La responsabilità sistemica degli psicologi nell’era dell’iper-psicologizzazione: un problema geopolitico
La trasformazione dell’Occidente in una società fortemente psicologizzata non può essere compresa senza considerare il ruolo centrale svolto dagli psicologi. Senza accusare individui o categorie professionali, è possibile riconoscere che proprio la psicologia — nelle sue pratiche cliniche, educative, divulgative e istituzionali — ha agito come uno dei principali motori culturali dell’attuale paradigma emotivo e terapeutico che caratterizza la nostra civiltà.
Gli psicologi, consapevolmente o meno, hanno contribuito a costruire un linguaggio, un insieme di categorie interpretative e una visione del mondo che ha colonizzato progressivamente tutti gli ambiti della vita sociale. La psicologia non si è più limitata a curare la sofferenza mentale, ma ha ridefinito le coordinate attraverso cui le persone comprendono sé stesse, le proprie relazioni, i conflitti, il lavoro, la famiglia e persino la vita pubblica.
La psicologia non è solo una disciplina terapeutica: è una forza culturale che produce sensibilità collettiva. Le nozioni di trauma, autostima, benessere emotivo, regolazione affettiva, comunicazione assertiva e confini relazionali non sono più concetti clinici, ma elementi fondamentali del modo in cui milioni di individui interpretano la quotidianità.
Gli psicologi sono quindi, di fatto, produttori di senso: contribuiscono a determinare ciò che viene percepito come normale, problematico, funzionale o disfunzionale.
Questa funzione epistemica ha influenzato profondamente la coscienza occidentale, modificando la percezione del disagio, della fragilità e delle relazioni.
Una delle conseguenze più rilevanti riguarda il fatto che le terapie, soprattutto quelle orientate allo sviluppo di competenze comunicative e relazionali, formano individui perfettamente in grado di inserirsi in un contesto già plasmato dalla stessa cultura psicologica che la terapia diffonde.
Le competenze relazionali hanno dunque un duplice effetto:
- migliorano l’adattamento individuale,
- e allo stesso tempo rafforzano un ambiente sociale modellato proprio da queste logiche psicologizzanti.
Ne risulta un sistema auto-rinforzante: più persone vengono aiutate a integrarsi emotivamente, più la società assume come naturale il modello psicologico come filtro interpretativo dominante. La terapia non si limita, quindi, a rispondere a un bisogno, ma di fatto contribuisce a ingrandirlo a dismisura.
Nella prospettiva di Zygmunt Bauman, la società occidentale è diventata liquida: instabile, flessibile, incerta. In questo scenario la psicologia ha esercitato un ruolo cruciale non tanto come risposta alla liquidità, quanto, per quanto assurdo possa sembrare come catalizzatore della stessa.
Gli psicologi — attraverso il lessico terapeutico — hanno:
- rafforzato l’idea di un io mutevole, soggetto a continue ridefinizioni emozionali,
- legittimato relazioni “a condizione”, continuamente valutate in termini di benessere percepito,
- indebolito le strutture educative tradizionali in favore dell’intervento dell’esperto
- incentivato la lettura interiorizzata dei problemi sociali,
- contribuito a radicare una cultura della fragilità come dimensione identitaria.
Il risultato è una società che vive secondo parametri psicologici, nella quale emozioni, vulnerabilità e stati interni diventano i principali criteri di valutazione della vita: un qualcosa che ci induce a parlare di una responsabilità collettiva della professione psicologica
Non si tratta di attribuire colpe individuali, ma di riconoscere che la categoria professionale nel suo insieme ha esercitato un’influenza culturale profonda. Questa responsabilità si esprime in diversi modi:
- responsabilità epistemica, nel definire le categorie attraverso cui la società interpreta la sofferenza e le relazioni;
- responsabilità professionale, nel diffondere la terapia come risposta privilegiata a ogni difficoltà;
- responsabilità culturale, nel normalizzare pratiche e concetti che diventano poi codici sociali;
- responsabilità istituzionale, nel legittimare la presenza dello psicologo in ambiti sempre più estesi della vita comune.
