione securitaria e normativa, lasciando volutamente nell’ombra quella dimensione finanziaria e geo-strategica cui ci siamo riferiti in apertura, e che non a caso ho richiamato a più riprese in questo scritto.
Quella dimensione che ha trovato forma e sostanza a partire dai primi anni 2000, e in particolare dal 2003-2004 in poi, ovverosia dagli anni in cui la significativa massa di capitali opachi di cui sopra ha preso a fluire copiosamente all’interno del sistema finanziario europeo grazie, in primis, ad istituti bancari basati soprattutto nei Paesi dell’Europa orientale, ma non solo.
Un caso paradigmatico è rappresentato dallo scandalo che ha coinvolto Danske Bank, emerso tra il 2017 e il 2018, in relazione a transazioni sospette per un valore stimato di circa 200 miliardi di euro. Una cifra di portata eccezionale, pari a otto-dieci volte il PIL annuo dell’Estonia nel periodo considerato, transitata verso il mercato dell’Unione Europea attraverso la filiale estone dell’istituto tra il 2007 e il 2015, con fondi provenienti prevalentemente dalla Russia, dalla Lettonia e da altri Paesi dell’area baltica. Non è privo di rilievo il fatto che l’Estonia sia il Paese d’origine di Kaja Kallas, figura politica nota per le sue posizioni di estrema intransigenza verso Mosca, già parlamentare nazionale (2011–2014), nonché europarlamentare (2014–2018) e Primo Ministro dal 2021 al 2024.
Allo stesso modo, operazioni come il Troika Laundromat un vasto schema di riciclaggio rivelato dall’OCCRP che ha permesso il trasferimento transfrontaliero di miliardi di dollari da élite russe verso conti offshore e sistemi bancari europei tra il 2003 e il 2013 – evidenziano come tali capitali, pur non costituendo l’intera quantità dei flussi illeciti, siano significativi e ben documentati.
Valutazioni aggregate sul fenomeno dei flussi finanziari illeciti attraverso l’Europa suggeriscono una dimensione di scala enorme: secondo un rapporto internazionale, oltre 750 Mld di USD di fondi illeciti sono stati stimati come circolanti all’interno dei sistemi finanziari europei in un singolo anno recente, coinvolgendo una vasta gamma di attività criminose (tra cui frode, traffico di droga, traffico di esseri umani e frodi bancarie).
Nonostante la difficoltà di disporre di stime definitive –nello studio delle illicit financial flows (IFF) anche grandi organizzazioni internazionali come il FMI e la Financial Action Task Force notano l’incertezza metodologica nel quantificare con precisione tali flussi– è chiaro come questi fenomeni non siano marginali né limitati a singoli episodi, ma rappresentino un elemento strutturale di vulnerabilità del sistema europeo (cfr. Illicit financial flows and asset recovery in Eastern Partnership, stime annuali significative per alcune regioni).
Di fronte a questi dati, appare evidente che molte delle polemiche pacifiste, le retoriche idealistiche sulla legittimità internazionale e le interpretazioni “ibridiste” della guerra –pur essendo importanti per impostare un quadro normativo o valoriale– non colgono adeguatamente la dimensione sistemica e strategica dei processi in corso.
La situazione reale è molto più banale e concreta: l’Europa è stata permeabile ai flussi di capitali opachi per diversi lustri, spesso in coincidenza con la crescita di mercati finanziari transfrontalieri poco trasparenti e con regimi di regolamentazione lacunosi, soprattutto nelle banche dell’Est Europa. Ciò ha generato una massa critica di risorse che oggi si trova immersa nella crisi e nelle dinamiche di congelamento e sanzioni, con effetti che trascendono la semplice narrazione idealistica per abbracciare problemi di regolazione finanziaria, sovranità economica e resilienza istituzionale.
La politica di difesa dell’Italia sotto Giorgia Meloni ha riportato il Paese su una linea di atlantismo chiaro, facendo della NATO l’asse centrale della sicurezza nazionale e collocando la difesa europea esclusivamente come complemento dell’Alleanza.
