Il mercato della sofferenza: quando il disagio diventa un percorso terapeutico
Abstract
Questo saggio analizza il crescente intreccio tra sofferenza psicologica, comunicazione digitale e mercato della salute mentale. L’ipotesi di fondo è che il problema non risieda nella psicoterapia in quanto tale, né nella legittimità della domanda di aiuto, ma nel rischio che il disagio venga progressivamente trasformato in categoria diagnostica, identità personale e, infine, domanda permanente di trattamento.
I social network possono favorire questo processo attraverso una comunicazione che privilegia il riconoscimento immediato, le spiegazioni semplici e le categorie facilmente condivisibili: la persona si riconosce in una descrizione, interpreta la propria esperienza attraverso quella categoria e può arrivare a percepire come necessaria una soluzione terapeutica prima ancora che ne sia stata verificata l’effettiva necessità.[2][3][4]
Il saggio esamina inoltre il rapporto tra psicologizzazione del disagio e condizioni ambientali e sociali,[5] interrogandosi sul rischio di trattare come problema individuale una sofferenza che può essere prodotta o mantenuta anche dal contesto nel quale la persona vive.In questa prospettiva, aiutare qualcuno a stare meglio non coincide necessariamente con l’eliminazione delle condizioni che contribuiscono al suo malessere.
Particolare attenzione viene infine dedicata al rapporto tra evidenza scientifica, comunicazione professionale e interessi economici.[9][10] Dichiarazioni di efficacia, efficienza, remissione o superiorità terapeutica richiedono di essere valutate attraverso criteri metodologici rigorosi, distinguendo ciò che è stato effettivamente dimostrato da ciò che viene semplicemente comunicato. Il vero obiettivo non è delegittimare la terapia, ma difendere il diritto di chi soffre a ricevere interventi proporzionati, verificabili e realmente orientati al proprio beneficio, senza che la sofferenza venga trasformata né in un’identità né in un abbonamento.
Introduzione
C’è qualcosa di nuovo, e al tempo stesso profondamente inquietante, nel modo in cui oggi la sofferenza psicologica viene raccontata, confezionata e venduta.
Basta aprire un social network.
Scorrono video, reel, dirette, storie, testimonianze, quiz, diagnosi improvvisate,[2][3][4] spiegazioni di pochi secondi, consigli su come riconoscere un narcisista, un manipolatore, un trauma, una relazione tossica, un attacco di panico, una dipendenza affettiva, una distorsione cognitiva. E, quasi sempre, dopo aver identificato il problema arriva la soluzione: il percorso.[2][4]
Il percorso terapeutico.
Il percorso di consapevolezza.
Il percorso di rinascita.
Il percorso per uscire dalla relazione tossica.
Il percorso per guarire dal trauma.
Il percorso per ritrovare se stessi.
Il percorso per liberarsi dai condizionamenti.
Un percorso dopo l’altro.
E dietro, quasi sempre, qualcuno che offre la propria competenza, la propria esperienza, il proprio metodo.
Naturalmente esistono psicologi e psicoterapeuti seri, preparati e scrupolosi. Esistono professionisti che svolgono un lavoro prezioso e che utilizzano responsabilmente le conoscenze scientifiche disponibili.
Ma proprio per questo occorre porre una domanda scomoda: che cosa sta succedendo quando la sofferenza psicologica diventa un prodotto comunicativo, un’identità social e infine un mercato?
Perché qui il problema non è più soltanto la psicoterapia. Il vero problema è il modo in cui una società sempre più inquieta sta imparando a interpretare se stessa.
Il social non misura il disagio. Ma misura qualcosa
I follower non sono una diagnosi epidemiologica.
Un terapeuta con un milione di follower non ha dimostrato di essere un buon terapeuta, ed il fatto che milioni di persone guardino contenuti psicologici non dimostra che milioni di persone siano malate. In questo senso se è vero che sarebbe un errore trasformare un fenomeno comunicativo in una statistica clinica, è altrettanto vero che sarebbe ingenuo ignorarlo.
E dico che sarebbe ingenuo farlo perché se una quantità enorme di persone cerca continuamente contenuti sulla propria ansia, sulle relazioni, sul trauma, sul narcisismo, sulla manipolazione, sull’autostima, sulla paura dell’abbandono, sui disturbi dell’attaccamento e su decine di altre categorie psicologiche, qualcosa ci sta dicendo.[2][4]
- Forse ci dice che esiste un disagio reale.
- Forse ci dice che le persone cercano strumenti per comprenderlo.
- Forse ci dice che il sistema sanitario non risponde abbastanza rapidamente.
- Forse ci dice che la solitudine è aumentata.
- Forse ci dice che le relazioni sono diventate più fragili.
- Forse ci dice che una parte della popolazione vive condizioni di stress che non riesce più a gestire…
Ma ci dice anche qualcosa di più inquietante: esiste ormai un mercato capace di offrire un nome, una spiegazione e, quasi sempre, un percorso [2][4] ad una quantità crescente di forme di disagio umano. E quando un mercato cresce intorno alla sofferenza, bisogna osservare con estrema attenzione ciò che viene venduto. E questo perché anche se il disagio é reale, è la spiegazione che potrebbe non esserlo.
E questa distinzione è fondamentale.
- Una persona può stare veramente male.
- Può avere paura.
- Può essere depressa.
- Può essere devastata da una separazione.
- Può vivere un lutto.
- Può essere esausta.
- Può sentirsi sola.
- Può avere attacchi di panico.
- Può vivere una condizione traumatica.
Tutto questo è reale, ma dal fatto che la sofferenza sia reale non deriva automaticamente che la spiegazione che qualcuno le attribuisce sia corretta: ed è qui che i social possono diventare pericolosi.
Pericolosi perché trasformano una situazione complessa in una formula semplice.
- “Se fai questo, hai un trauma.”
