Neutralisti, vigliacchi e confusi. É il vero volto degli italiani rispetto al tema della guerra. Italiani che alla difesa della patria preferiscono disertare e postare video su Tik Tok. Siamo reduci dalla lettura di uno sconfortante articolo pubblicato quest’oggi sul quotidiano “La Stampa” (pag.1,9), in realtà un’analisi di un recente rapporto del CENSIS intitolato “Gli italiani in guerra”, relativo all’atteggiamento della popolazione dello Stivale in un ipotetico scenario bellico. Un’estrema sintesi che proponiamo, delinea il quadro di una popolazione propensa ad un marcato neutralismo con un forte desiderio di evitare conflitti, pur condividendo il ruolo difensivo della NATO. Rispetto alla militarizzazione su scala nazionale (leva obbligatoria), vi è una forte preferenza verso una difesa comune europea, considerata più adeguata. Solo il 16 % afferma che sarebbe disponibile a “difendere la patria” con le armi, mentre molti preferirebbero lasciare il compito a mercenari o forze professionali.
Gli italiani manifestano un atteggiamento di pacifismo pragmatico e neutralismo, restando legati alla NATO ma preferendo l’idea di una difesa europea. La partecipazione diretta in un eventuale conflitto viene vista con diffidenza: si teme più la guerra che la minaccia e si confida in soluzioni diplomatiche e collaborative.
Come sottolineato dallo stesso CENSIS, a fronte di un momento storico in cui si intensificano gli scontri militari su più fronti, l’Italia scopre una sua “impreparazione culturale e psicologica, prim’ancora che nella dimensione specificamente bellica: in pratica non si riesce a concepire la guerra come un fatto possibile e attuale, ritenendo ancora di poterla aggirare con astuzie politico-diplomatiche”. Leggasi: a fronte del delicato periodo di forti tensioni internazionali, lo stato di “non belligeranza” poco conta su un palcoscenico globale sempre più trasparente e pronto a cogliere ogni segno di debolezza da parte di una Nazione, come la nostra, abituata a tenere il piede in due scarpe o di ricercare forzosamente fantasiose soluzioni diplomatiche anche a fronte di approcci ben poco democratici in fatto di tensioni politiche-etniche-religiose.
Nel suo trattato “Vom Kriege” (Della guerra), pubblicato postumo nel 1832, il generale prussiano Carl von Clausewitz affermava che “la guerra non è che la continuazione della politica con l’impiego di altri mezzi”, un assioma oramai studiato da pochi storici e analisti e nelle Accademie militari, ma che riassume in una breve e celebre frase una realtà di fronte alla quale potremmo a breve confrontarci.
In realtà, Von Clausewitz affronta il tema della guerra sotto i suoi aspetti peculiari ed in essi comprende un sistema dinamico composto da tre forze fondamentali: il Governo, che deve esprimersi sugli obiettivi strategici e la razionalità politica di un eventuale conflitto; le Forze Armate che debbono razionalizzare le loro abilità militari, la capacità logistica e la struttura gerarchica; il Popolo che deve dimostrare la propria passione, l’attaccamento al proprio Territorio, la volontà di difenderlo e l’odio verso l’aggressore.
Più in generale, lo stratega prussiano esprime un concetto non certo banale, ma più che razionale, laddove sottolinea che “la guerra non ha senso se i costi militari e umani superano i vantaggi politici”. Questo principio anticipa il moderno concetto di proporzionalità strategica.
Non sono concetti astrusi e vetusti, piuttosto tematiche assai attuali che il nostro concetto di modernità non riesce a concepire.
Rinchiusi nel nostro modo d’essere e nella ampie capacità di rapportarci con il mondo esterno solo grazie alla innovative tecniche di comunicazione, ben scevre da una reale volontà di conoscenza dei fenomeni geopolitici che ci circondano, non comprendiamo come non sia possibile raggiungere un accordo di pace in Medio Oriente, un settore geografico da sempre al centro di tensioni e conflitti e incomprensibile alle nostre menti occidentali guidate da concetti di “Diritti a tutti i costi”, e mai dei “Doveri” imposti da una difesa ad oltranza di uno Stato riconosciuto e legittimato, in questo caso Israele. Uno Stato, quello ebraico, che si propone come ultimo baluardo all’arroganza islamista, facendosi carico anche del “lavoro sporco” che l’Occidente non ripudia, ma delega.
