Gli eventi verificatisi negli ultimi giorni nel Regno Unito e sul volo Flydubai FZ1073 delineano un quadro di sicurezza nel quale la minaccia iraniana o collegata all’ecosistema strategico di Teheran deve essere considerata come una delle principali ipotesi investigative, pur con livelli di evidenza molto differenti nei singoli casi.
Il primo caso documentato riguarda la base della Royal Air Force di Fairford, infrastruttura militare utilizzata dagli Stati Uniti anche nel quadro delle operazioni contro obiettivi iraniani.

La base RAF di Fairford
(immagini Google Earth)
Cinque cittadini britannici sono stati fermati nei pressi della base il 27 settembre. Nei mezzi di trasporto utilizzati dal gruppo non sono stati trovati ordigni esplosivi improvvisati, bensì nafta. Un dato che in apparenza può apparire banale, ma una considerazione più approfondita può condurre a riflettere sul luogo ove il gruppo di soggetti è stato sottoposto a fermo.
La presenza di folta vegetazione e di campi coltivati nei pressi della base militare può far presupporre la presenza di ampie quantità di fertilizzanti che, in considerazione della loro composizione chimica a base di Nitrato d’ammonio, agiscono come un potentissimo agente ossidante. Quando miscelato in giusta proporzione con un combustibile liquido come la nafta, si ottiene una miscela esplosiva ampiamente utilizzata nel settore minerario, nelle cave e nelle demolizioni civili per via del suo costo ridotto e della relativa stabilità prima dell’innesco. Un dato non trascurabile anche in considerazione dell’apparente inoffensibilità dei materiali se considerati distinti tra loro e della liceità del possesso.
Il 1° ottobre la Counter Terrorism Policing britannica ha annunciato un ulteriore arresto: un uomo con doppia cittadinanza britannica e iraniana, sospettato di preparazione di atti terroristici. La stessa polizia ha confermato che una delle linee investigative riguarda il possibile coinvolgimento di uno Stato straniero.
Il secondo episodio riguarda Manchester, dove due cittadini iraniani, Salam Ahmadyan e Rahman Salehi, sono stati formalmente incriminati il 2 ottobre per la preparazione di un attentato contro la comunità ebraica. Secondo la Metropolitan Police, i due sarebbero stati in contatto con una terza persona all’estero che potrebbe trovarsi in Iran. L’indagine avrebbe inoltre accertato attività di ricerca di materiali per la costruzione di ordigni e ricognizione di potenziali obiettivi. Londra ha precisato che il procedimento Manchester e l’indagine Fairford non risulterebbero collegati. La loro contemporaneità e la comune emersione di elementi iraniani assumono però un rilevante valore strategico.
L’impianto accusatorio, non si ferma alla semplice fase delle intenzioni. Gli investigatori contestano una serie di attività preparatorie precise, ovvero, le comunicazioni attraverso applicazioni criptate per procurarsi componenti necessari alla costruzione di un ordigno artigianale, l’acquisizione di un documento intitolato “steps for making [a] powder chlorine and car brake oil/fluid bomb” (quindi istruzioni per realizzare un ordigno utilizzando cloro in polvere e liquido dei freni), l’acquisizione di video con istruzioni per fabbricare o assemblare un improvised explosive device, IED, la ricerca e approvvigionamento di liquidi, componenti e attrezzature necessari alla costruzione dell’ordigno, le ricerche sul Web per individuare possibili bersagli, la raccolta di fotografie, planimetrie e mappe dei potenziali obiettivi ed in ultimo, le ricognizioni fisiche nei luoghi presi in considerazione per l’attacco.
Il bersaglio individuato dalla polizia è la comunità ebraica nell’area di Manchester. Il Counter Terrorism Policing sostiene che l’operazione abbia consentito di «disrupt», cioè interrompere, un complotto terroristico prima che arrivasse alla fase esecutiva. Il vice assistant commissioner Vicki Evans, coordinatrice nazionale senior dell’antiterrorismo britannico, ha definito le accuse «extremely serious» e ha precisato che al momento non viene considerata esistente una minaccia residua immediata per il pubblico.
Anche in questo caso l’elemento fondamentale è l’acclarato contatto con l’Iran.
