In tutto questo parlare di 25 aprile, con il 1° maggio alle porte, si sente costantemente il rumore di falci e martelli. Lo si sente nei discorsi, lo si vede sulle piazze. Poi ascolti Barbero, trionfante, parlare di “guerra civile degli italiani anche dopo la fine della guerra” e ti si costruisce in testa un’immagine precisa: un paese spaccato in due, metà rosso, l’altra metà nera, con il PCI pronto a insorgere allo schiocco delle dita di Togliatti. È una bella immagine. È anche largamente falsa.
La domanda che non si fa mai, in mezzo a tutta questa retorica, è la più semplice: ma quanti erano, questi comunisti?
Al momento della Liberazione, nell’aprile del 1945, il PCI contava circa 1,7 milioni di iscritti. Un numero che suona enorme, finché non si considera il contesto: l’Italia aveva 45 milioni di abitanti. E quegli iscritti erano concentrati in maniera disomogenea, quasi a macchie geografiche. L’Emilia-Romagna, la Toscana, le Marche. Il cosiddetto Triangolo Industriale. Fuori da quelle coordinate, il partito era strutturalmente debole. Al Sud, che pure era la metà del paese per popolazione, il PCI rimase per decenni un fenomeno marginale. Non è un dettaglio. È la struttura stessa della questione.
Lo dimostra il referendum istituzionale del 1946. Al Sud vinse la monarchia. Non di poco: in Campania, Calabria e Sicilia, i voti monarchici superarono quelli repubblicani con margini netti. Il paese che avrebbe dovuto essere “spaccato in due”, tra chi sognava la rivoluzione e chi la temeva, in realtà esprimeva qualcosa di molto più ordinario: attaccamento alla tradizione, diffidenza verso Roma, paura del cambiamento. Non esattamente il profilo di una nazione sull’orlo dell’insurrezione.
Poi vennero le elezioni del 1948. Il PCI e il PSI si presentarono insieme nel Fronte Popolare, convinti di poter intercettare il voto delle classi lavoratrici di tutta Italia. Presero il 31 percento. La Democrazia Cristiana prese il 48,5. Fu una batosta storica, non per colpa della CIA o delle buste paga americane, che pure circolarono, ma perché la maggioranza degli italiani non voleva quello che il Fronte offriva. Non voleva la collettivizzazione. Non voleva il modello sovietico. Voleva stabilità.
Il massimo storico del Partito Comunista Italiano arrivò nel 1976: il 34,4 percento. In quel momento, per l’unica volta nella storia repubblicana, il PCI fu davvero vicino al governo. Ma il 34 percento significa che il 66 percento degli italiani votò altrove. Anche al suo apice, il PCI rappresentava un italiano su tre. Non più.
La Resistenza fu plurale. Ridurla all’egemonia comunista è un’operazione politica, non storica.
I partigiani comunisti, pur essendo la componente più organizzata e militarmente efficace della Resistenza, non erano la totalità. Il Corpo Volontari della Libertà contava formazioni cattoliche delle Fiamme Verdi, brigate socialiste e azioniste, gruppi monarchici e militari. E tra questi c’era anche la Brigata Ebraica: un corpo militare ebraico, inquadrato nell’esercito britannico, che combatté sul fronte italiano tra il 1944 e il 1945. Migliaia di uomini, molti dei quali sapevano già quello che stava accadendo in Europa. Molti dei quali avevano già perso le loro famiglie. Combatterono. Liberarono. Appartengono a quella storia tanto quanto chiunque altro.
Il primo maggio e l’internazionale che non esiste più
Il primo maggio ha una storia propria, separata dal 25 aprile, anche se oggi le due ricorrenze vengono fuse in un unico calendario emotivo della sinistra. Nasce dalla memoria dei martiri di Haymarket, Chicago, 1886: lavoratori uccisi durante uno sciopero per la giornata lavorativa di otto ore. Non nasce in Italia. Non nasce nel comunismo sovietico. Nasce nel movimento operaio americano, liberale e sindacalista. È una data che appartiene al lavoro, non a un partito.
Ma il primo maggio italiano da decenni si è trasformato in qualcosa di diverso. Il concertone di Roma è diventato un palcoscenico dove l’identità conta più della classe. Dove il lavoratore che interessa è quello del Bangladesh, non quello di Taranto. Dove i simboli che si vedono sono la kefiah e la bandiera palestinese, non le tute degli operai dell’Ilva. Dove l’internazionalismo si misura in solidarietà con i fronti di liberazione e non con i contratti collettivi.
Questa trasformazione non è casuale. È il risultato di una lunga sostituzione: il proletariato come soggetto storico è stato progressivamente rimpiazzato dalla categoria dell’oppresso globale. Non importa che siano operai, contadini, impiegati. Importa che siano oppressi. E l’oppresso per eccellenza, nell’immaginario della sinistra internazionalista degli ultimi trent’anni, è il palestinese. Prima era il vietnamita, poi il nicaraguense, poi il curdo, poi il tibetano, poi di nuovo il palestinese. Il soggetto cambia. La grammatica rimane identica.
Il risultato è che il primo maggio non parla più ai lavoratori italiani. Parla a una militanza identitaria che usa il lavoro come cornice e l’internazionalismo come contenuto. E quando qualcuno si presenta in corteo con una bandiera che non rientra in quel codice, viene trattato come un corpo estraneo.
La Brigata Ebraica in piazza: il provocatore che non provoca
Ogni anno, nelle piazze del primo maggio e nelle celebrazioni del 25 aprile, la presenza della Brigata Ebraica scatena una reazione prevedibile. Vengono insultati. Vengono fischiati. In alcuni casi vengono fisicamente osteggiati. E puntualmente, dalla stessa parte che si vanta di incarnare i valori della Resistenza, arriva la giustificazione: sono provocatori. Si presentano con le bandiere di Israele. Cercano lo scontro.
