Dalla guerra ibrida alla guerra cognitiva
Abstract
Il presente saggio analizza la trasformazione del conflitto contemporaneo dalla dimensione ibrida tradizionale alla dimensione cognitiva, evidenziando come lo spazio geopolitico, in particolare il Mediterraneo allargato e il Medio Oriente, si intrecci sempre più con la sfera percettiva e culturale delle società occidentali. Attraverso il caso paradigmatico di Gaza, il testo mostra come conflitti locali ad alta densità simbolica diventino acceleratori di polarizzazione interna, contribuendo alla frammentazione dello spazio pubblico e alla crisi della verità documentale nell’era dell’intelligenza artificiale. Il lavoro propone inoltre una lettura sistemica della “guerra cognitiva” come forma emergente di competizione strategica che opera direttamente sulla percezione, sull’identità e sulla coesione sociale delle democrazie contemporanee.
Sintesi introduttiva
Il conflitto contemporaneo non si svolge più soltanto nei teatri di guerra, ma nello spazio interno delle società che li osservano (Rosenau, 1997). Gaza, il Mediterraneo allargato e le crisi mediorientali non sono soltanto scenari geopolitici, ma nodi di un sistema più ampio in cui informazione, emozione e identità diventano strumenti di competizione strategica (Castells, 2010; NATO Innovation Hub, 2021).
La guerra non mira più unicamente al controllo dei territori, ma alla stabilità delle percezioni (NATO Innovation Hub, 2021; Nye, 2004). In questo quadro, la distinzione tra interno ed esterno, tra evento e rappresentazione, tra realtà e narrazione si indebolisce progressivamente fino a dissolversi.
La conseguenza è una trasformazione profonda dello spazio pubblico occidentale: la cultura diventa campo di polarizzazione, l’informazione vettore di instabilità, e la percezione il principale obiettivo strategico del conflitto.
In questa prospettiva, Gaza non è il centro del sistema, ma il punto in cui il sistema diventa visibile.
Nota metodologica
Il presente contributo adotta una prospettiva interdisciplinare che integra analisi geopolitica, sociologia della comunicazione e studi sulla guerra cognitiva. L’obiettivo non è fornire una ricostruzione empirica esaustiva del conflitto di Gaza, ma utilizzarlo come caso paradigmatico per osservare le trasformazioni del rapporto tra conflitto internazionale, informazione e coesione sociale nelle democrazie contemporanee (Castells, 2010; Dean, 2010).
Il sistema internazionale contemporaneo non è più interpretabile attraverso le categorie classiche della geopolitica statuale. La distinzione tra guerra e pace, tra interno ed esterno, tra conflitto militare e dinamiche sociali si è progressivamente indebolita fino a diventare, in molti casi, analiticamente insufficiente.
Oggi il conflitto si sviluppa su più livelli simultanei: militare, economico, informativo e cognitivo. Ma soprattutto, non resta confinato nei teatri di crisi. Si diffonde nello spazio interno delle società, dove produce effetti di polarizzazione, frammentazione e ridefinizione delle identità politiche e culturali.
In questo quadro, ciò che chiamiamo “geopolitica” è solo la superficie visibile di un sistema più profondo di competizione continua.
1. Il livello geopolitico: Mediterraneo allargato e guerra per procura
Il Mediterraneo allargato e il Medio Oriente rappresentano oggi uno degli snodi principali della competizione globale (Buzan & Wæver, 2003). Non si tratta soltanto di aree instabili, ma di spazi strutturalmente attraversati da interessi convergenti e divergenti di attori statali e non statali (Rosenau, 1997), che operano attraverso logiche ibride: guerre per procura, pressione energetica, controllo delle rotte, gestione dei flussi migratori e influenza politica indiretta.
In questo scenario, i conflitti locali non hanno più una dimensione esclusivamente regionale. Diventano elementi di un sistema più ampio di pressione strategica, in cui ogni crisi può produrre effetti a catena su più livelli del sistema internazionale.
In questa prospettiva il Mediterraneo non rappresenta soltanto uno spazio geografico (Buzan & Wæver, 2003), ma una vera e propria interfaccia strategica tra Europa, Medio Oriente e Africa. Le crisi libica e mediorientale, la competizione energetica, i flussi migratori e la crescente presenza di attori esterni come Russia, Turchia e Cina contribuiscono a trasformare il fianco meridionale della NATO in uno dei principali laboratori della competizione geopolitica contemporanea.