Questa impostazione è apprezzata a Washington per la sua prevedibilità, per il rifiuto di ambiguità strategiche e per il ruolo stabilizzatore dell’Italia nel Mediterraneo. Al contrario, è guardata con sospetto a Parigi perché indebolisce la narrativa dell’autonomia strategica europea e riduce il peso politico francese all’interno dell’UE.
Con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca, tale linea risulta particolarmente coerente con un approccio alla NATO più transazionale e meno ideologico, rafforzando il posizionamento italiano come alleato affidabile e disciplinato. Tuttavia, questa lettura, se limitata al solo piano militare, rischia di essere incompleta.
La guerra in Ucraina non è infatti soltanto un conflitto armato, ma un evento sistemico che ha congelato una vasta massa di capitali di origine opaca presenti nel sistema economico europeo. Negli anni precedenti al 2022, reti criminali transnazionali, oligarchi russi e intermediari finanziari avevano trovato nell’Europa un terreno favorevole per il riciclaggio e l’integrazione di fondi illeciti, spesso in interazione con criminalità organizzata locale.
Il regime sanzionatorio e lo stato di guerra hanno prodotto un effetto inatteso ma politicamente funzionale: il blocco di tali capitali, che in tempo di pace avrebbero generato contenziosi, pressioni giuridiche e richieste di restituzione. In questo senso, il protrarsi del conflitto consente all’Unione Europea di rinviare una complessa resa dei conti interna sul fallimento delle politiche di contrasto al riciclaggio e sulla permeabilità dei propri sistemi economici.
Washington guarda invece alla guerra con una logica diversa. Per gli Stati Uniti, una guerra lunga in Europa rappresenta un costo strategico: immobilizza risorse, rallenta il pivot verso altri teatri e mantiene l’Unione Europea in una posizione di relativa autonomia operativa. La fine del conflitto, al contrario, permetterebbe di ricondurre l’Europa entro un perimetro di sicurezza più chiaramente egemonizzato dagli USA e di rafforzare il proprio ruolo nella fase di ricostruzione ucraina, inclusa la gestione delle risorse strategiche del Paese.
La Pace perseguita da Trump in Ucraina non punta ad affermare il diritto degli Ucraini ad una vita non più segnata dalle sofferenze di un duro conflitto armato, bensì mettersi nelle condizioni migliori per potersi occupare di Beijing e della fondamentale area indo-pacifica.
In questo senso, tra i leader che sembrano aver colto con maggiore lucidità l’evoluzione della competizione globale, Narendra Modi appare muoversi con l’obiettivo di preservare un margine di autonomia strategica, mantenendo Mosca come attore rilevante per evitare una polarizzazione rigida tra Washington e Pechino.
È in questo scarto di interessi che la linea Meloni assume una valenza ambivalente.
L’atlantismo netto rafforza il legame con Washington e accresce la credibilità italiana sul piano militare, ma rischia di collocare Roma su una traiettoria divergente rispetto a un’Unione Europea che, consapevolmente o meno, trae beneficio da una gestione prolungata del conflitto come strumento di congelamento finanziario e coesione politica.
La frattura strategica europea non passa più soltanto tra NATO e difesa comune, ma tra due modelli di gestione del potere: da un lato, la chiusura rapida del conflitto e il ritorno a una normalizzazione sotto egemonia statunitense; dall’altro, una sospensione prolungata che consente all’UE di mantenere bloccati capitali tossici, evitare crisi giuridiche e rinviare riforme strutturali.
In questo scenario, la politica di difesa italiana non può essere letta solo come scelta di sicurezza, ma come posizionamento sistemico che incide su finanza, regolazione e sovranità. La sostenibilità di questa linea nel medio periodo dipenderà dalla capacità dell’Italia di coniugare fedeltà atlantica e consapevolezza delle dinamiche profonde che attraversano l’Europa, evitando di diventare un semplice vettore di interessi esterni in un continente attraversato da una guerra che è ormai anche — e forse soprattutto — una guerra finanziaria.
Appendice – Atlantismo senza Europa: una scelta ad alto rischio sistemico dell’Italia
L’attuale linea di politica estera e di difesa del governo Meloni, rigidamente appiattita su un atlantismo di maniera, rischia di configurarsi non come una scelta di realismo strategico, ma come una vera e propria deriva sistemica capace di minare ulteriormente un progetto europeo già in profonda difficoltà.