La polizia antiterrorismo britannica sostiene che Ahmadyan e Salehi sarebbero stati in contatto con una terza persona all’estero, collegata al complotto. Gli investigatori ritengono che questo soggetto possa trovarsi in Iran. La formulazione ufficiale, ripresa anche da Reuters, è prudente: “an overseas third-party who may be in Iran”. Non significa, allo stato attuale, che Londra abbia formalmente attribuito l’operazione al governo iraniano, al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica o al Ministero dell’Intelligence. Significa però che la pista iraniana è già formalmente inserita nell’indagine, e non nasce da indiscrezioni giornalistiche.
Il Financial Times aggiunge che gli investigatori stanno esaminando proprio i rapporti con questa terza figura e colloca la vicenda nel più ampio problema delle operazioni iraniane o filo-iraniane contro obiettivi ebraici, israeliani e dissidenti all’estero.
Le fonti britanniche concordano sul fatto che entrambi i soggetti sarebbero entrati nel Regno Unito attraversando la Manica su small boats, quindi attraverso la rotta migratoria irregolare.
Secondo Jewish News, Financial Times e The Times, gli arrivi risalirebbero rispettivamente al 2020 e al 2023. Uno dei due avrebbe già ottenuto asilo, mentre la domanda dell’altro sarebbe ancora pendente. Il ministro dell’Interno Shabana Mahmood ha confermato pubblicamente che entrambi erano arrivati con piccole imbarcazioni «several years ago».
È un dettaglio non trascurabile perché porta a due filoni distinti: la verifica dei controlli effettuati al momento dell’ingresso e dell’asilo, e soprattutto la possibilità che la radicalizzazione o il reclutamento siano avvenuti successivamente all’arrivo nel Regno Unito.
I due sono stati fermati nell’area del Northern Quarter di Manchester il 20 settembre. Questa data del fermo non è un elemento da sottovalutare poichè avvenuti alla vigilia dello Yom Kippur, quando migliaia di ebrei britannici si recano nelle sinagoghe. La tempistica ha quindi un evidente significato operativo, anche se l’accusa non ha ancora chiarito pubblicamente quale sinagoga, centro comunitario o evento specifico fosse stato scelto come obiettivo definitivo.
Tutta la vicenda assume un peso ancora maggiore perché arriva circa un anno dopo l’attacco del 2 ottobre 2025 alla Heaton Park Hebrew Congregation Synagogue, nel nord di Manchester, in cui morirono due persone.
Il precedente inquietante di Manchester
Manchester era già stata teatro di un altro complotto terroristico contro la comunità ebraica, completamente distinto da questo. Infatti, nel dicembre 2025, Walid Saadaoui e Amar Hussein furono condannati per aver pianificato un attentato ispirato allo Stato Islamico. Il piano prevedeva quattro AK-47, due pistole e circa 900 munizioni e avrebbe dovuto iniziare colpendo una manifestazione contro l’antisemitismo nel centro di Manchester per poi spostarsi in un quartiere a forte presenza ebraica. Nel febbraio 2026 i due sono stati condannati all’ergastolo, con termini minimi rispettivamente di 37 e 26 anni.
Il terzo caso è il tentato dirottamento del volo Flydubai FZ1073, diretto da Dubai a Tel Aviv. Le autorità degli Emirati Arabi Uniti hanno formalmente stabilito che il copilota ha iniziato l’esecuzione di un piano terroristico, aggredendo il comandante con la crash axe presente nella cabina e tentando di impossessarsi dei comandi dell’aereo. L’inchiesta è tuttora in corso per determinare movente, collegamenti e possibili complicità.
Il sospettato è stato identificato da più fonti come Hamam al-Hammami, cittadino omanita, già allontanato dall’attività di volo in Oman a causa di sospetti relativi alle sue convinzioni islamiste. Le informazioni finora disponibili indicano una radicalizzazione precedente all’assunzione presso Flydubai. Al momento rimane in sospeso la prova dell’esistenza di un collegamento diretto con l’Iran.
Fairford e Manchester presentano già elementi iraniani inseriti formalmente nelle indagini britanniche. FZ1073 presenta invece un attentatore radicalizzato e un obiettivo israeliano, ma nessun collegamento iraniano finora dimostrato. Il caso resta tuttavia compatibile con uno scenario nel quale un soggetto già radicalizzato venga sfruttato, orientato o facilitato da una struttura esterna.