2. Il livello cognitivo: la guerra per la percezione come campo centrale del conflitto
Accanto alla dimensione geopolitica, si è consolidato un livello sempre più decisivo: quello cognitivo.
La crescente rilevanza di questa dimensione è testimoniata anche dall’attenzione che le principali organizzazioni strategico-militari le hanno progressivamente riservato. In particolare, la NATO, attraverso l’Allied Command Transformation (ACT), ha sviluppato a partire dagli anni 2020 il concetto di Cognitive Warfare, riconoscendo come la competizione contemporanea tenda a estendersi oltre i domini tradizionali — terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico — per operare direttamente sulla percezione, sui processi decisionali e sulla resilienza cognitiva delle società.
Pur non configurandosi ancora come una dottrina definitiva e formalmente codificata, tale elaborazione segnala il crescente riconoscimento istituzionale della dimensione cognitiva come spazio strategico della competizione internazionale
In ambito NATO e nei centri di ricerca affiliati all’Allied Command Transformation, il concetto di Cognitive Warfare è stato progressivamente trattato come domain-like space emergente, ossia come dominio operativo non formalmente equiparabile ai cinque domini tradizionali, ma già sufficientemente strutturato da essere oggetto di dottrina sperimentale, wargaming e analisi di resilienza cognitiva.
Tale evoluzione non implica un consenso accademico univoco, ma segnala un passaggio rilevante: dalla dimensione descrittiva del fenomeno alla sua istituzionalizzazione parziale come oggetto di pianificazione strategica.
La guerra cognitiva non riguarda soltanto la disinformazione (NATO Innovation Hub, 2021), ma la struttura stessa dell’ambiente percettivo in cui le società interpretano la realtà.
In questa prospettiva, il controllo e l’orientamento dei processi di costruzione del consenso non si esercitano esclusivamente attraverso strumenti coercitivi, ma anche mediante forme diffuse di governo delle condotte e delle percezioni, secondo dinamiche che richiamano le riflessioni sulla governamentalità e sulle tecnologie del potere sviluppate da Rose (1999). Le infrastrutture digitali contemporanee hanno ulteriormente accelerato questo processo (Castells, 2010), trasformando l’informazione in un flusso continuo ad alta intensità emotiva.
In questo contesto:
- l’emozione prevale sulla struttura (Dean, 2010);
- la velocità prevale sulla verifica;
- la polarizzazione prevale sulla mediazione;
- l’identità prevale sull’analisi.
Il risultato è la progressiva frammentazione dello spazio cognitivo condiviso (Bauman, 2000; Castells, 2010). Non esiste più una singola “realtà pubblica”, ma una molteplicità di narrazioni concorrenti.
Tuttavia, tale lettura non implica che la dimensione cognitiva costituisca un livello esplicativo autonomo o esaustivo. Essa deve essere intesa come un dominio emergente che interagisce costantemente con strutture materiali, istituzionali ed economiche già esistenti, senza sostituirsi ad esse
3. Gaza come nodo di amplificazione cognitiva globale
All’interno di questa struttura, il conflitto di Gaza assume una funzione particolarmente rilevante.
Non soltanto per la sua dimensione militare, ma per la sua elevatissima densità simbolica e narrativa. Gaza è uno dei conflitti a più alta esposizione mediatica globale e, proprio per questo, uno dei più sensibili alla trasformazione cognitiva (NATO Innovation Hub, 2021).
In termini sistemici, Gaza funziona come:
- catalizzatore di emozioni politiche globali;
- acceleratore di polarizzazione interna nelle società occidentali;
- generatore di narrazioni morali contrapposte (Dean, 2010);
- moltiplicatore di conflitti identitari.
In questo senso, non è il centro del sistema, ma uno dei punti in cui le tensioni sistemiche diventano più visibili e più intense.
Questa funzione di amplificazione non deve essere interpretata come causalità autonoma del conflitto, bensì come interazione tra eventi ad alta visibilità mediatica e fratture socio-politiche preesistenti nelle società di ricezione
Ciò non implica che le sofferenze reali della popolazione palestinese siano irrilevanti o fittizie. Significa piuttosto riconoscere come tali sofferenze possano essere utilizzate, enfatizzate, selezionate o reinterpretate da una pluralità di attori politici e geopolitici per finalità che travalicano ampiamente la questione palestinese stessa. In questa prospettiva Gaza rischia di diventare, ancora una volta, non il fine ma il mezzo.