In un momento in cui Francia e Germania – i due pilastri storici dell’integrazione europea sanciti dal Patto di Aquisgrana – attraversano una fase di evidente debolezza politica, economica e strategica, la scelta italiana di collocarsi senza riserve sotto l’ombrello statunitense rischia di essere percepita, a Parigi e Berlino, come una pugnalata alle spalle nel momento peggiore possibile. Non un atto di leale cooperazione atlantica, ma un segnale di disallineamento strutturale che indebolisce ulteriormente la già fragile coesione europea.
Il parallelo storico è inquietante e difficile da ignorare. Nel 1940 l’Italia decise di entrare in guerra contro Francia e Regno Unito nel momento in cui la Germania sembrava aver definitivamente piegato la resistenza francese, nella convinzione opportunistica di potersi sedere al tavolo della pace al fianco del vincitore. Fu una scelta cinica, tardiva e mal calcolata, che non solo non portò i benefici sperati, ma trascinò il Paese in una catastrofe politica e strategica di lungo periodo.
Oggi lo schema rischia di riproporsi, mutatis mutandis. Gli Stati Uniti appaiono forti, ma la vittoria della strategia trumpiana – in Ucraina, in Europa e nello scontro globale con la Cina – è tutt’altro che scontata. Puntare tutto su un esito che potrebbe rivelarsi instabile o addirittura controproducente significa esporsi al rischio di trovarsi, ancora una volta, dalla parte sbagliata della storia, isolati in Europa e dipendenti da decisioni prese altrove.
In questo contesto, una posizione più prudente, attendista e autenticamente europea non sarebbe segno di ambiguità, bensì di lucidità strategica. Difendere l’alleanza atlantica senza trasformarla in subordinazione, preservare il legame con Washington senza sacrificare il rapporto con Parigi e Berlino, e soprattutto non contribuire alla dissoluzione del già fragile progetto di integrazione europea, dovrebbe essere l’obiettivo minimo di una classe dirigente consapevole della posta in gioco.
Perché se l’Europa dovesse fallire definitivamente, non esisterà alcun “tavolo dei vincitori” al quale l’Italia potrà realisticamente sedersi. E la storia, come spesso accade, difficilmente concederà attenuanti a chi avrà scambiato l’opportunismo per strategia.
Source:
1 Ho-Chun Herbert Chang, Emanuel Daly, and Daniel S. Himmelreich, Complex Systems of Secrecy: The Offshore Networks of Oligarchs (arXiv, 2023), https://arxiv.org/abs/2303.03371.
2 International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), “How a Network of Enablers Helped Russia’s Oligarchs Hide Their Wealth Abroad,” https://www.icij.org/investigations/russia-archive/how-a-network-of-enablers-have-helped-russias-oligarchs-hide-their-wealth-abroad/
3 ICIJ, Cyprus Confidential: How Cyprus Became a Gateway for Russian Wealth, https://www.icij.org/investigations/cyprus-confidential/cyprus-russia-eu-secrecy-tax-haven/
4 Reuters, “German Resorts Rift over Russian Oligarchs Resonates across Country,” March 21, 2022, https://www.reuters.com/world/europe/german-resorts-rift-over-russian-oligarch-resonates-across-country-2022-03-21/
5 ICIJ, “Russia Archive: The Enablers,” cit.
6 Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP), “Kremlin-Linked Group Arranged Payments to European Politicians,” https://www.occrp.org/en/investigation/kremlin-linked-group-arranged-payments-to-european-politicians-to-support-russias-annexation-of-crimea .