È precisamente questo tipo di utilizzo indiretto dell’operatore terminale che caratterizza da anni il modus operandi attribuito agli apparati di sicurezza iraniani.
Il contesto strategico britannico
L’elemento centrale per comprendere il tentativo di colpire la base RAF di Fairford è la natura dell’obiettivo.
La base costituisce una “forward operating location” di particolare importanza per le forze statunitensi e nel 2026 è stata utilizzata nell’ambito delle operazioni contro capacità militari iraniane. Un’azione contro Fairford avrebbe quindi un significato diverso rispetto a un attentato contro un obiettivo occidentale generico: colpirebbe direttamente una delle infrastrutture attraverso cui Stati Uniti e Regno Unito hanno esercitato pressione militare su Teheran.
L’intercettazione dei tre veicoli, gli arresti dei cinque cittadini britannici e il rinvenimento di nafta hanno inizialmente lasciato aperte diverse possibilità, compresa quella di un’azione dimostrativa o preparatoria. È tuttavia la successiva evoluzione dell’indagine a rendere il caso particolarmente significativo. La Counter Terrorism Policing ha dichiarato pubblicamente che gli investigatori stanno verificando l’eventualità di un coinvolgimento straniero. Il successivo arresto di un cittadino britannico-iraniano ha introdotto nel fascicolo un primo collegamento personale con l’Iran.
Il dato non permette di attribuire l’azione a Teheran. La nazionalità, da sola, non costituisce una prova di attività per conto di uno Stato. Ma il valore dell’indizio cambia quando viene inserito nel contesto più ampio delle valutazioni britanniche sull’attività iraniana nel Regno Unito. Il governo britannico ha ormai pubblicamente riconosciuto che la Forza Quds e l’Intelligence Organisation del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, insieme al Ministry of Intelligence and Security iraniano, appartengono al dispositivo attraverso il quale Teheran conduce attività clandestine all’estero. Una dichiarazione congiunta sottoscritta nel giugno 2026 da ventiquattro Paesi ha accusato questi apparati di complotti letali e altre attività ostili in Europa, Nord America e Australia contro dissidenti iraniani, giornalisti e comunità e interessi ebraici e israeliani. Il documento sottolinea inoltre esplicitamente la relazione di lunga durata tra i servizi iraniani e gruppi criminali locali e internazionali.
Ma il passaggio successivo appare ancora più rilevante.
Nel luglio 2026 il Foreign, Commonwealth and Development Office britannico ha convocato il rappresentante diplomatico iraniano attribuendo alla Forza Quds la direzione di gruppi proxy responsabili di una serie di attacchi in Europa. Il governo britannico ha affermato che Teheran utilizza reti criminali e formazioni intermediarie per realizzare operazioni mantenendo una distanza formale dagli esecutori.
La documentazione relativa al National Security State Threats Act 2026 compie un ulteriore salto analitico: Londra valuta che membri della Forza Quds si trovassero dietro l’Islamic Movement of the Companions of the Right e ritiene quasi certo che abbiano diretto gli attacchi compiuti dall’organizzazione in Europa. Lo stesso documento descrive la Forza Quds come struttura capace di mantenere e gestire reti clandestine di intelligence su scala mondiale.
Fairford deve essere quindi analizzata all’interno di un contesto nel quale il possibile utilizzo di cittadini britannici come esecutori o facilitatori non costituirebbe un’anomalia, ma sarebbe compatibile con un modello operativo già riconosciuto ufficialmente dalle autorità britanniche.
Manchester e l’emersione di un secondo fronte
Il caso di Manchester rafforza questo quadro. Salam Ahmadyan e Rahman Salehi, entrambi cittadini iraniani, sono stati arrestati il 20 settembre e formalmente incriminati il 2 ottobre con l’accusa di preparazione di atti terroristici contro la comunità ebraica della città. Secondo l’accusa, avrebbero cercato materiali e informazioni per la costruzione di un ordigno, utilizzato comunicazioni criptate e svolto ricognizioni sui possibili bersagli.
L’elemento più importante ai fini intelligence è la presenza di una terza figura.