- “Se ti comporti così, sei un narcisista.”
- “Se hai paura dell’abbandono, hai un determinato stile di attaccamento.”
- “Se ti senti in colpa, sei stato manipolato.”
- “Se non riesci a dire di no, hai questo schema.”
La persona guarda il video. Si riconosce e improvvisamente il caos della propria vita assume una forma.
- Ha un nome.
- Ha un colpevole.
- Ha una spiegazione.
E soprattutto ha una soluzione: il percorso!
La spiegazione che vende meglio è quella che convince più rapidamente
Questa è una delle grandi differenze tra scienza e comunicazione commerciale, ed imparare a cogliere la differenza è fondamentale per evitare in primo luogo che sorga un problema là dove é la problematizzione del problema è la vera fonte di un disagio che finisce per impadronirsi di noi, di fagocitarci in un perverso circuito vizioso fatto di virtuosi, ma solo a parole, percorsi terapeutici che rischiano di sanare una sola cosa e farne crescere un’altra: rispettivamente il rosso e la consistenza del conto corrente bancario del terapeuta di turno.
La scienza tollera la complessità. Il social la penalizza.[2][3][4]
La scienza dice: “Potrebbero esserci diversi fattori”, ma il video deve dire: “Ecco perché ti succede!”
La scienza dice: “Non sappiamo quanto questo meccanismo sia determinante nel tuo caso.” Il reel dice: “Se fai queste cinque cose, significa che…”
La scienza distingue correlazione, causalità, probabilità e incertezza.
La comunicazione algoritmica premia per lo più la frase che produce coinvolgimento e riconoscimento immediati.[2][4]
“Se ti succede questo, sei…”
Ed è proprio per questo che risulta irresistibile: dà alla persona la sensazione –si badi bene, la sola sensazione– di essere finalmente vista e capita.
E qui nasce l’autodiagnosi di massa
Una persona guarda dieci video.
In cinque si riconosce.
Trova un articolo.
Poi un questionario.
Poi un altro.
Alla fine costruisce una teoria di sé.[2][3][4]
“Ho un trauma.”
“Ho un attaccamento evitante.”
“Ho un disturbo.”
“Attiro narcisisti.”
“Sono una persona altamente sensibile.”
“Ho una disregolazione emotiva.”
“Ho una ferita di abbandono.”
Forse alcune di queste descrizioni saranno pertinenti, ma forse anche no perché il vero problema è che la procedura attraverso cui sono state ottenute non è necessariamente diagnostica essendo per lo più una sequenza di riconoscimenti soggettivi e non oggettivi che finiscono per creare in moltissimi casi il solo vero problema: l’auto–convinzione di avere bisogno di un percorso terapeutico.[2][4]
Un percorso che la persona può finire per auto-vendersi non solo prima ancora di averlo acquistato, ma prima ancora di averne verificato la reale necessità: ed è proprio questa una delle potenze del marketing!
E la mente umana, quand’anche non volessimo considerarla straordinariamente predisposta a riconoscersi nelle descrizioni generali, può mostrare una particolare tendenza ad attribuire validità personale a descrizioni generiche presentate come individualmente significative.[16]
Il rischio è che la persona non utilizzi più la categoria per comprendere la propria esperienza, ma cominci invece a interpretare la propria esperienza attraverso la categoria: e questa è una differenza enorme.[2]
Ed infatti, come una persona che ha rubato, così come una persona che ha commesso un omicidio non sono, nell’ordine, un ladro, ovvero un assassino a tempo pieno in quanto l’essere responsabili delle proprie azioni è altro dall’essere le proprie azioni, ecco che anche l’aver vissuto una situazione traumatica, come pure l’aver affrontato un periodo di vita stressante, non fanno di noi un traumatizzato, ovvero uno stressato a vita per definizione.
Dal sintomo all’identità
C’è quindi, in definitiva, un passaggio ancora più delicato di cui tenere conto.
Infatti:
- una cosa è dire: “Sto vivendo un periodo di forte ansia.”
Altro è dire: “Sono una persona ansiosa.”
- una cosa è dire: “Ho avuto una relazione nella quale sono stato manipolato.”
Altro è dire: “Sono una vittima di relazioni tossiche.”
- una cosa è dire: “Ho difficoltà a fidarmi.”
Altro è dire: “Ho un attaccamento evitante.”
La prima descrive un’esperienza. La seconda rischia di trasformarla in identità.[2]
E quando una sofferenza diventa identità, può diventare molto più difficile uscirne, perché non stiamo più cercando soltanto di modificare un comportamento: stiamo modificando la rappresentazione che una persona, soprattutto quando attraversa un momento di fragilità, ha di se stessa.
Ed è proprio qui che il problema diventa estremamente delicato.
Perché una persona che sta male è naturalmente portata a cercare una spiegazione. Vuole capire cosa le sta accadendo, vuole dare un ordine al proprio disagio, vuole sapere perché soffre e, soprattutto, vuole sapere che esiste una via d’uscita.
È una condizione umana perfettamente comprensibile.
Ma è anche una condizione di particolare vulnerabilità alla persuasione.
Se in quel momento qualcuno propone una spiegazione semplice, immediatamente riconoscibile e apparentemente capace di dare un significato a ciò che sta accadendo, quella spiegazione può essere accolta non come un’ipotesi da verificare, ma come una verità sulla propria persona.
Ed è qui che può prodursi il passaggio più insidioso:
- prima “sto vivendo qualcosa”;
- poi “ho qualcosa”;
- infine “sono qualcosa”.[2]
È un passaggio tutt’altro che banale.
Perché una condizione transitoria può così trasformarsi, almeno nella percezione della persona, in una caratteristica stabile di sé.
- Il disagio diventa categoria.
- La categoria diventa interpretazione.
- L’interpretazione diventa identità.