Non è necessario individuare intenzionalità per riconoscere l’innegabile impatto effettivo: la psicologia è diventata una matrice simbolica che orienta l’intera cultura occidentale senza spesso avere gli strumenti per comprenderne le dinamiche geostrategiche, geopolitiche, storiche, culturali, scientifiche, economiche, religiose –e via discorrendo– caratterizzanti quel contesto cui abbiamo già fatto cenno altrove e che forse propio per questo è risultato il grande assente.
Nella società attuale, la terapia svolge la funzione di una vera e propria tecnologia sociale: in altri termini non agrisce solo sulla mente del paziente, ma modella gli standard emotivi e comportamentali a cui tutti devono dogmaticamente conformarsi.
Il crescente numero di persone che acquisisce competenze relazionali e capacità di auto-riflessione attraverso la terapia contribuisce a ridefinire l’intero ambiente sociale secondo quei nuovi parametri, che finiscono così per diventare implicitamente obbligatori per tutti.
In questo modo la psicologia finisce per generare il proprio ecosistema: una società orientata in senso terapeutico richiede interventi terapeutici sempre nuovi, creando un circolo che alimenta una sensibilità emotiva collettiva sempre più fragile. Da qui nasce il sospetto che questa deriva, almeno a partire da un certo punto, sia stata favorita anche dagli ingenti interessi economici del settore.
L’idea prevalente sembra dunque essere che la psicologia, pur senza volerlo, contribuisca a rafforzare quella stessa vulnerabilità che poi si propone di trattare. Una tesi che si intreccia con temi molto attuali, come:
- l’inflazione diagnostica tra i giovani
- la diffusione di una cultura terapeutica
- il ruolo dei social
- la crisi dei legami sociali
- la “liquidità” descritta da Bauman
Proprio per questo è necessario considerare con attenzione un altro elemento spesso trascurato nelle analisi sulla psicologizzazione dell’Occidente: la dimensione economica del settore psicologico.
L’aumento della domanda di servizi terapeutici non è stato solo un fenomeno culturale, ma anche il risultato della forte espansione del mercato privato della salute mentale. In Italia, i dati indicano che il volume economico delle prestazioni psicologiche è cresciuto rapidamente: dai circa 1,2 miliardi di euro del 2020 si è passati a 1,7 miliardi nel 2021, fino ad arrivare a 2,15 miliardi nel 2024, secondo le stime riportate nei bilanci ENPAP.
Questa crescita non è marginale, né può essere interpretata semplicemente come risposta a un aumento del disagio collettivo: essa rappresenta la strutturazione di un settore economicamente significativo, in grado di influenzare non solo le pratiche professionali, ma anche le rappresentazioni culturali del sé, del benessere e della sofferenza. La terapia — già presentata come tecnologia sociale — diventa così anche un prodotto, inserito in un circuito economico che ne sostiene la diffusione e ne amplifica la legittimità pubblica.
Il punto non è accusare la categoria, cosa che tra l’altro non avrebbe senso e sarebbe ingiusto perché non terrebbe conto della enorme importanza della psicologia come scienza sociale, ma riconoscere che la dimensione economica contribuisce oggettivamente a rafforzare la centralità della psicologia nella vita quotidiana: più il settore cresce, più si stabilizza l’idea che ogni fragilità, incertezza o fatica relazionale debba essere affrontata attraverso un intervento terapeutico. La cultura del trattamento si salda così con l’infrastruttura economica che la sostiene, creando un ecosistema auto-rinforzante: la psicologia produce il proprio mercato e, contemporaneamente, il mercato produce una crescente psicologizzazione del sociale dai risvolti geopolitici –quelli che qui a noi interessano principalmente– estremamente preoccupanti.
Sicché è in questo senso che in questo contesto storico ritengo sia fondamentale riprendere i lavori di quanti, come ad esempio Nikolas Rose, Ian Parker, Kurt Danziger, John Shotter, Rom Harré, Thomas Teo, Erica Burman, Kenneth Gergen, David Smail, John Cromby & Dave Harper, Michel Billig e Valerie Walkerdine, a vario titolo da storici, sociologi, ma soprattutto da psicologi, hanno evidenziato e dibattuto dinamiche da loro attribuite alla psicologia che costruisce i problemi che poi “cura”, alla psicologia come strumento di normalizzazione, alla psicologia come istituzione che crea dipendenza, nonché alla psicologia come tecnologia del potere o della conformità, dando vita ad un paradosso istituzionale ovvero ad una dinamica di dipendenza sistemica.