Assistiamo così a manifestazioni estemporanee, dove migliaia di cittadini vorrebbero imporre il proprio diktat a Paesi in perenne conflitto, quasi che la visione dei medesimi possa essere snaturata da un blocco del traffico in una qualsiasi metropoli europea, dagli scontri con le Forze dell’ordine, dalla frantumazione di qualche vetrata…
Altri tentano di “rompere l’assedio” a Gaza (quale assedio non è dato sapere) con imbarcazioni colme di 10-15 pacifisti e 30 giornalisti indottrinati alla ricerca dello scoop. Neanche da immaginarsi quanto sia ridicolo il solo pensare che un qualsiasi Stato, Italia a parte, permetta ad un solo natante di avvicinarsi alle proprie coste senza i relativi permessi e previo controllo. Uno Stato sovrano ha il pieno diritto di bloccare le imbarcazioni e, quantomeno, rispedirle al mittente, se non quello di processare passeggeri ed equipaggio per elementari infrazioni ai codici internazionali.
Ma il nostro popolo di 60 milioni di abitanti si mostra pavido, egoista, se non codardo, nel manifestare il suo concetto di amore per la Patria nel solo 16% degli interpellati che si dicono pronti ad imbracciare le armi in Sua difesa. E il rimanente 84% ? I giovani, non potendo difendersi con lo smartphone lanciato verso il nemico e pensando più che altro alla salvaguardia del prezioso e vitale supporto tecnologico, preferirebbe darsi alla fuga (non è dato capire dove…), naturalmente filmandosi nella corsa e postando il video su Tik Tok. Il 39% degli interpellati, dichiarandosi pacifista, si direbbe pronto a protestare (?!) contro il richiamo di riservisti, mentre il 19% si dice pronto a “disertare” (da cosa e da dove ?). Altri, il 26%, preferirebbe “delegare” la difesa del Sacro suolo a militari di professione e mercenari stranieri che dovrebbero “salvare il culo” (doveroso francesismo), ovviamente, a basso costo, ai poltronari che vedrebbero di buon grado l’assistere ad un conflitto online o tramite i vari tg televisivi, salvo poi essere impreparati ad una qualsiasi reale aggressione esterna.
Vi sono poi altri residuali dati, peraltro contrastanti, che vedono il 22% degli interpellati sostenere di non volere un riarmo né nazionale né europeo, a fronte di un 26% che ritiene opportuna una completa rivisitazione del nostro sistema di difesa con un ammodernamento degli armamenti ed un rafforzamento delle Forze armate. Vi è poi il dato minore dell’11% che sostiene l’acquisizione di armi atomiche sul nostro suolo come deterrente (le cui basi, naturalmente, costruite ben lontano da casa propria…).
Da sottolineare che l’81% degli interpellati, in caso di conflitto, cercherebbe un rifugio sicuro e ricorrerebbe all’accaparramento di beni di prima necessità per la sopravvivenza, mentre il solo 27% si procurerebbe un’arma addestrandosi all’utilizzo.
Gli italiani e la guerra: un panorama desolante se non sconfortante
Occorrerebbero risposte punto per punto alle affermazioni, di per sé abbastanza ebeti, di chi manifesta per la pace quasi a volerla imporre ad altri, oppure a chi intende “opporsi” ad un richiamo dei riservisti, per imporre la propria volontà intrisa di codardia a chi porrebbe la propria vita a disposizione degli stessi manifestanti di professione (possibilmente il venerdì, tanto per allungare il week end). Ma anche i “poltronari”, che propongono un’ampia delega alla difesa della Nazione a militari di professione o a mercenari stranieri (in Italia, ovviamente, il reclutamento di contractor è comunque vietato dalle vigenti leggi, peraltro assai contestabili); ci si chiede quale sia il livello intellettivo di questi fenomeni da telecomando o peggio, comodamente seduti sugli scranni del Parlamento.
Verrebbe banalmente da chiedere agli interpellati: “Sì, ok, sono d’accordo con tutti voi, ma se domani vi trovaste un nemico armato sulla soglia di casa, cosa fareste?”.
Ma nel nostro Paese il gioco della polemica è ciò che guida la pubblica opinione: dal giornalismo indottrinato ai video virali sui social network, dove sedicenti analisti si dilettano a propalare la propria personale visione quasi sempre in versione complottista, comprensiva dei “poteri forti” che comandano il mondo, ai post su “X” (già Twitter) dove chiunque intende “imporre” al Governo di “riferire in Parlamento”, non ben conscio del fatto che le risate degli eventuali lettori si sprecherebbero.