E l’identità può diventare il punto di partenza per un nuovo bisogno: il bisogno di essere “curati” da ciò che ormai percepiamo come parte di noi.
È precisamente qui che entra in gioco il marketing.
Non è necessario immaginare che ogni terapeuta manipoli deliberatamente il proprio paziente. Sarebbe una generalizzazione tanto facile quanto ingiusta.
Il problema è un altro: le tecniche di persuasione utilizzate dalla comunicazione commerciale possono funzionare anche quando il prodotto che si vende non è un oggetto, ma una spiegazione.
E nel campo della sofferenza psicologica la spiegazione può essere un prodotto potentissimo.
Prima si cattura l’attenzione.
Poi si produce riconoscimento.
Quindi si attribuisce un significato all’esperienza.
Infine si propone una soluzione.
Il meccanismo può essere riassunto in una sequenza tanto semplice quanto inquietante:
il problema viene identificato; la persona si riconosce nel problema; il problema entra nella rappresentazione che la persona ha di sé; e, a quel punto, compare il percorso destinato a risolverlo.
Non è necessario che ci sia una cospirazione.
Non è necessario che ci sia neppure una deliberata volontà di ingannare.
È sufficiente che esista un mercato nel quale la definizione del problema e la vendita della soluzione possano finire per alimentarsi reciprocamente.
Ed è proprio per questo che il livello di rigore dovrebbe essere massimo.
Perché quando il prodotto è una crema, un’automobile o un paio di scarpe, il consumatore può giudicare abbastanza facilmente se ciò che ha acquistato corrisponde alle proprie aspettative.
Ma quando il prodotto è un’interpretazione della propria persona, il discorso cambia radicalmente.
Se qualcuno ci convince di avere una ferita, un trauma, un disturbo, uno schema, un particolare stile di attaccamento o una determinata forma di vulnerabilità, non ci sta semplicemente vendendo qualcosa. Sta contribuendo a costruire la lente attraverso la quale guarderemo noi stessi.
Ed è proprio qui che la salute mentale non può più essere trattata come un mercato qualsiasi.
Perché una cosa è aiutare una persona a comprendere la propria sofferenza; un’altra è convincerla che la propria sofferenza definisca chi è; e un’altra ancora è farle credere che, per tornare ad essere la fatidica “se stessa”, come se esistesse da qualche parte un sé autentico, originario e perduto al quale fosse possibile semplicemente fare ritorno, debba necessariamente intraprendere un percorso.
“Devi ritrovare te stessa.” È una delle formule più efficaci della psicologia da bancone e forse proprio per questo meriterebbe di essere guardata con maggiore sospetto. Perché che cosa significa, esattamente, “ritrovare se stessi”? Qual è il sé che sarebbe stato perduto? Quando è stato perduto? Come facciamo a sapere che esistesse prima? E soprattutto: come possiamo stabilire quando è stato ritrovato?
La forza di questa espressione sta probabilmente proprio nella sua straordinaria elasticità. È una frase nella quale quasi chiunque può riconoscersi: chi è stanco; chi è depresso; chi ha concluso una relazione; chi ha fallito; chi attraversa una crisi o chi semplicemente non è soddisfatto della propria vita.
È una sorta di frase-calderone, sufficientemente vaga da adattarsi a esperienze profondamente diverse e sufficientemente evocativa da lasciare a ciascuno l’impressione di essere stata pronunciata esattamente per lui. Ed è proprio questa genericità a renderla comunicativamente potente.
Ma una formula che può adattarsi praticamente a chiunque rischia di spiegare molto poco. Se non esiste una definizione operativa di ciò che significa “ritrovare se stessi”, se non esiste un criterio con cui stabilire quale fosse il problema e se non esiste un criterio con cui verificare che quel problema sia stato effettivamente risolto, che cosa stiamo realmente misurando? La soddisfazione del paziente? La sua percezione soggettiva? La sua capacità di raccontare diversamente la propria storia? Un effettivo cambiamento comportamentale? Una riduzione dei sintomi? Un miglioramento della qualità della vita? Sono cose diverse. E confonderle significa trasformare una metafora suggestiva in una presunta evidenza di cambiamento.
Il problema, quindi, non è la frase in sé. Il problema nasce quando una metafora viene utilizzata come se fosse una diagnosi e un percorso viene proposto come se fosse la conseguenza necessaria di quella diagnosi. Perché a quel punto la sequenza diventa quasi perfetta: ti convinco che ti sei perso; ti spiego perché ti sei perso; ti propongo il percorso per ritrovarti.
E se il concetto di “ritrovare te stesso” è sufficientemente elastico, sarà praticamente impossibile stabilire quando il percorso abbia davvero raggiunto il suo obiettivo. Ed è qui che una parola apparentemente innocua — percorso — può assumere un significato economicamente molto concreto. Perché un percorso senza una destinazione definita può durare indefinitamente. E un percorso indefinito, quando viene pagato, rischia di diventare una cosa molto precisa: un rapporto commerciale senza una naturale scadenza.
Il mercato ha bisogno di clienti, non necessariamente di guarigioni
Anche se non sto affatto dicendo che gli psicologi vogliono mantenere malati i propri pazienti, –e non lo sto affermando anche perché il farlo si configurerebbe come una generalizzazione ingiustificata e non dimostrata–, resta però un fatto difficilmente eludibile: la psicoterapia è anche un’attività economica e, come ogni mercato, ha bisogno di domanda.
Una domanda che può crescere quando cresce la percezione individuale di avere un problema.
Questo non significa che il problema sia inventato.
Significa che esiste un incentivo strutturale a definire sempre nuovi problemi, nuove categorie, nuove vulnerabilità, nuove spiegazioni e nuovi percorsi.[9]
E i social sono perfetti per questo.