Fermiamoci un momento su questo ragionamento. La Brigata Ebraica combatté contro i nazisti in Italia. Liberò città italiane. Alcuni dei suoi membri, dopo la guerra, aiutarono i sopravvissuti dell’Olocausto a raggiungere la Palestina in quello che divenne noto come il Brichah, la fuga clandestina attraverso l’Europa. Sono parte integrante della storia della Resistenza italiana. Non sono ospiti. Non sono intrusi. Sono parte della storia che si celebra.
Definirli provocatori perché espongono bandiere israeliane è un’inversione logica che rivela qualcosa di preciso: che la solidarietà di quella parte politica con gli ebrei era contingente. Funzionava finché gli ebrei erano vittime. Non funziona quando gli ebrei sono uno Stato, un esercito, una nazione con interessi propri. L’ebreo accettabile è quello del passato, quello del Lager, quello che si lascia commemorare. L’ebreo di oggi, che ha uno Stato e lo difende, è un problema.
La solidarietà con gli ebrei era contingente. Funzionava finché erano vittime. Non funziona quando sono uno Stato.
Questo non è un giudizio sulla politica israeliana a Gaza, che può essere criticata con argomenti legittimi su base di diritto internazionale e proporzionalità. È un giudizio su qualcosa di diverso: il meccanismo attraverso cui si decide chi ha il diritto di stare in piazza. E quel meccanismo, applicato alla Brigata Ebraica, è antisemita nella sua struttura. Non nel suo vocabolario, magari. Ma nella sua logica.
Il terzomondismo come grammatica permanente
Il terzomondismo non è morto con il Novecento. Si è trasformato. La triade originale, Frantz Fanon, Jean-Paul Sartre, la Tricontinentale dell’Avana del 1966, aveva una coerenza interna: l’imperialismo occidentale opprime i popoli del Sud globale, e i lavoratori del Nord hanno il dovere della solidarietà con chi combatte per la propria liberazione. Era una posizione politica discutibile in molti suoi aspetti, ma aveva una struttura.
Quella struttura è sopravvissuta alla caduta del Muro, alla fine dei movimenti di liberazione nazionale, alla dissoluzione dell’URSS. Ma ha perso la coerenza. Quello che rimane è la grammatica senza la sostanza: l’Occidente è colpevole per definizione, i movimenti anti-occidentali sono progressivi per definizione, chiunque combatta contro Israele o gli Stati Uniti si situa automaticamente dal lato giusto della storia. Hamas viene presentato come movimento di resistenza. Gli Houthi vengono presentati come risposta alla povertà yemenita. La storia di quello che questi movimenti fanno ai propri connazionali, alle donne, alle minoranze, agli omosessuali, non compare.
Questa grammatica produce effetti concreti. Produce cortei in cui si marciano fianco a fianco con organizzazioni che in qualsiasi altro contesto verrebbero definite teocratiche e reazionarie. Produce piattaforme politiche in cui il diritto all’autodeterminazione si applica ai palestinesi ma non agli israeliani, agli ucraini ma con qualche riserva se si tratta di Nato, ai curdi ma non sempre. Il principio non è universale. È selettivo. E la selezione segue una bussola unica: chi si oppone all’Occidente ha sempre, almeno in parte, ragione.
Al primo maggio italiano questa grammatica è visibile a occhio nudo. Le kefiah sono diventate un accessorio identitario che non ha più nulla a che fare con la Palestina reale e con la complessità di quel conflitto. Sono un segnale di appartenenza. Come i simboli comunisti che campeggiano sui carri e sugli striscioni: nessuno li collega seriamente alla storia del Gulag o delle carestie ucraine. Sono anch’essi segnali. Dicono: siamo qui, siamo noi, questo spazio è nostro.
A chi appartengono quelle date
Il 25 aprile è la Liberazione. Il primo maggio è il lavoro. Nessuno dei due appartiene a chi oggi li sventola come proprietà di partito.
La Resistenza fu combattuta da comunisti, cattolici, socialisti, azionisti, militari e liberali. E da soldati ebrei di un’unità britannica che sapevano cosa stava succedendo nei campi e decisero di combattere. La Costituzione fu scritta da tutte quelle tradizioni insieme, in un compromesso che nessuna di esse avrebbe potuto raggiungere da sola. Il primo maggio ha le sue radici in Chicago, non a Mosca.
Eppure ogni anno quelle date vengono sottratte alla loro complessità e consegnate a una narrazione unitaria, in cui c’è una parte che ha avuto ragione, che ha combattuto, che ha costruito la democrazia, e c’è il resto: i fascisti, i collaboratori, i moderati, i tiepidi, gli irriducibili anticomunisti. Quella narrazione non è storia. È politica. E la politica, a forza di essere ripetuta come storia, diventa verità.
I numeri dicono qualcosa di diverso. Il PCI non rappresentò mai la maggioranza degli italiani. La Resistenza non fu rossa in modo esclusivo. La Brigata Ebraica non è una provocazione: è storia che cammina. E i lavoratori italiani, oggi, non si sentono rappresentati da chi sventola la kefiah a Piazzale del Pini e fischia chi porta una stella di David.
Il paese vero era stanco, nel 1945. Voleva pace, pane, lavoro. Non rivoluzione. Ottant’anni dopo, ha ancora quella stanchezza. Ha il diritto di non riconoscersi in chi parla a suo nome senza avergli mai chiesto il permesso.