E le discussioni non si fermano a mere banalità. La riproposizione di video appositamente confezionati con l’AI che riprendono scene di morte, inclini a riprendere bambini in stato di denutrizione, se non addirittura già cadaveri, filmati in altri contesti e riproposti all’occorrenza nei teatri di guerre in corso, utilizzati per spregevoli fini politici, per raccontare e condividere con i propri sostenitori realtà non attinenti ai conflitti in atto ed inducendo a manifestazioni in loro favore anche il pubblico più geograficamente distante.
Il Principe Antonio de Curtis, in arte Totò, soleva dire: “Quando hai a che fare con una persona che si crede superiore agli altri e ne è fermamente convinta, ridici sopra e assecondala perché non è bello rovinare i sogni di un’idiota”. Una citazione che ben si confà alla definizione che daremmo alla popolazione italiota che mostra, nelle risposte fornite al sondaggio proposto dal CENSIS, il proprio atteggiamento di fronte ad una guerra.
Il confronto bellico è certamente uno dei peggiori mali dell’umanità, ma occorre tenere conto che proprio attraverso le guerre, l’espansionismo degli imperi, lo spargimento di sangue, anche innocente, le distruzioni e conseguenti ricostruzioni, proprio l’umanità medesima ha raggiunto un livello incredibile di sviluppo, purtroppo non comparato ad un’effettiva conoscenza del passato scevra da improponibili sentimentalismi o rimorsi.
Tutto ciò che viene abbondantemente palesato dal rapporto CENSIS, imporrebbe anche una riflessione seria sui contenuti della Costituzione della Repubblica, laddove nell’art.52 si legge che “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, dovere e non diritto. Questo sebbene il precedente art.11 imponga che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ma ciò non toglie che l’interpretazione di tale articolo impone anche che la guerra sia ammessa in chiave difensiva o nell’ambito di organizzazioni internazionali (ONU, NATO, UE) per la sicurezza collettiva.
Conseguenza palese di tutto ciò si rileva nella successiva interpretazione dell’art.52, ove si ritiene che la difesa del territorio nazionale è una responsabilità individuale e collettiva e giustifica anche forme di mobilitazione nazionale in caso di conflitto, così come l’esistenza delle forze armate ed un loro continuo ammodernamento.
Ma parlare con chi non intende ascoltare è pressoché inutile per cui, per brevità, è lecito proporre semplici citazioni, come quella del compianto Primo Ministro di Israele, Golda Meir, quando proprio in relazione alla possibilità di un conflitto, così si espresse: “Non puoi negoziare con qualcuno che è venuto per ucciderti” ed ancora “capisco che gli arabi vogliano sterminarci, ma certo non si aspetteranno la nostra collaborazione”. Basterebbero queste due semplici citazioni a stimolare la riflessione in qualcuno tra gli interpellati dal CENSIS, ma la realtà italiota é assai intricata e si basa sulla difesa del “proprio piatto di spaghetti”. Assistiamo quotidianamente a futili polemiche sulla necessità di ricorrere al nucleare (ma non vicino casa mia…), alla costruzione di nuovi impianti di stoccaggio e/o riciclaggio dei rifiuti (ma non nel mio paese…) o allo sviluppo di nuove reti di comunicazione ed ai relativi ricevitori ( ma non nel mio quartiere…), sino a giungere ai rischi derivanti dalle famose (e misconosciute) “scie chimiche” con presunti fini di controllo climatico, psicologico o biologico, sebbene non esista alcuna prova scientifica credibile a sostegno di questa teoria facilmente confutabile con le semplici “scie di condensazione” (contrails) che si formano quando i gas di scarico caldi dei motori a reazione incontrano l’aria fredda e umida ad alta quota (oltre 8.000 metri) ed il vapore acqueo condensa e congela, formando cristalli di ghiaccio visibili come scie bianche (serve altro?).
Nel frattempo, la guerra in casa ce la siamo già portata, senza combattere. E se qualche migliaio di clandestini o disadattati possono mettere a rischio il bene comune, se non lo stesso ordine e sicurezza pubblico, è significativo del fatto che siamo messi proprio male. Quando e se diverranno la maggioranza, qualcuno sarà sfiorato dall’idea di indossare un’uniforme e ripristinare la legalità, purtroppo sarà tardi.