- Un problema complesso viene ridotto a un contenuto di trenta secondi;
- il contenuto genera identificazione;
- l’identificazione genera coinvolgimento;
- il coinvolgimento genera follower;
- i follower generano autorevolezza percepita (ovvero, per meglio dire, l’elevata visibilità si presta ad essere interpretata spesso e volentieri come un segnale di autorevolezza)
- l’autorevolezza genera clienti;
- ed il cliente entra nel percorso.[2][4]
È un circuito economico e comunicativo.
Non è necessario che qualcuno abbia progettato una truffa perché il sistema possa produrre questo risultato. È sufficiente che gli incentivi funzionino in quella direzione.
Il paradosso della società terapeutica
Viviamo in una società che sembra avere una quantità crescente di strumenti per parlare di salute mentale.[5]
Mai come oggi abbiamo avuto accesso a psicologi, psicoterapeuti, divulgatori, podcast, libri, corsi, app, test, community, gruppi di supporto e contenuti psicologici.
E contemporaneamente milioni di persone sembrano percepirsi come psicologicamente fragili, traumatizzati, disfunzionali, manipolati, ansiosi o incapaci di gestire le proprie emozioni.
Possiamo certamente interpretarlo come un aumento della consapevolezza, ma dobbiamo avere il coraggio di considerare anche un’altra ipotesi: forse stiamo imparando a medicalizzare e psicologizzare una parte crescente della normale esperienza umana [1] visto che:
- non ogni tristezza è depressione;
- non ogni conflitto è abuso;
- non ogni rapporto difficile è tossico;
- non ogni paura è un disturbo;
- non ogni insicurezza è una ferita infantile;
- non ogni comportamento sgradevole è narcisismo;
- non ogni sofferenza richiede necessariamente un percorso terapeutico, e
soprattutto non tutto ciò che ci fa stare male è necessariamente una malattia da curare.[1]
- A volte è la vita.
- A volte è una perdita.
- A volte è un fallimento.
- A volte è un conflitto.
- A volte è una scelta sbagliata.
- A volte è una conseguenza.
- A volte è semplicemente il prezzo, inevitabile e doloroso, dell’essere esseri umani.
E poi c’è la guerra cognitiva
Ma c’è un altro fenomeno che merita attenzione: una popolazione sottoposta per anni a una comunicazione incessante, polarizzata, aggressiva e conflittuale può vivere in una condizione di allerta cognitiva permanente fatta di:
notizie continue: emergenze; conflitti politici; guerre; paure economiche; minacce sanitarie; catastrofi; informazioni contraddittorie ed algoritmi che premiano indignazione, paura e conflitto.
L’essere umano non è progettato per vivere costantemente immerso nella percezione di una minaccia globale, e quando questa condizione diventa permanente, è plausibile che aumentino stress, ansia, irritabilità, polarizzazione, sfiducia e senso di impotenza.[5]
Ma anche qui dobbiamo stare attenti: non tutto ciò che accade alla nostra mente in una società sottoposta a stress continuo deve essere immediatamente trasformato in una diagnosi individuale perché rischiamo di commettere un errore enorme:
trasformare un problema sociale in una patologia del singolo.[5]
E allora la domanda diventa inevitabile:
se la società produce stress, perché curare soltanto l’individuo?
Questa dovrebbe essere una domanda centrale: dovrebbe, perché allo stato attuale detta dimensione appare ancora relativamente poco rappresenta nella comunicazione psicologica maggiormente visibile sui social, così come –del resto– in quella di coloro che si segnalano per essere tra i più attivi esponenti della categoria in ambiti caratterizzati da una vasta risonanza mediatica.
Per meglio comprendere il problema si immagini, affinché ognuno possa trarne le debite conclusioni, ovvero possa tradurre il tutto nei giusti interrogativi, una persona che lavori dieci ore al giorno, sia economicamente precaria, viva isolata, abbia poche relazioni, riceva migliaia di stimoli digitali, dorma male, venga bombardata quotidianamente da notizie allarmanti e non riesca ad immaginare un futuro stabile e che quella persona entri in terapia.[5] Cosa pensiamo si sentirà dire?
E allora che cosa le diciamo?
Le diciamo che deve lavorare sulla propria regolazione emotiva: può essere utile, ma forse non è tutta la storia.
Perché quella persona non vive dentro un laboratorio. Vive dentro una realtà concreta che, per una parte tutt’altro che trascurabile, potrebbe essere proprio all’origine del suo malessere. E se quella realtà rimane invariata, modificare esclusivamente il modo in cui l’individuo reagisce ad essa rischia di trasformarsi, almeno in alcuni casi, in una sorta di adattamento psicologico a condizioni oggettivamente difficili.
Non significa che la terapia sia inutile. Significa che non possiamo confondere due piani diversi: aiutare una persona a stare meglio e modificare le condizioni che contribuiscono a farla stare male non sono necessariamente la stessa cosa.
Ed è qui che emerge una domanda che dovrebbe essere molto più presente nel dibattito sulla salute mentale: quanto del disagio che osserviamo appartiene realmente all’individuo e quanto appartiene al contesto nel quale quell’individuo è costretto a vivere?
Perché se una persona lavora troppo, guadagna poco, è isolata, dorme male, non ha relazioni soddisfacenti, vive nell’incertezza economica e viene quotidianamente esposta a una quantità pressoché inesauribile di informazioni allarmanti, non possiamo limitarci a osservare la sua ansia come se fosse un fenomeno interamente prodotto dalla sua mente.
Non occorre attribuire a nessuno una precisa volontà politica. È sufficiente riconoscere che condizioni sociali, economiche e ambientali possono contribuire alla sofferenza e che, per questo, ridurre l’intervento esclusivamente alla modificazione dell’individuo può essere insufficiente.
In questo senso se per un verso è giusto e logico aiutare quella persona a gestire il proprio disagio, per un altro verso occorrerebbe farlo senza dimenticare che in talune circostanze il farlo passando sotto silenzio talune realtà finisce e responsabilità finisce per –suo malgrado– configurare chi lo fa come un soggetto di fatto compromesso non poco con il potere costituito.