Gaza assume una centralità particolare (Castells, 2010; Zuboff, 2019) non per una sua presunta eccezionalità geopolitica, ma per la combinazione di densità simbolica, esposizione mediatica e capacità di attivazione emotiva nelle società occidentali. In questo senso, il conflitto diventa un dispositivo di rifrazione interna, attraverso cui tensioni già presenti nelle democrazie digitali vengono amplificate e riorganizzate in forme polarizzate.
4. La crisi della verità visiva: AI e dissoluzione del documento
Un ulteriore salto qualitativo è rappresentato dalla crisi della verità visiva.
La diffusione di strumenti di intelligenza artificiale generativa (Andrejevic, 2019) ha introdotto una condizione nuova: la crescente indistinguibilità tra immagine reale e immagine costruita (Andrejevic, 2019; Zuboff, 2019). In un ecosistema informativo già accelerato, questo fenomeno produce un effetto decisivo: la perdita della fotografia come prova stabile del reale (Andrejevic, 2019).
In contesti ad alta intensità emotiva come Gaza, questo meccanismo si amplifica ulteriormente. La circolazione di immagini autentiche, manipolate o generate artificialmente contribuisce alla formazione di uno spazio percettivo instabile, in cui la verificabilità diventa secondaria rispetto all’impatto emotivo.
Il risultato è che l’immagine non documenta più il reale: contribuisce a costruirlo nella percezione collettiva (Dean, 2010).
A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa.
La capacità di produrre contenuti, immagini e narrazioni indistinguibili dal reale rischia infatti di amplificare ulteriormente le dinamiche della guerra cognitiva, mentre la trasformazione dei sistemi produttivi potrebbe generare nuove forme di esclusione sociale (Zuboff, 2019), precarietà identitaria e vulnerabilità politica. In tale contesto, la competizione per il controllo delle percezioni potrebbe assumere un’importanza persino superiore a quella del controllo dei territori.
5. Dal conflitto internazionale alla cultura: la rifrazione interna
Il passaggio successivo è decisivo: ciò che avviene nei teatri geopolitici non resta confinato a quei contesti, ma viene riflesso nello spazio interno delle società occidentali.
Le opinioni pubbliche diventano così il luogo in cui il conflitto si rielabora (Castells, 2010), si semplifica e si polarizza. Le linee di divisione non sono più soltanto politiche, ma simboliche e identitarie (Bauman, 2000).
Tale processo non avviene in modo uniforme né deterministico, ma attraverso filtri culturali, istituzionali e mediatici differenti tra società e contesti nazionali.
Questo processo coinvolge direttamente anche lo spazio culturale, che perde progressivamente la sua funzione di mediazione autonoma.
6. Il meccanismo della polarizzazione come moltiplicatore strategico
Uno degli aspetti meno compresi dei conflitti contemporanei è che il loro successo non dipende necessariamente dalla forza militare degli attori coinvolti (Kilcullen, 2020; Nye, 2004), ma dalla loro capacità di produrre effetti politici e sociali all’interno delle società avversarie.
Da questo punto di vista, il problema non è Gaza in sé. Il problema è ciò che Gaza produce nelle società occidentali.
L’attentato jihadista compiuto da un singolo individuo, la manifestazione pro-Palestina, la contro-mobilitazione pro-Israele, la polemica sui social network, la fotografia controversa, il video decontestualizzato e la dichiarazione provocatoria di un intellettuale possono apparire come eventi distinti e privi di connessione reciproca.
In realtà, sul piano degli effetti sistemici, tendono a convergere verso un medesimo risultato: l’aumento della polarizzazione interna.
- L’attentato genera paura.
- La paura alimenta il sospetto.
- Il sospetto alimenta la contrapposizione identitaria.
- La contrapposizione identitaria alimenta la radicalizzazione del dibattito pubblico.
- La radicalizzazione produce frammentazione sociale.
- E la frammentazione riduce la capacità delle istituzioni democratiche di mantenere consenso e coesione (NATO Innovation Hub, 2021).
Anche se al momento nulla consente di affermare l’esistenza di un coordinamento tra gli attori coinvolti, vi è nondimeno da dire che questo non ci consente di escludere che fenomeni differenti possano produrre effetti convergenti sul piano sistemico, alimentando processi di polarizzazione che, nelle mani di attori interessati alla destabilizzazione, potrebbero essere sfruttati come strumenti di pressione politica, sociale e cognitiva (Kilcullen, 2020).