E parliamo di paradosso istituzionale ovvero di dipendenza sistemica in quanto siamo in presenza di una disciplina sociale che in senso istituzionale pur non comunicando con un singolo con la vicinanza emotiva e la simultaneità necessarie per generare un vero e proprio doppio legame, può finire per dare luogo a quello che i critici hanno interpretato come:
- un paradosso istituzionale. Quando una disciplina descrive qualcosa come “problema” (ansia, tristezza, comportamenti non conformi…) e al tempo stesso si propone come unica soluzione, si crea una situazione dove: definisce la norma, definisce la deviazione e fornisce il rimedio, di fatto creando il bisogno ed offrendo la cura: un paradosso di tipo socio-culturale, simile a quelli descritti da Foucault; ovvero come
- una costruzione sociale del problema. Da una prospettiva più critica, alcune correnti sostengono che: certe forme di disagio esistono anche senza psicologia, altre vengono “costruite” o amplificate dal discorso psicologico e ciò genera una domanda di cura che la stessa disciplina soddisfa. Esempio: definire nuova “patologia” ciò che prima era considerato comportamento normale o variazione della personalità; o ancora, per finire, come
- un triangolo drammatico applicato alle istituzioni. Le istituzioni possono assumere un ruolo simultaneo di: Persecutore (allorché etichettano il comportamento come deviante) e Salvatore (allorché offrono la terapia) lasciando il singolo come Vittima ( “Hai qualcosa che non va, ma noi possiamo salvarti”). Una dinamica molto simile a quella del doppio legame (chi crea il problema si propone come la soluzione), ma solo in apparenza in quanto manca l’elemento chiave: il conflitto comunicativo diretto e ineludibile all’interno di una relazione affettiva o autoritaria (come quella genitore-figlio).
Con una disciplina sociale, infatti, le cose cambiano sostanzialmente in quanto l’individuo può non aderire, può cambiare terapeuta, professione, approccio e può criticare la visione proposta: in altri termini non è intrappolato in un vincolo comunicativo chiuso.
Tuttavia… può funzionare come se lo fosse. E questo non tanto perché sul piano psicologico e culturale la dinamica può provocare: dipendenza dell’individuo dall’esperto, percezione di “inadeguatezza” creata dall’esterno, accettazione passiva della diagnosi come identità ed infine riduzione dell’autonomia, quanto piuttosto per la somiglianza ad un doppio legame debole, o “doppio legame sociale”, senza però i requisiti formali.
Un paio di esempi possono essere molto utili per meglio approcciare il problema.
Psicologia e scuola: quando la definizione del problema crea il bisogno della soluzione
Nel sistema scolastico contemporaneo la psicologia svolge un ruolo sempre più centrale. Questa presenza, pur offrendo strumenti utili, genera talvolta un paradosso istituzionale: la psicologia contribuisce a definire ciò che è considerato “problema” e, nel farlo, diventa al tempo stesso indispensabile per affrontarlo. Il risultato è un circolo che tende a rafforzarsi: nuove categorie → nuovi bisogni → nuovi interventi psicologici.
Un esempio evidente riguarda la gestione delle difficoltà di apprendimento. Comportamenti un tempo riconosciuti come variazioni naturali nello sviluppo – lentezza, disattenzione, difficoltà temporanee – vengono oggi rapidamente interpretati attraverso categorie psicodiagnostiche come DSA o ADHD. Questa trasformazione non nega l’esistenza dei disturbi, ma sottolinea come la loro definizione istituzionale ridisegni l’esperienza scolastica: la scuola non può più affrontare il problema con le proprie risorse interne, ma necessita della valutazione di specialisti, della stesura di piani educativi personalizzati, di interventi riabilitativi.