In questo senso aiutare il paziente a gestire la propria condizione di stress non basta se il terapeuta manca del coraggio necessario per chiedersi le ragioni di tutta quell’ansia e soprattutto che cosa accadrebbe alla quell’ansia se cambiassero le condizioni che la alimentano: una differenza affatto marginale.
Alla fine nel primo caso il problema diventa ”Come possiamo rendere questo individuo più capace di sopportare ciò che gli accade?”, mentre nel secondo il quesito chiave diventa “Che cosa, nella vita di questo individuo, sta producendo o mantenendo il suo disagio?”.
Sono domande diverse che producono inevitabilmente risposte diverse in un contesto dove deve essere ben chiaro che adattamento è altro dalla soluzione.
Perché esiste un rischio che non possiamo ignorare: trasformare in problema individuale, psicologizzandolo, ciò che è prodotto, almeno in parte, da condizioni ambientali e sociali.
Ma c’è di più: occorre avere ben chiaro che in alcun modo si deve confondere “la persona sta meglio” con “abbiamo eliminato ciò che produceva il problema”: un fatto, questo, che impedisce di considerare il semplice gradimento espresso dai singoli pazienti come prova sufficiente dell’efficacia di un percorso terapeutico come spesso fatto da chi, ad esempio, pubblica sul proprio sito professionale affermazioni del tipo “La mia terapia ha dimostrato una superiore efficacia”, “l’88% dei casi viene condotto all’estinzione del disturbo”, “la durata media è di sette sedute”, “una ricerca longitudinale ha evidenziato una netta superiorità rispetto agli altri modelli”.
Affermazioni di questo genere meritano, proprio perché formulate utilizzando il linguaggio della scienza, di essere sottoposte allo stesso rigore che pretendono di evocare. Superiore rispetto a che cosa? In quali disturbi? Su quali campioni? Con quali criteri diagnostici? Quale trattamento è stato utilizzato come comparatore? Quale outcome è stato misurato? A quale follow-up? Da quali ricercatori? Con quali eventuali legami con il modello studiato? E soprattutto: questi risultati sono stati replicati da gruppi indipendenti?[6][7][15]
Perché dire che un trattamento è efficace non equivale a dimostrare che sia più efficace di un altro; dire che una determinata percentuale di pazienti è migliorata non equivale a dimostrare una superiorità terapeutica; e riportare risultati molto favorevoli all’interno di una determinata casistica non consente, da solo, di trasformare quel dato nella dimostrazione generale che quel modello sia superiore alle alternative disponibili.[6][7][15]
La parola decisiva, in questi casi, è proprio quella che rischia di passare inosservata: “superiore”. Ma superiore in che senso? Per quale condizione? Rispetto a quale alternativa? Su quale outcome? Con quale margine? E soprattutto: con quale livello di certezza?
Perché efficacia, efficienza, remissione, miglioramento clinicamente significativo e superiorità rispetto a un trattamento attivo non sono sinonimi.[6][7][15] Confonderli non è una semplice imprecisione terminologica: significa attribuire alla ricerca una conclusione più forte di quella che i dati consentono realmente di sostenere.
E qui emerge un problema ancora più generale, quello dell’autoreferenzialità. Non perché uno studioso non possa valutare il proprio modello: naturalmente può farlo. E neppure perché uno studio condotto da ricercatori vicini al modello debba essere considerato automaticamente inattendibile. Sarebbe una conclusione altrettanto antiscientifica.
Il problema nasce quando la validazione di un modello viene raccontata prevalentemente dall’interno del sistema scientifico e professionale che quel modello ha contribuito a costruire, senza mostrare con altrettanta chiarezza il peso delle repliche indipendenti, dei confronti sistematici e dei limiti dell’evidenza disponibile.[8][9][10]
Il vero banco di prova, infatti, non consiste soltanto nel verificare quanto bene un modello funzioni nelle mani di chi lo ha sviluppato o di chi vi aderisce.[8][10] Consiste nel verificare se risultati analoghi emergano anche quando quel modello viene sottoposto al giudizio di ricercatori indipendenti, attraverso criteri metodologici rigorosi indipendenti e il confronto con le migliori alternative disponibili. É soprattutto in questo passaggio che si misura la fondatezza di una pretesa di superiorità: non nella capacità di un modello di confermare sé stesso, ma nella sua capacità di superare verifiche condotte da chi non ha alcun interesse a confermarlo.[8][9][10]
Questa è una differenza fondamentale. Perché la scienza non chiede a una teoria di raccontare bene se stessa. Le chiede di sopravvivere ai tentativi di metterla alla prova.
E questo vale per qualsiasi modello psicoterapeutico, compresi quelli che dispongono di risultati empirici favorevoli. Avere delle evidenze non significa avere dimostrato tutto ciò che si afferma sulla base di quelle evidenze [6][7][8][9][10][15]: una ricerca positiva non autorizza automaticamente una dichiarazione di superiorità generale, così come una casistica favorevole non sostituisce un confronto controllato né una replicazione indipendente.
È proprio qui che dovrebbe intervenire la psicologia scientifica: non per stabilire preventivamente quale modello abbia ragione, ma per impedire che sia il modello stesso a decidere unilateralmente quanto vale la propria evidenza.
Se una parte del disagio nasce dall’ambiente[5], non possiamo pretendere di risolverlo esclusivamente intervenendo sulla mente di chi lo subisce. Altrimenti potremmo arrivare al paradosso di una società che produce continuamente condizioni di stress e, contemporaneamente, di un sistema che –in un palese contesto di conflitto di interesse– invita gli individui a imparare a funzionare meglio dentro quello stesso stress.