7. La spirale della diffidenza reciproca
In questo quadro, l’obiettivo implicito non è necessariamente convincere la maggioranza della popolazione di una determinata tesi.
È sufficiente aumentare il livello di conflittualità interna.
Un attentato compiuto in nome della jihad produce inevitabilmente una reazione emotiva.
Quella reazione può tradursi in ostilità verso intere comunità musulmane che nulla hanno a che fare con il terrorismo.
L’aumento della diffidenza può favorire processi di chiusura identitaria (Bauman, 2000).
Tali processi alimentano a loro volta nuove tensioni, nuove contrapposizioni e nuove occasioni di mobilitazione.
Parallelamente, il conflitto mediorientale viene importato nello spazio pubblico europeo (Castells, 2010) attraverso manifestazioni, campagne mediatiche e scontri narrativi sempre più radicalizzati.
Il risultato è una progressiva trasformazione del conflitto esterno in conflitto interno.
8. Gaza come detonatore cognitivo
In questa prospettiva, Gaza assume una funzione particolare, e questo non perché sia l’origine del fenomeno, ma perché rappresenta uno straordinario detonatore cognitivo.
Ed infatti non è un caso che:
- ogni immagine proveniente da Gaza,
- ogni dichiarazione politica,
- ogni operazione militare,
- ogni manifestazione di solidarietà,
- ogni denuncia, come pure
- ogni accusa,
diventi immediatamente materia prima per la costruzione di nuove fratture all’interno delle società occidentali (NATO Innovation Hub, 2021), all’interno di contesti caratterizzati da elevata frammentazione informativa e vulnerabilità ai bias cognitivi (NATO Innovation Hub, 2021; Zuboff, 2019) particolarmente rilevante in alcuni contesti europei, tra cui Italia e Spagna.
Tali differenze non devono essere interpretate in termini di deficit cognitivi assoluti, ma come disomogeneità strutturali nelle competenze di literacy e nella capacità di navigazione informativa in ecosistemi digitali ad alta complessità.
Secondo le rilevazioni OCSE (PIAAC), alcuni Paesi europei registrano quote significative di popolazione adulta con competenze alfabetiche e numeriche collocate nei livelli più bassi della scala di literacy funzionale.
Tali dati, tuttavia, non possono essere interpretati come indicatori diretti di “analfabetismo funzionale” in senso assoluto, ma come distribuzioni differenziali di competenze cognitive di base, influenzate da variabili socioeconomiche, educative e migratorie.
In questo quadro, la vulnerabilità informativa di una società non dipende da un singolo indicatore nazionale, ma dall’interazione tra alfabetizzazione funzionale, ecosistema digitale ed esposizione a flussi informativi ad alta intensità emotiva.
È in questo senso che la questione palestinese finisce così per svolgere una funzione che supera largamente il proprio contesto geografico, divenendo uno dei principali acceleratori delle tensioni identitarie (Bauman, 2000; Castells, 2010) che attraversano l’Occidente contemporaneo.
9. Il vero terreno dello scontro
La conseguenza è che il vero terreno dello scontro non è Gaza, non è Israele e non è neppure il Medio Oriente.
Una delle principali aree di competizione strategica sembra riguardare la tenuta cognitiva e sociale delle democrazie occidentali (Arendt, 1958; NATO Innovation Hub, 2021).
La capacità di mantenere uno spazio pubblico condiviso (Arendt, 1958).
La capacità di distinguere tra critica politica e ostilità identitaria.
La capacità di evitare che eventi esterni vengano trasformati in guerre civili simboliche permanenti.
È qui che la guerra cognitiva incontra la geopolitica.
Ed è qui che il conflitto contemporaneo mostra il suo volto più insidioso: non conquistare territori, ma erodere dall’interno la coesione delle società avversarie (Kilcullen, 2020).
Un concetto meglio compreso da quanti hanno affrontato il conflitto come una condizione critica in cui il prevalere può essere la diretta conseguenza di una logica strategica alla Sun Tzu, piuttosto che alla Carl von Clausewitz.
10. Il caso De Gregori e Erri De Luca: la cultura come campo di polarizzazione
I casi qui richiamati non hanno valore dimostrativo in senso statistico, ma illustrano in forma esemplificativa dinamiche osservabili anche in altri contesti culturali occidentali.
Le recenti polemiche che hanno coinvolto figure come Francesco De Gregori ed Erri De Luca, un famoso cantante ed un parimenti ben noto scrittore italiano, non sono episodi isolati, ma segnali di questa trasformazione involutiva.