Un meccanismo simile emerge nell’attenzione crescente al “benessere emotivo” degli studenti. La psicologia introduce nuove metriche – competenze socio-emotive, resilienza, regolazione affettiva – che ridefiniscono ciò che significa essere “adeguati” in classe. Di conseguenza, la scuola si struttura attorno a sportelli psicologici, programmi di training emotivo, protocolli per la gestione dell’ansia e della fragilità. Ancora una volta, il bisogno dell’esperto nasce dalla stessa cornice teorica che l’esperto contribuisce a diffondere.
Questi processi generano due effetti principali. Da un lato, la delega: insegnanti e famiglie tendono a cedere all’esperto psicologico il compito di interpretare i comportamenti dell’alunno. Dall’altro lato, la dipendenza istituzionale: la scuola diventa progressivamente incapace di leggere la complessità dei bambini senza ricorrere a strumenti psicologici esterni.
Il paradosso, dunque, non consiste nell’inutilità della psicologia –che spesso supporta concretamente studenti e insegnanti– ma nel rischio che la definizione del problema coincida con la creazione del bisogno dell’intervento. Riconoscere questo meccanismo non significa rifiutare il contributo degli specialisti, bensì interrogarsi criticamente su come la scuola possa mantenere autonomia interpretativa, rafforzare le proprie competenze educative e integrare il sapere psicologico senza esserne subordinata.
Ecco un secondo esempio, questa volta con un tono volutamente più polemico, centrato sul tema del delirio di onnipotenza che può emergere nella psicologia scolastica quando finisce per attribuirsi un ruolo totalizzante nella lettura e gestione degli studenti.
Quando la psicologia scolastica sconfina nel delirio di onnipotenza
Accanto al contributo utile offerto da molti professionisti, nella scuola si osserva una tendenza preoccupante: la psicologia rischia di assumere una posizione quasi onnipotente, come se solo attraverso il suo sguardo fosse possibile comprendere e correggere i comportamenti degli studenti.
È un atteggiamento che non nasce da malafede, ma dalla convinzione – a volte ingenua, a volte ideologica – che ogni dinamica scolastica possa e debba essere tradotta in termini psicologici.
Il risultato è un’estensione continua del territorio della psicologia. Qualunque aspetto della vita scolastica viene reinterpretato come segnale di un disagio interno: la noia diventa “deficit di autoregolazione”, la timidezza “vulnerabilità emotiva”, la vivacità “impulsività clinica”, la difficoltà temporanea “marker di disturbo”. Ogni variante dell’esperienza umana dell’alunno rischia di precipitare dentro una categoria psicologica che solo lo psicologo può gestire.
In questo quadro si alimenta un delirio di centralità: lo psicologo non è più un consulente, ma diventa la figura che definisce ciò che è normale, ciò che è patologico e ciò che è permesso. È il nuovo arbitro del comportamento scolastico.
La scuola, anziché essere un luogo in cui si impara a vivere, si trasforma in un laboratorio affettivo e comportamentale costantemente monitorato, dove l’esperienza concreta dei docenti passa in secondo piano rispetto ai protocolli psicologici.
Il paradosso esplode quando la psicologia –dopo aver ampliato all’infinito lo spettro dei “problemi”– offre se stessa come soluzione unica e indispensabile.
Più categorie diagnostiche si introducono, più diventa necessario lo psicologo; più si insiste sulla fragilità emotiva dei giovani, più si giustifica la presenza permanente di sportelli, supervisioni, screening e valutazioni. È un meccanismo che si autoalimenta: la psicologia legittima se stessa attraverso i problemi che definisce.
Nel frattempo, gli insegnanti vengono tacitamente delegittimati. L’esperienza pedagogica accumulata in anni di lavoro viene trattata come impressione soggettiva, mentre il sapere psicologico assume la forma della verità oggettiva. Ma davvero un bambino può essere compreso solo attraverso test, protocolli e indicatori standardizzati? Davvero un insegnante ha bisogno di un esperto esterno per capire cosa accade nella sua classe?
Il rischio, ma più che un rischio è una realtà conclamata, è chiaro: una scuola che non educa più, ma diagnostica; una scuola che non valorizza la diversità, ma la misura; una scuola che non forma, ma classifica. E una psicologia che, anziché essere uno strumento al servizio della scuola, finisce per ergersi a tribunale del comportamento, convinta di detenere la chiave universale per interpretare la complessità dell’infanzia.