7 The Guardian, “Roman Abramovich and Offshore Trust Transfers,” January 6, 2023, https://www.theguardian.com/world/2023/jan/06/roman-abramovich-trusts-transfer-leak-russia-sanctions
8 “Games od Sanctions: How Russia Outmaneuvered the West” da pag. 144 https://issuu.com/progessionalglobaloutreach.com/docs/julymagazine
15 https://meduza.io/en/brief/2019/03/06/the-real-russia-today?utm_source=chatgpt.com
16 https://www.interfax.ru/business/653079
17 https://www.interfax.ru/business/653079
19 https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/2025/12/01/ucraina-zelensky-la-russia-non-puo-essere-ricompensata_dc4722b9-fc91-4781-81cd-9422fa6598db.html?utm_source=chatgpt.com ; https://en.ilsole24ore.com/art/cable-dragon-nato-evaluates-more-aggressive-response-hybrid-war-moscow-league-attacks-responsibility-not-provocation-is-needed-AIxs5y?refresh_ce=1 ; https://www.ft.com/content/dbd93caa-3c62-48bb-9eba-08c25f31ab02
20 https://news.err.ee/1608767881/danske-bank-estimates-money-laundering-fines-at-2-08-billion
22 https://www.occrp.org/en/project/the-troika-laundromat?utm_source=chatgpt.com ; https://www.occrp.org/en/project/the-troika-laundromat/russian-bank-was-at-heart-of-major-money-laundering-operation?utm_source=chatgpt.com ; https://www.icij.org/investigations/russia-archive/troika-laundromat-reveals-russian-banks-8-8bn-offshore-scheme/?utm_source=chatgpt.com ; https://avim.org.tr/en/Bulten/LITHUANIAN-BANK-NAMED-IN-NEW-EU-LAUNDROMAT-LEAK?utm_source=chatgpt.com
25 https://www.eca.europa.eu/Lists/ECADocuments/SR21_13/SR_AML_IT.pdf ; https://www.transparency.it/informati/news/antiriciclaggio-anti-money-laundering-package-unione-europea?utm_source=chatgpt.com ; https://www.transparency.it/informati/news/antiriciclaggio-anti-money-laundering-package-unione-europea?utm_source=chatgpt.com
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27 Sarotte, M.E. 2021. Non un pollice: America, Russia, and the Making of Post-Cold War Stalemate. New Haven: Yale University Press. https://en.wikipedia.org/wiki/Not_One_Inch
28 Giles, Keir. 2025. Le regole di Mosca: Cosa spinge la Russia a confrontarsi con l’Occidente. Wikipedia. https://en.wikipedia.org/wiki/Keir_Giles
29 Consilium. 2025. “Cronologia: L’aggressione militare della Russia contro l’Ucraina”. Consiglio dell’Unione europea. https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-solidarity-ukraine/timeline-russia-military-aggression-against-ukraine/
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31 The Guardian. 2023. “Roman Abramovich e i trasferimenti fiduciari offshore”. https://www.theguardian.com/world/2023/jan/06/roman-abramovich-trusts-transfer-leak-russia-sanctions
32 Le Monde. 2025. “I procuratori francesi sequestrano le proprietà della famiglia di un dirigente d’azienda ucraino”. https://www.lemonde.fr/en/les-decodeurs/article/2025/05/02/french-prosecutors-seize-properties-of-ukrainian-business-executive-s-family_6740840_8.html
33 Consilium. 2025. “Minacce ibride russe: L’UE elenca nove persone e sei entità responsabili di azioni destabilizzanti”. https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2025/07/15/russian-hybrid-threats-eu-lists-nine-individuals-and-six-entities-responsible-for-destabilising-actions-in-the-eu-and-ukraine/
34 AP News. 2025. “UK Smantella Reti di Riciclaggio Legate a Oligarchi Russi”. https://apnews.com/article/0ccbf95cf4bb0f9dd20c8aa3ea1e1ef2
35 Bratko, Artem, et al. 2023. “Guerra ibrida – una minaccia per la sicurezza nazionale dello Stato”. Journal of Defense Studies. https://dialnet.unirioja.es/descarga/articulo/8038889.pdf
36 Shultz, Richard H. e Roy Godson. 1984. Dezinformatsia: Misure attive nella strategia sovietica. Washington, DC: Pergamon-Brassey’s. https://en.wikipedia.org/wiki/Dezinformatsia_ (libro).
37 Dugin, Aleksandr. Fondamenti di geopolitica: Il futuro geopolitico della Russia. https://en.wikipedia.org/wiki/Foundations_of_Geopolitics