Il punto non è il contenuto specifico delle loro posizioni, ma il modo in cui esse vengono recepite: non come interventi culturali, ma come atti collocati all’interno di uno spazio polarizzato.
La cultura, in questo senso, non viene più interpretata come campo di complessità (Arendt, 1958; Dean, 2010), ma come estensione del conflitto narrativo globale: una interpretazione che finisce per premiare soggetti sin qui meno che marginali persino del mondo dello spettacolo, ma funzionali ad una dinamica che tende a privilegiare forme di comunicazione ad alta intensità emotiva e bassa complessità argomentativa.
Le conseguenze sono evidenti:
•perdita di neutralità simbolica dello spazio culturale;
•trasformazione dell’intellettuale in vettore identitario (Bauman, 2000);
•riduzione del dibattito a schieramento;
•sovrapposizione tra linguaggio culturale e linguaggio politico.
11. Il punto di sintesi: dalla guerra ibrida alla guerra cognitiva totale
Il quadro complessivo che emerge è quello di una trasformazione progressiva del conflitto contemporaneo.
Una possibile interpretazione delle trasformazioni del conflitto contemporaneo consiste nel considerare la dimensione cognitiva come un livello sempre più rilevante accanto a quelli militare, economico e informativo
Tale impostazione descrittiva deve essere considerata complementare, e non sostitutiva, rispetto ai tradizionali modelli geopolitici, economici e strategico-militari
In questo contesto:
- Gaza è un acceleratore narrativo globale;
- il Mediterraneo è uno spazio di pressione geopolitica diffusa;
- la cultura è un campo di rifrazione del conflitto;
- l’informazione è il vettore principale di instabilità percettiva (Castells, 2010; NATO Innovation Hub, 2021).
La distinzione tra esterno e interno perde progressivamente significato operativo.
12. Limiti dell’analisi
Il presente contributo propone una lettura teorica e sistemica delle trasformazioni del conflitto contemporaneo e non intende dimostrare relazioni causali dirette tra singoli eventi geopolitici e specifici processi di polarizzazione sociale. L’analisi utilizza il caso di Gaza come esempio paradigmatico di un fenomeno più ampio, senza attribuire a tale conflitto una condizione di unicità o di esclusività rispetto ad altri contesti caratterizzati da elevata esposizione mediatica e forte capacità di mobilitazione emotiva.
Inoltre, molti dei processi descritti – dalla frammentazione dello spazio cognitivo alla crescente influenza delle piattaforme digitali sulla formazione delle opinioni pubbliche – richiederebbero ulteriori verifiche empiriche e comparative per essere misurati con precisione. Il saggio si colloca pertanto nell’ambito dell’analisi interpretativa e della riflessione teorica, con l’obiettivo di individuare tendenze emergenti e possibili linee evolutive del conflitto contemporaneo piuttosto che formulare conclusioni definitive.
Infine, il concetto di “guerra cognitiva” è ancora oggetto di dibattito nella letteratura scientifica e strategica. Le considerazioni qui sviluppate devono essere lette come un contributo alla discussione su una categoria analitica in fase di definizione, la cui portata e i cui confini teorici restano tuttora aperti al confronto accademico (NATO Innovation Hub, 2021).
Inoltre, il modello interpretativo adottato si colloca deliberatamente a un livello di astrazione sistemica che privilegia relazioni strutturali e dinamiche emergenti rispetto alla verificabilità causale puntuale. Ciò implica che alcune affermazioni del testo devono essere intese come ipotesi di configurazione sistemica piuttosto che come proposizioni empiricamente falsificabili nel senso stretto delle scienze naturali.
Tale scelta metodologica è coerente con la tradizione della teoria dei sistemi complessi applicata alle relazioni internazionali, ma comporta inevitabilmente un margine di indeterminazione interpretativa.
13. Contro-argomentazioni, limiti interpretativi e complessità dei modelli storici
L’impianto teorico sviluppato nel presente lavoro, centrato sulla transizione dalla guerra ibrida alla guerra cognitiva, presenta inevitabilmente alcuni punti di tensione che richiedono una esplicitazione critica più rigorosa.
Un primo limite riguarda il rischio di sovraestensione del paradigma cognitivo. L’interpretazione del conflitto contemporaneo come sistema prevalentemente percettivo e informativo consente di evidenziare dinamiche emergenti reali, ma può indurre a una riduzione della pluralità causale a un unico frame esplicativo. In altri termini, la lettura cognitiva è efficace come modello di connessione tra livelli eterogenei del sistema internazionale, ma non sempre è sufficiente a spiegare autonomamente la genesi dei conflitti.