La Metropolitan Police afferma che i due sarebbero stati in contatto con un interlocutore all’estero che potrebbe trovarsi in Iran. La formulazione è prudente e non identifica né il governo iraniano né uno specifico servizio di intelligence come mandante. Inserisce però formalmente il territorio iraniano nella catena dei contatti investigati.
Le informazioni raccolte nel dossier precedente indicavano già l’esistenza di comunicazioni criptate, ricerca di componenti per ordigni, raccolta di materiale informativo e attività di ricognizione.
Non esiste attualmente un collegamento investigativo tra Manchester e RAF Fairford e la polizia britannica lo ha specificato.
Ciò non impedisce tuttavia una valutazione strategica congiunta.
Nello spazio di pochi giorni, nel Regno Unito emergono due procedimenti separati nei quali compare un elemento iraniano: in uno un doppio cittadino britannico-iraniano in un’indagine relativa a una base utilizzata contro l’Iran; nell’altro due iraniani accusati di pianificare un attentato contro obiettivi ebraici e collegati, secondo l’accusa, a una terza persona potenzialmente presente in Iran.
Dal punto di vista dell’intelligence, la simultaneità non prova una regia comune, ma costituisce un indicatore che merita approfondimento.
Il modello iraniano già individuato da ofcsreport.it
Il quadro che emerge dalle attuali inchieste britanniche coincide in misura significativa con un modello che OFCS Report aveva descritto in più occasioni negli anni precedenti.
OFCS aveva indicato la capacità del Vevak, denominazione comunemente utilizzata per il Ministero iraniano dell’Intelligence e della Sicurezza, di sviluppare reti di agenti e soggetti di supporto in Europa, anche attraverso coperture civili e diplomatiche. In un’analisi dedicata alle attività iraniane sul continente veniva riportata l’esistenza di cellule dormienti e reti di intelligence capaci di operare autonomamente, mantenendo tuttavia la possibilità di essere attivate in caso di necessità.
Un’altra analisi di OFCS ha descritto il possibile impiego delle cellule dormienti di Hezbollah e dell’Unità 840 dei Guardiani della Rivoluzione in caso di escalation con l’Occidente, sottolineando che la funzione di queste strutture non deve necessariamente consistere nell’esecuzione immediata di un attentato. Possono essere utilizzate per osservazione, raccolta informativa, supporto logistico, facilitazione dei movimenti e preparazione degli obiettivi.
La stessa testata aveva inoltre evidenziato il ricorso a gruppi criminali europei o a soggetti reclutati localmente per compiere azioni contro interessi israeliani, un modello successivamente riconosciuto anche dai servizi di sicurezza svedesi e oggi richiamato esplicitamente dalla documentazione britannica.
OFCS aveva affrontato specificamente anche la possibilità di un’attivazione del dispositivo iraniano contro il Regno Unito, ipotizzando già nel 2019 il ricorso alla guerra asimmetrica e alle cellule clandestine contro interessi britannici nel caso di un aggravamento dello scontro con Teheran.
In analisi successive veniva indicato un ulteriore livello del sistema: la supervisione del Vevak sulle cellule riconducibili a Hezbollah e il coordinamento con la Forza Quds e con strutture dei Pasdaran operanti oltre i confini iraniani.
Queste valutazioni non possono essere utilizzate per attribuire automaticamente gli eventi attuali all’Iran. Assumono però un valore maggiore alla luce della successiva documentazione ufficiale britannica, che oggi riconosce apertamente l’utilizzo iraniano di proxy, criminal networks e strutture intermediarie per operazioni in Europa.
Liwa Fatemiyoun e la nazionalità dell’operatore
Uno degli errori più rilevanti nell’analisi delle attività clandestine iraniane sarebbe considerare la cittadinanza dell’esecutore come prova della cittadinanza o dell’identità dello sponsor.
Il caso della Liwa Fatemiyoun dimostra il contrario.
La formazione è costituita prevalentemente da cittadini afghani, in particolare della comunità sciita hazara, reclutati, organizzati e impiegati sotto l’influenza della Forza Quds per operazioni funzionali agli interessi iraniani in Siria.
OFCS aveva già collocato la Fatemiyoun all’interno della stessa architettura strategica composta da Forza Quds, Hezbollah, milizie sciite irachene e Houthi, sottolineando l’utilizzo iraniano di formazioni locali o straniere come moltiplicatori della propria capacità di intervento.