In definitiva, –sic stantibus rebus– in tali casi la società continua a produrre il problema. L’individuo viene mandato in terapia per imparare a sopportarlo. E, se non ci riesce, il problema torna a essere lui: una prospettiva decisamente inquietante.
Perché se la precarietà produce ansia, se l’isolamento produce sofferenza, se l’esposizione permanente alla minaccia alimenta paura e se l’iperstimolazione digitale contribuisce a mantenere uno stato di allerta continua, non possiamo pensare che la risposta possa consistere soltanto nell’insegnare alle persone a regolarsi meglio.[5] Dovremmo anche cominciare a chiederci perché stiamo costruendo una società nella quale sempre più persone hanno bisogno di imparare a regolarsi per riuscire semplicemente a sopravvivere psicologicamente alla normalità della propria vita.
Ed è proprio qui che il discorso sul mercato della sofferenza torna a intrecciarsi con quello sulla terapia.
Perché una società che non mette in discussione le condizioni che producono disagio può finire per trasformare il disagio stesso in una domanda permanente di trattamento i cui costi in termini psicologici ed economici vengono accollati ai singoli, e questo, per assurdo che possa apparire:
- non perché qualcuno abbia necessariamente deciso di farlo;
- non perché esista necessariamente un disegno,
- ma perché gli incentivi economici possono produrre questo risultato anche senza che nessuno lo abbia programmato.
Più persone percepiscono di avere un problema, maggiore è la domanda di spiegazioni. Maggiore è la domanda di spiegazioni, maggiore è la domanda di esperti. E maggiore è la domanda di esperti, più ampio diventa il mercato dei percorsi destinati a risolvere quei problemi.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: stiamo curando la sofferenza oppure stiamo imparando a gestire le conseguenze di una società che continua a produrla? La risposta, naturalmente, non può essere sempre la stessa. Ed infatti:
- a volte la persona avrà realmente bisogno di una psicoterapia;
- a volte avrà bisogno di un intervento medico;
- a volte avrà bisogno di cambiare lavoro, relazione, ambiente o stile di vita;
- a volte avrà bisogno semplicemente di tempo;
- a volte avrà bisogno di qualcuno che la aiuti a comprendere ciò che le sta accadendo;
- e a volte, molto più semplicemente, avrà bisogno che qualcuno riconosca che ciò che sta vivendo non è necessariamente una malattia. È sofferenza.
Ed è una differenza che non dovrebbe essere cancellata perché il rischio più grande non è che una persona chieda aiuto quando non ne avrebbe bisogno. Il rischio, assai più profondo, è che impari a considerarsi malata ogni volta che la vita diventa difficile.
E quando questo accade, la domanda non è più soltanto quanto sia efficace una determinata terapia. La domanda diventa molto più radicale: che tipo di società stiamo costruendo, se per adattarsi ad essa abbiamo bisogno di un numero sempre maggiore di percorsi terapeutici?
E qui emerge un’ulteriore questione, ancora più delicata, che riguarda il rapporto tra ciò che il terapeuta pretende di riconoscere nel paziente e ciò che è in grado di riconoscere in se stesso.
Non si tratta, naturalmente, di pretendere che uno psicologo sia immune dalle difficoltà psicologiche che tratta: sarebbe una pretesa tanto assurda quanto irrealistica. Si tratta di qualcosa di diverso. Se un terapeuta non riconosce come problematico, nel proprio funzionamento, un determinato modo di vivere, di pensare o di entrare in relazione con gli altri, come possiamo essere certi che sia altrettanto capace di riconoscerlo quando lo incontra nel paziente?
Una persona può, per esempio, trovarsi da anni dentro una relazione familiare profondamente disfunzionale, subirne gli effetti e tuttavia non riuscire a sottrarsene né a considerare patologica quella dinamica quando riguarda se stessa. Questo non significa che sia incapace, né che la sua difficoltà renda automaticamente inattendibile il suo giudizio professionale; significa però che l’assenza di consapevolezza del proprio problema può costituire un limite concreto proprio nella capacità di riconoscere e interpretare lo stesso problema negli altri.
E lo stesso interrogativo vale, a maggior ragione, per quei tratti di personalità che il terapeuta pretende di identificare e modificare nel paziente: se non è disposto a interrogare criticamente la presenza di quei medesimi meccanismi nel proprio comportamento, su quali basi possiamo essere certi che non li riconosca soltanto quando compaiono nell’altro?
Il problema, dunque, non è chiedersi se il terapeuta abbia o non abbia le proprie fragilità — sarebbe impossibile pretenderne l’assenza — ma se possieda sufficiente consapevolezza dei propri limiti e dei propri meccanismi da impedire che questi interferiscano con il modo in cui interpreta la sofferenza altrui.
Dalla psicologizzazione del disagio alla necessità della verifica
Allo stato attuale, di fronte a una persona che lavora dieci ore al giorno, vive in condizioni di precarietà economica, è isolata, dorme male, riceve quotidianamente migliaia di stimoli digitali, viene esposta continuamente a notizie allarmanti e non riesce a immaginare un futuro stabile, è certamente possibile dirle che deve lavorare sulla propria regolazione emotiva.
Può essere utile. Ma forse non è tutta la storia.
E non lo è perché esiste un rischio che non possiamo ignorare: trasformare in un problema esclusivamente individuale un disagio che potrebbe essere prodotto o mantenuto, almeno in parte, dalle condizioni ambientali e sociali nelle quali quella persona vive.
Se il problema è in parte prodotto dall’ambiente, non possiamo pretendere di risolverlo esclusivamente modificando la mente dell’individuo. Altrimenti potremmo arrivare al paradosso di una società che continua a produrre condizioni di sofferenza mentre milioni di individui vengono aiutati a funzionare meglio dentro quelle stesse condizioni, imparando a sopportarle anziché interrogarsi anche su ciò che le determina. È una prospettiva inquietante, ed è una domanda che ha inevitabilmente anche una dimensione politica, prima ancora che psicologica.