Non si tratta di rifiutare la psicologia, ma di ricordare che non tutto è psicologia. L’educazione è un territorio più vasto, più ricco e più imprevedibile di qualunque manuale di diagnosi. E quando la psicologia si comporta come se potesse spiegare ogni cosa – e soprattutto decidere ogni cosa – non siamo di fronte a una scienza, ma all’ombra di un nuovo dogma.
Psicologia organizzativa: un nuovo clero laico per un redivivo Ancien Régime?
Nel mondo del lavoro contemporaneo, la psicologia organizzativa ha assunto un ruolo centrale nella gestione del comportamento, delle emozioni e delle relazioni. Se da un lato offre strumenti utili, dall’altro si configura come un sistema autoreferenziale, in cui la definizione dei problemi coincide spesso con la creazione della necessità della propria soluzione.
Un tempo, nelle società tradizionali, la Chiesa stabiliva norme, giudicava le deviazioni e puniva i dissidenti. Oggi, nei contesti laici, la psicologia organizzativa svolge una funzione simile, mascherata da scientificità: la dissonanza, la resistenza al cambiamento o la presunta rigidità emotiva vengono ricodificate come “problemi psicologici” che solo l’esperto può rilevare e trattare. In questo modo, la psicologia diventa il filtro attraverso cui si misura la normalità, e l’organizzazione finisce per dipendere dalle sue valutazioni.
Le cosiddette diagnosi o etichette comportamentali – “non collaborativo”, “rigido”, “poco flessibile emotivamente” – assumono la funzione delle vecchie scomuniche: delegittimano il dissidente e giustificano interventi correttivi, senza mai affrontare il merito delle sue obiezioni. La psicologia non è più uno strumento, ma tribunale e legge insieme, creando un effetto di onnipotenza istituzionale.
Questo sistema si autoalimenta: più comportamenti vengono classificati come problematici, più aumenta la necessità di interventi psicologici; più protocolli e sportelli vengono introdotti, più si rafforza il potere autoreferenziale dello psicologo. In parallelo, i vantaggi economici di questo mercato interno – coaching, assessment, formazione, programmi di resilienza – rendono il sistema sostenibile e appetibile, consolidando la centralità della psicologia nelle organizzazioni.
In sostanza, ci troviamo di fronte a una controriforma laica: le scomuniche di un tempo sono sostituite da diagnosi comportamentali; il dissidente non è più punito religiosamente, ma delegittimato psicologicamente. La psicologia, presentata come scientifica e neutrale, finisce così per legittimare se stessa, normalizzare i comportamenti e determinare ciò che è considerato accettabile o deviante, trasformando il lavoro in un laboratorio disciplinare dove l’esperienza e la competenza degli individui vengono secondarie rispetto al giudizio dell’esperto.
Da questo punto di vista, visti gli esempi proposti, la responsabilità sistemica degli psicologi non è solo epistemica, professionale o istituzionale: è anche economico-culturale e, di fatto, geopolitica.
Se il settore diventa uno dei motori della sensibilità emotiva collettiva, allora è necessario interrogarsi sul ruolo che la sua crescita finanziaria esercita nel consolidare quella stessa vulnerabilità di cui la psicologia si fa carico. La trasformazione della terapia in “norma culturale” non può essere compresa senza considerare la sua progressiva trasformazione in industria, capace di orientare aspettative, narrazioni e comportamenti.
Per questo, un ripensamento strategico della psicologia non può prescindere dall’analisi del suo stesso mercato e delle logiche che lo governano. La questione non è semplicemente comprendere quanto la psicologia sia diffusa, ma perché — e quali interessi, anche economici, partecipino a questa continua espansione del vocabolario terapeutico nella vita pubblica e privata.
La necessità di un ripensamento strategico della psicologia
Se la psicologia ha contribuito strutturalmente a plasmare la modernità liquida, allora è lecito chiedere una riflessione critica sulle sue pratiche e sui suoi obiettivi. Non per limitarne la portata scientifica, ma per:
- restituire centralità ai contesti sociali,
- ricollocare alcune forme di sofferenza nel loro ambiente naturale,
- distinguere il disagio comune dalla patologia,
- evitare l’estensione illimitata del vocabolario psicologico,
- impedire che la terapia diventi norma culturale.