Il valore analitico della Fatemiyoun non consiste quindi soltanto nella sua attività militare.
Dimostra un principio più generale: Teheran è in grado di individuare personale straniero, reclutarlo, addestrarlo e inserirlo in una struttura operativa senza necessità che l’esecutore sia iraniano.
Lo stesso principio è rintracciabile nella Zaynabiyoun, composta prevalentemente da cittadini pakistani, nelle organizzazioni irachene vicine alla Forza Quds, nelle reti di Hezbollah e, in una forma differente, nell’utilizzo di organizzazioni criminali e intermediari occidentali. La nazionalità dell’asset diventa quindi uno strumento di compartimentazione.
L’asset può essere britannico, afghano, pakistano, iracheno, libanese oppure cittadino di un Paese apparentemente estraneo allo scontro. Ciò che conta è il rapporto operativo, finanziario o informativo che lo collega a un intermediario e, attraverso questo, allo sponsor. Questo modello assume particolare interesse sia nel caso RAF Fairford sia nel caso FZ1073.
Il volo Flydubai FZ1073
Il 30 settembre il volo FZ1073 decollava da Dubai diretto a Tel Aviv. Le prime comunicazioni avevano descritto una generica altercation nella cabina di pilotaggio. Il quadro è oggi completamente diverso.
Il 3 ottobre il procuratore generale degli Emirati Arabi Uniti ha annunciato ufficialmente che l’inchiesta ha accertato l’avvio dell’esecuzione di un piano terroristico. Il copilota ha aggredito il comandante all’interno della cabina utilizzando la crash axe e ha tentato di assumere il controllo dei comandi e provocando uno stallo ed una successiva picchiata compatibili con la volontà di far schiantare l’aereo a terra. Questa formulazione è significativa anche rispetto al primo mandato investigativo emiratino.
Già il 1° ottobre la Procura aveva disposto di verificare non soltanto una possibile finalità terroristica, ma anche l’esistenza di pianificazione precedente o di una eventuale direction, cioè una direzione dell’azione proveniente da soggetti diversi dall’esecutore materiale. Il copilota viene identificato da più fonti come Hamam al-Hammami, cittadino omanita nato negli Emirati Arabi Uniti e proveniente da una famiglia con legami siriani.

Hamam al-Hammami
Secondo le informazioni raccolte da fonti internazionali, al-Hammami aveva precedentemente lavorato nel settore aeronautico omanita ma era stato rimosso dall’attività di volo a causa di preoccupazioni riguardanti le sue convinzioni estremiste. Successivamente era riuscito a tornare nell’aviazione commerciale e a essere assunto da Flydubai. Associated Press conferma che l’inchiesta sta cercando di comprendere come un soggetto già segnalato per estremismo abbia superato successivi controlli e ottenuto nuovamente accesso a una cabina di pilotaggio.
Le informazioni contenute nel dossier finora raccolto indicano inoltre un possibile periodo trascorso in Siria e la presenza sui profili social attribuiti al pilota di contenuti riferibili all’immaginario jihadista. Tali elementi rafforzano l’ipotesi di una radicalizzazione precedente all’attacco ma non provano l’appartenenza a una specifica organizzazione.
La questione decisiva riguarda il movente operativo. Secondo fonti investigative riportate nel dossier, al-Hammami avrebbe ammesso durante gli interrogatori che il proprio obiettivo era far precipitare l’aereo in territorio israeliano. Tale informazione non risulta ancora formalizzata nel comunicato della Procura emiratina e deve quindi rimanere attribuita alle fonti che la riportano. Se confermata, la dinamica assumerebbe un significato strategico preciso. L’aereo non sarebbe stato soltanto il luogo dell’attacco. Sarebbe stato lo strumento destinato a colpire Israele.
Il possibile coinvolgimento iraniano nel caso FZ1073
Il caso Flydubai richiede maggiore prudenza rispetto ai dossier britannici. Non esiste attualmente alcuna prova pubblica che colleghi al-Hammami alla Forza Quds, al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, al Vevak, agli Houthi o ad altra struttura controllata da Teheran. Anzi, gli indicatori ideologici finora emersi appaiono maggiormente compatibili con una radicalizzazione jihadista sunnita.