Ma allora dovremmo smettere di andare dallo psicologo?
No. Sarebbe una conclusione infantile e, soprattutto, completamente estranea a ciò che stiamo sostenendo.
Una persona può avere bisogno di psicoterapia, può trarne beneficio e può considerarla una delle cose migliori che abbia mai fatto. Il problema non è la terapia. Il problema è l’idea che ogni sofferenza debba necessariamente trasformarsi in terapia e, soprattutto, che ogni terapia debba necessariamente trasformarsi in un lungo “percorso”.
Perché la parola percorso possiede una caratteristica straordinaria: non indica necessariamente una destinazione, né stabilisce di per sé quando il viaggio debba considerarsi concluso. Un percorso può durare tre mesi, sei mesi, due anni o cinque anni. E la durata, sia chiaro, non è di per sé un criterio di inefficacia: esistono condizioni nelle quali un trattamento prolungato può essere appropriato.[12]
Il problema nasce quando la durata non è più collegata a obiettivi, rivalutazioni e risultati osservabili e il percorso diventa, di fatto, un processo privo di una naturale conclusione. In quel caso il paziente rischia di trasformarsi semplicemente in un cliente permanente.
Ed è proprio qui che il termine “percorso” merita di essere osservato con particolare attenzione.
Perché “percorso” è una parola rassicurante, quasi impossibile da contestare: suggerisce movimento, crescita, consapevolezza, trasformazione. Ma ha anche una caratteristica molto particolare: non indica necessariamente una destinazione, né stabilisce in anticipo quando quella destinazione debba essere raggiunta.
Un percorso può durare tre mesi, sei mesi, due anni, cinque anni. E può arrivare, almeno teoricamente, a non finire mai. È qui che la questione smette di essere soltanto psicologica e diventa anche economica.
Una terapia che si prolunga per dieci, quindici o vent’anni non può essere considerata automaticamente più profonda, più efficace o più scientificamente fondata di una terapia breve.[12] La durata, di per sé, non è una misura della qualità. E quando una relazione terapeutica diventa così lunga da trasformarsi in una presenza permanente nella vita del paziente, diventa legittimo porsi una domanda tutt’altro che banale: stiamo ancora parlando di un trattamento finalizzato a modificare una condizione, oppure di una relazione divenuta essa stessa il modo attraverso cui quella condizione viene gestita?[11]
In alcuni casi una terapia protratta nel tempo può avere una ragione clinica; negarlo sarebbe semplicemente sciocco. La qualità della relazione terapeutica e dell’alleanza tra paziente e terapeuta costituisce, del resto, quando costruita in modo deontologicamente sano e rigoroso, una componente rilevante del trattamento.[11]
Ma proprio per questo, quanto più il trattamento si prolunga, tanto più dovrebbe essere possibile spiegare perché continua, quali obiettivi sono ancora da raggiungere, quali cambiamenti sono stati ottenuti, quali risultati ci si aspetta e secondo quali criteri si dovrebbe eventualmente concludere.[13][14] Altrimenti il rischio è che il “percorso” diventi una coperta di Linus: non necessariamente qualcosa che guarisce, ma qualcosa che rassicura, contiene e soprattutto continua.
E quando quella continuità è anche una relazione economica, il problema diventa inevitabile: il paziente può finire per essere non soltanto una persona da aiutare, ma un cliente permanente. Non sto dicendo che questo sia ciò che accade in ogni terapia lunga, né che ogni terapeuta abbia interesse a mantenere indefinitamente il proprio paziente in trattamento. Sto dicendo qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile da liquidare: una terapia che non sa spiegare perché continua, che cosa sta cercando di ottenere e come si stabilirà se ci è riuscita, merita di essere interrogata.
Perché una terapia non dovrebbe essere lunga per il semplice fatto di essere terapia, così come non dovrebbe diventare indefinita per il semplice fatto che il paziente continua a stare male. Se il trattamento non produce il cambiamento atteso, la domanda scientificamente corretta non è sempre “che cosa c’è ancora da curare?”, ma, talvolta, “questa strategia sta funzionando?”.[13][14]
Ed è una domanda decisiva, perché introduce nel rapporto terapeutico qualcosa che il mercato tende a non amare particolarmente: la possibilità di arrivare alla fine.
Ed è qui che la dimensione economica torna a intrecciarsi con quella comunicativa.
Algoritmo dei social → Contenuto capace di catturare l’attenzione → Paura o immediato riconoscimento di sé → Ricerca di una spiegazione →[2][4] Ricerca di un esperto → L’esperto propone un metodo → Il metodo diventa un “percorso terapeutico” → Il percorso diventa una relazione economica.
E quella relazione economica, quando manca un criterio sufficientemente chiaro per rivalutare la necessità, l’efficacia e l’eventuale conclusione dell’intervento, può protrarsi indefinitamente.
Non è necessario immaginare una cospirazione, né attribuire a ogni professionista una deliberata volontà di mantenere il paziente nel trattamento. È sufficiente osservare gli incentivi del sistema e chiedersi se siano sempre coerenti con l’obiettivo dichiarato: aiutare la persona a stare meglio.
In tutto questo, la domanda scientifica fondamentale rischia di scomparire: sta davvero funzionando?
Ed è qui che ritorniamo al problema della psicologia scientifica.