Un riposizionamento strategico consentirebbe alla psicologia di recuperare la sua funzione originaria di cura della sofferenza reale, senza continuare a produrre, indirettamente, un sistema sempre più emotivamente dipendente.
Bibliografia di Riferimento
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8. Critica ragionata sul ruolo geopolitico della psicologia
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- Rose, Nikolas “Powers of Freedom” (1999). Una analisi di come la psicologia agisca come dispositivo di governo delle condotte.
- Parker, Ian (Psicologo critico, fondatore del movimento “Critical Psychology”) “The Crisis in Modern Social Psychology” (1989). Una critica della psicologia per la sua rigidità teorica e la produzione di categorie che vincolano il soggetto.
- Parker, Ian “Deconstructing Psychopathology” (1995). Una critica della costruzione psicologica dei “disturbi” che mostra come essa generi i problemi che pretende di curare.
- Parker, Ian “Critical Discursive Psychology” (1997) Una analisi della psicologia come pratica discorsiva che produce norme.
- Parker, Ian “Psychology After Psychoanalysis” (2015)
- Danzinger, Kurt (Storico della psicologia, analisi del potere insito nei metodi psicologici) “Constructing the Subject: Historical Origins of Psychological Research” (1990) Un testo illustrativo di come la psicologia “crei” il soggetto che poi studia.
- Danzinger, Kurt “Naming the Mind: How Psychology Found Its Language” (1997) Per una analisi di come il linguaggio psicologico produca categorie e problemi.
- Shotter, John (Psicologo discorsivo, critico dell’individualismo psicologico) “Cultural Politics of Everyday Life” (1993) Un testo che mostra come la psicologia produca forme di soggettività e problemi “privati”
- Shotter, John “Conversational Realities” (1993) Un testo critico del modo in cui la psicologia definisce la realtà personale.
- Harré, Rom (Fondatore della psicologia discorsiva) “The Discursive Mind” (1995) Una critica alla psicologia cognitivista come costruttrice di modelli normativi della mente.
- Harré, Rom “Positioning Theory” (con van Langenhove, 1999)
- Teo, Thomas (Psicologo storico e critico, analisi dell’“epistemic violence”) “Critical Psychology: A Critical History” (2005) Il testo descrive come la psicologia costruisce categorie che disciplinano i soggetti.
- Teo, Thomas “The Critique of Psychology: From Kant to Postcolonial Theory” (2005)
- Burman, Erica (Psicologia dello sviluppo, critica femminista) “Deconstructing Developmental Psychology” (1994) Un testo illustrativo di come la psicologia evolutiva crei norme di sviluppo e, quindi, “problemi” da correggere.
- Gergen, Kenneth (Costruttivismo sociale e critica all’individualismo psicologico) “The Saturated Self” (1991) Un testo di critica della psicologia occidentale e dei suoi modelli di identità.
- Gergen, Kenneth “Realities and Relationships” (1994)
- Smail, David (Psicologo clinico critico, analisi del potere sociale) “The Origins of Unhappiness” (1993) Il testo argomenta che la psicologia tende a individuare problemi interni all’individuo che sono invece sociali.
- Smail, David “Power, Interest and Psychology” (2005)
- John Cromby & Dave Harper (Psicologi del movimento “critical mental health”) “Psychology, Mental Health and Distress” (2013) Un testo critico della psicologia clinica e al modo in cui costruisce il disagio.
- Billig, Michel (Ricercatore di psicologia sociale, retorica e potere) “Arguing and Thinking” (1987) Una critica dell’idea che la psicologia possa definire le categorie interne dell’individuo.
- Billig, Michel “Freudian Repression: Conversation Creating the Unconscious” (1999)
- Walkerdine, Valerie (Psicologia, femminismo, studi critici sull’infanzia) “The Mastery of Reason” (1984) Un testo critico della psicologia cognitiva come dispositivo normativo dell’educazione.
- Walkerdine, Valerie “Schoolgirl Fictions” (1990)