Questo dato non chiude tuttavia il problema dell’eventuale sfruttamento indiretto, anche sulla scorta delle evidenze storiche degli ultimi anni che hanno posto in evidenza un superamento della divisione tra dottrine sunnite e sciite quando esse convergano sull’obiettivo primario: la guerra contro Israele e l’Occidente.
L’Iran ed i suoi proxy, Hezbollah ed Ansar Allah, ha dimostrato in più teatri di essere pragmatico nella scelta degli operatori e degli intermediari. Il ricorso a criminali privi di adesione ideologica sciita, a cittadini stranieri e a soggetti reclutati per specifiche funzioni dimostra che l’identità politica o religiosa dell’esecutore terminale non coincide necessariamente con quella dello sponsor.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha nel frattempo alzato il livello dell’accusa. Il premier israeliano ha affermato che il quadro investigativo starebbe diventando più chiaro e che il copilota avrebbe subito una radicalizzazione islamista e sarebbe salito a bordo con l’intenzione di far precipitare l’aereo con i passeggeri. Netanyahu ha aggiunto che Israele sta verificando se l’uomo abbia agito autonomamente oppure sia stato “mandato” da qualcuno. Quest’ultimo punto resta quindi completamente aperto: le autorità stanno ancora cercando di stabilire se si sia trattato di un lone actor oppure di un soggetto legato a un’organizzazione estremista o a una struttura esterna.
Dagli elementi finora a disposizione, si delinea un profilo in base al quale Hamam al-Hammami, di nazionalità omanita con madre siriana, sia stato impiegato presso l’Oman Air per diversi anni venendo poi rimosso dall’attività di volo per timori riguardanti sue presunte posizioni estremiste. Successivamente era stato assunto prima dalla Royal Air Maroc e quindi da Flydubai.
Dalle sue dichiarazioni rese durante gli interrogatori è emerso che il soggetto era intenzionato a far precipitare il volo Flydubai in territorio israeliano. Una confessione riportata da fonti investigative attraverso media israeliani, ma non ancora resa pubblica in un verbale ufficiale.
L’aggiornamento rafforza molto il filone sul possibile “11 settembre mancato” non essendo più soltanto davanti all’ipotesi di un gesto suicidario improvviso. Se verrà confermata la confessione sull’intenzione di schiantare l’aereo in Israele, diventano centrali premeditazione, radicalizzazione, falle nei controlli di Flydubai e soprattutto l’eventuale esistenza di un mandante o di una rete esterna.
L’analisi completa deve quindi mantenere aperti due distinti scenari
Il primo è quello, attualmente maggiormente sostenuto dagli elementi pubblici, di un individuo radicalizzato che ha ideato autonomamente l’attacco.
Il secondo è quello di un individuo già radicalizzato e quindi utilizzabile, individuato o orientato successivamente da un soggetto esterno.
Questo secondo scenario può essere dimostrato soltanto attraverso elementi operativi: comunicazioni, finanziamenti, rapporti personali, viaggi, account intermedi, istruzioni ricevute, eventuali contatti durante il soggiorno in Siria o collegamenti con Yemen, Iran o altre strutture clandestine. L’assenza di cittadinanza iraniana non avrebbe, in tal caso, particolare valore escludente.
Una valutazione complessiva
Il quadro britannico è oggi quello che presenta gli indicatori più consistenti.
Il governo di Londra ha già attribuito alla Forza Quds la direzione di precedenti operazioni proxy in Europa e ha pubblicamente denunciato attività di IRGC Intelligence Organisation, Forza Quds e Ministry of Intelligence and Security contro comunità ebraiche, interessi israeliani e dissidenti. A questo contesto si aggiungono contemporaneamente RAF Fairford e Manchester.
Nel primo caso compare un cittadino britannico-iraniano all’interno di un’indagine su attività sospette contro una base strategicamente collegata alle operazioni contro Teheran.
Nel secondo abbiamo due cittadini iraniani formalmente accusati di aver preparato un attentato contro obiettivi ebraici e un presunto interlocutore che potrebbe trovarsi in Iran.