Un secondo elemento critico riguarda la relazione tra eventi geopolitici e dinamiche interne alle società occidentali. Sebbene sia empiricamente osservabile che eventi ad alta intensità simbolica possano funzionare da acceleratori di polarizzazione, non è sempre possibile inferire una direzione causale lineare. In molti casi, tali eventi agiscono come trigger sistemici che interagiscono con fratture sociali, culturali e politiche preesistenti, piuttosto che come cause primarie.
Un terzo punto riguarda la natura epistemologica ancora non stabilizzata del concetto di guerra cognitiva. Nonostante la crescente attenzione in ambito strategico-militare e nei centri di ricerca collegati alla NATO, tale concetto non possiede ancora una definizione univoca né uno statuto teorico pienamente consolidato nelle scienze sociali. Ne consegue che il suo utilizzo analitico deve essere inteso come euristico e non come categoria definitivamente formalizzata.
Nota critica sulla lettura storico-sistemica del post-Guerra Fredda
Ulteriori precisazioni riguardano l’interpretazione delle trasformazioni del sistema internazionale successive alla fine della Guerra Fredda.
Sebbene il sistema bipolare abbia certamente contribuito alla strutturazione di molte dinamiche regionali attraverso logiche di alleanza, proxy war e sostegno selettivo ad attori locali, sarebbe riduttivo interpretare la successiva evoluzione dei conflitti mediorientali come conseguenza diretta e lineare del venir meno dell’equilibrio ideologico tra blocchi.
La fase post-1989 deve essere piuttosto interpretata come un processo di ristrutturazione multilivello del sistema globale, caratterizzato da:
- crisi e trasformazione dei modelli statuali post-coloniali;
- progressiva erosione delle ideologie universaliste novecentesche senza loro sostituzione univoca;
- emergere di nuove forme di legittimazione politica a base identitaria, religiosa, securitaria o economico-tecnocratica;
- intensificazione delle disuguaglianze e delle dinamiche di urbanizzazione nei contesti regionali;
- interventi militari e politici esterni non riconducibili a un unico schema ideologico coerente;
- riconfigurazione delle catene energetiche e delle interdipendenze economiche globali.
All’interno di questo quadro, anche il comportamento di attori come Russia e Cina non può essere descritto come semplice convergenza verso il modello liberale occidentale. Piuttosto, si osserva una traiettoria di adattamento selettivo alla globalizzazione, accompagnata da modelli politico-economici distinti e non convergenti:
- la Federazione Russa ha sviluppato un assetto caratterizzato da capitalismo politico a forte centralizzazione del potere;
- la Repubblica Popolare Cinese ha consolidato un modello di integrazione tra economia di mercato e controllo politico-strutturale del Partito-Stato.
Ne deriva non una omogeneizzazione del sistema internazionale, ma una competizione tra forme ibride di modernità politica, che coesistono in un contesto di interdipendenza asimmetrica.
Le considerazioni critiche qui espresse devono pertanto essere lette non come correzione esterna del modello, ma come parte integrante del suo stesso livello di astrazione analitica
Sintesi critica
Nel complesso, il modello interpretativo proposto dal presente lavoro risulta particolarmente efficace nel descrivere le dinamiche di circolazione informativa, polarizzazione percettiva e interconnessione tra livelli geopolitici e sociali. Tuttavia, la sua capacità esplicativa deve essere intesa come strutturale e relazionale più che causale e deterministica.
La forza del paradigma risiede nella capacità di evidenziare configurazioni emergenti del sistema internazionale; il suo limite principale consiste nel rischio di attribuire coerenza intenzionale o lineare a processi che, nella realtà storica, risultano invece distribuiti, non lineari e multi-causali
Conclusione
Il conflitto contemporaneo non si gioca più soltanto tra Stati, ma tra sistemi di percezione (NATO Innovation Hub, 2021; Nye, 2004).
La stabilità delle società non dipende esclusivamente dalla forza militare (Kilcullen, 2020; Nye, 2004) o economica, ma dalla loro capacità di resistere alla frammentazione cognitiva e alla polarizzazione narrativa.
In questo scenario, Gaza non è il centro del sistema, ma uno dei punti in cui il sistema diventa visibile.
E la cultura costituisce sempre più uno degli spazi nei quali tale visibilità si traduce in conflitto simbolico e competizione cognitiva.
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