La psicologia scientifica dovrebbe essere la prima a opporsi a questa deriva, proprio perché la scienza non ha bisogno di vendere certezze: ha bisogno di formulare ipotesi, verificarle e misurare gli esiti. Una terapia dovrebbe poter chiarire quale sia il problema che si intende modificare, quale cambiamento ci si aspetta, quali indicatori verranno osservati,[13][14] dopo quale periodo sarà opportuno rivalutare la situazione[13][14] e quali risultati potrebbero indurre a modificare la strategia.[13][14]
Non è necessario trasformare la seduta in un laboratorio, né pretendere che la complessità dell’esperienza umana possa essere ridotta a una serie di numeri. È però necessario evitare che la terapia diventi un sistema nel quale qualunque risultato possa essere interpretato come una conferma dell’ipotesi iniziale: se il paziente migliora, la teoria ha funzionato; se non migliora, non si è impegnato abbastanza, non era pronto, ha bisogno di ulteriore lavoro o deve continuare il percorso. Un sistema nel quale ogni esito conferma la spiegazione iniziale è difficilmente sottoponibile a verifica.[13][14]
La vera domanda, allora, non dovrebbe essere “chi ha più follower?”, ma “chi dispone di più evidenze?”. Non “chi comunica meglio?”, ma “chi distingue con maggiore chiarezza ciò che sa da ciò che ipotizza?”. Non “chi ha costruito il percorso più affascinante?”, ma “quale intervento ha dimostrato di produrre quale risultato, per quali persone e con quali limiti?”. [6][7][13][14][15] E ancora: non “quale terapeuta riesce a spiegarmi meglio chi sono?”, ma “quale professionista è disposto a mettere alla prova la propria spiegazione e a modificarla se i risultati non la confermano?”.
È questa, a mio avviso, la rivoluzione culturale di cui abbiamo bisogno, perché troppo spesso la competenza viene confusa con la visibilità, la visibilità con l’autorevolezza e l’autorevolezza con la verità. Ma sono tre cose completamente diverse.
La sofferenza non deve diventare un’identità e nemmeno un abbonamento
Forse è proprio da qui che occorre ripartire. Una persona che soffre merita aiuto, ma proprio perché soffre è vulnerabile, e una persona vulnerabile è particolarmente esposta a chi offre spiegazioni semplici, definitive e rassicuranti.[2][3][4] Per questo il mercato della salute mentale dovrebbe essere sottoposto a un livello di rigore ancora maggiore, non minore. Perché qui non vendiamo semplicemente un oggetto. Vendiamo, almeno in parte, interpretazioni della persona. E un’interpretazione sbagliata può costare molto più di cento euro: può modificare il modo in cui qualcuno guarda se stesso, può convincerlo di essere malato,[1][2] può indurlo a interpretarsi come vittima, può portarlo a leggere retrospettivamente la propria storia attraverso categorie che prima non aveva mai utilizzato, può trasformare ogni relazione difficile in una relazione “tossica”, ogni emozione negativa in un sintomo[1][2][4] e, infine, può convincerlo che la soluzione consista nel proseguire indefinitamente un percorso.
È per questo che la frase più importante dovrebbe forse tornare a essere una frase che il mercato detesta: “non lo so”. “Non lo sappiamo.” “Potrebbe essere.” “È una possibilità.” “Non possiamo stabilirlo da un video.” “Questa diagnosi richiede una valutazione.” “Non è detto che lei abbia bisogno di una terapia.” “Proviamo e vediamo se funziona.” “Se non funziona, cambiamo.” Sono frasi meno spettacolari, vendono meno, non producono necessariamente milioni di visualizzazioni e certamente non hanno la forza persuasiva di una spiegazione definitiva. Ma sono molto più vicine allo spirito della scienza, perché riconoscono il limite della conoscenza invece di nasconderlo.
E allora torniamo al principio. La psicologia è una scienza, ma il paziente non è una statistica. E lo psicologo non è automaticamente uno scienziato soltanto perché utilizza parole prese dal linguaggio della scienza. La ricerca produce conoscenze probabilistiche; il terapeuta deve trasformare quelle conoscenze in decisioni individuali.[6][7][13][14] È proprio in questo passaggio che esiste inevitabilmente un margine di incertezza. Il problema non nasce dal fatto che quell’incertezza esista: nasce quando viene nascosta, quando un’ipotesi viene presentata come una certezza o quando una spiegazione viene trasformata in un prodotto commerciale. A quel punto non abbiamo più soltanto un problema scientifico. Abbiamo un problema etico, economico e culturale.
Una società nella quale aumenta la percezione del disagio può produrre un mercato sempre più grande della salute mentale. Il mercato produce spiegazioni; le spiegazioni possono produrre identità; le identità possono produrre nuovi bisogni;[2][4] i bisogni producono percorsi; i percorsi producono fatturato. Non c’è bisogno di immaginare una gigantesca cospirazione.
È sufficiente osservare gli incentivi e domandarsi in quale direzione possano spingere il sistema. Ed è proprio per questo che dovremmo essere ancora più severi, non meno: perché la domanda di aiuto è reale, la sofferenza è reale e la vulnerabilità è reale. E proprio per questo non tutto ciò che si presenta come cura deve essere automaticamente considerato cura.
Il vero atto di rispetto verso chi soffre non consiste nell’offrirgli immediatamente una spiegazione. Consiste, talvolta, nell’avere il coraggio di dirgli la verità: “Non so ancora perché ti senti così.” E poi: “Vediamo insieme se questo intervento può aiutarti.” “Misuriamo quello che succede.” “E se non funziona, non daremo automaticamente la colpa a te.” Perché se un intervento non produce il risultato atteso, non è necessariamente il paziente a essere sbagliato: potrebbe essere sbagliata l’ipotesi di partenza, potrebbe non essere appropriato quell’intervento, potrebbero essere cambiate le condizioni, oppure potrebbe essere necessario riconsiderare il problema stesso.
Forse, allora, la vera maturità della psicologia non consiste nel trovare una spiegazione per ogni sofferenza, ma nel sapere distinguere la sofferenza che richiede cura, quella che richiede tempo, quella che richiede cambiamento e quella che non è una malattia, ma semplicemente la parte dolorosa dell’essere umani.[1][5]
E soprattutto nel non trasformare chi ne soffre in un cliente.
Bibliografia
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