Le due inchieste sono indipendenti ma entrambe compatibili con la minaccia che Londra descrive da mesi: operazioni indirette, compartimentate, affidate a proxy, intermediari o reti criminali che permettono allo sponsor di mantenere un margine di negazione plausibile. Il modello era stato più volte descritto nelle analisi di OFCS Report: Vevak e Pasdaran per la direzione o il supporto clandestino, Forza Quds per la proiezione esterna, Hezbollah e altri proxy per la componente operativa, Liwa Fatemiyoun come dimostrazione della capacità iraniana di trasformare cittadini stranieri in strumenti dei propri obiettivi strategici, reti criminali e cellule dormienti per le attività in territorio occidentale.
Le attuali evidenze britanniche non permettono ancora di affermare che Fairford o Manchester siano stati ordinati direttamente dalla leadership iraniana. Permettono però di affermare che la possibilità di un coinvolgimento iraniano non costituisce più una costruzione teorica o esclusivamente giornalistica. È una linea investigativa formalmente aperta in entrambi i contesti, con livelli differenti di evidenza.
Nel caso FZ1073 il quadro è più debole rispetto all’Iran. Esiste ormai certezza ufficiale sul carattere terroristico dell’azione e sulla pianificazione. Esiste un profilo personale di radicalizzazione antecedente. Non esiste invece ancora il ponte operativo verso Teheran o verso Ansar Allah.
La principale domanda, a livello di Intelligence è pertanto diversa nei tre dossier. Per Fairford occorre individuare l’eventuale catena che collega i cittadini britannici e il doppio cittadino britannico-iraniano a un soggetto statale o para-statale. In relazione a Manchester occorre identificare il terzo interlocutore in Iran e stabilire se operasse autonomamente o per conto di uno degli apparati di sicurezza della Repubblica islamica. Per il volo FZ1073 occorre stabilire se Hamam al-Hammami sia un lone actor radicalizzato oppure se la sua radicalizzazione sia stata individuata e sfruttata da una struttura esterna.
Conclusione
Gli eventi delle ultime settimane mostrano un innalzamento significativo del livello della minaccia contro obiettivi occidentali, israeliani ed ebraici. Il Regno Unito costituisce attualmente il teatro più rilevante.
Il modello iraniano di proiezione indiretta è ormai riconosciuto non soltanto dalle analisi specialistiche, ma dalla stessa documentazione ufficiale britannica. Teheran dispone di una pluralità di strumenti: servizi di intelligence, Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, Forza Quds, proxy militari, organizzazioni intermediarie, reti criminali e cittadini stranieri reclutati per funzioni operative. Il vantaggio strategico consiste proprio nella possibilità di non utilizzare direttamente un agente iraniano chiaramente riconoscibile.
Il livello statale può rimanere distante dall’azione attraverso più passaggi intermedi, affidando ricognizione, logistica, sabotaggio o esecuzione a soggetti che apparentemente non presentano alcun legame con Teheran. È la logica già osservata nella Liwa Fatemiyoun su scala militare e nelle reti criminali europee sul piano clandestino. Il caso della base RAF di Fairford presenta oggi indicatori compatibili con questo schema. Manchester presenta un collegamento investigativo ancora più esplicito con un interlocutore potenzialmente situato in Iran. Flydubai FZ1073 presenta invece un terzo modello: quello dell’insider radicalizzato collocato all’interno di un’infrastruttura civile critica, con accesso professionale diretto al bersaglio.
Se non esistono oggi elementi sufficienti per unificare questi episodi sotto un’unica regia, permane, però un denominatore strategico che non può essere ignorato: obiettivi britannici, occidentali, israeliani ed ebraici colpiti o individuati in un periodo nel quale gli apparati di sicurezza europei documentano una maggiore attività iraniana attraverso proxy e intermediari.
L’ipotesi di lavoro prioritaria è quella di una guerra asimmetrica distribuita, nella quale Teheran può ricorrere a livelli differenti di coinvolgimento, dal controllo diretto della Forza Quds alla semplice facilitazione, fino all’utilizzo opportunistico di soggetti già radicalizzati. Ed è proprio la distanza tra sponsor ed esecutore a rappresentare il principale elemento di forza del sistema. La chiave per stabilire quanto l’Iran sia realmente vicino ai tre distinti dossier è, quindi, insita nell’individuazione degli intermediari, più che nella nazionalità degli attentatori che, plausibilmente, celeranno le modalità di reclutamento, pianificazione e mandanti delle tre diverse azioni.
