Il contenzioso tra l’en même temps Macron e Salvini: la fine della grandeur francese.
A margine del contenzioso italo francese, nato a causa del battibecco a distanza tra il Presidente francese, Emmanuel Macron, ed il Vicepresidente del Consiglio dei Ministri italiano, Matteo Salvini, merita, a mio avviso, inserire una riflessione quadro sulla politica estera francese ed europea in generale.
Certamente, viene spontaneo sottolineare, come da più parti è stato fatto, che Matteo Salvini dovrebbe finalmente capire –ovvero essere aiutato a farlo– che non sarebbe il caso di rendersi conto di non essere un influencer a caccia di like, ma nel contempo anche Macron dovrebbe comprendere –ovvero essere aiutato a farlo– che cosa vuole o vorrebbe realmente fare da grande.
Nel frattempo la Premier Meloni tace. Qualcuno se ne stupisce, ma dato il contesto non è possibile non chiedersi cos’altro potrebbe fare, ma soprattutto cos’altro potrebbe dire. Nel frattempo Macron convoca l’Ambasciatrice italiana. Una convocazione che porta a chiederci: a che pro? Per significarle cosa, e soprattutto dall’alto di cosa? Forse della letterale ridicolaggine del Presidente di un Paese che producendo in un mese i proiettili d’artiglieria che l’esercito ucraino spara in un giorno la dovrebbe smettere una buona volta di cercare di fare la mosca cocchiera del nulla?
Di figure imbarazzanti in Europa ve ne sono fin troppe a cominciare da quella von der Leyen che ignominiosamente il Governo italiano ha contribuito assurdamente a salvare, per proseguire con il Rutte di turno che gioca a fare il Segretario Generale di una NATO che senza gli USA di fatto non esiste, seguito dal solito Starmer che a sua volta gioca a fare il Premier di un Paese che si illude di essere l’erede dell’oltretutto trapassato remoto di ciò che un tempo fu l’impero britannico e, dulcis in fundo, da un Merz, il Cancelliere di quella intraprendente Germania che messa in ginocchio da un attentato (quello al Nord Stream 1e2) che ha distrutto la sua economia, non ha sin qui mostrato il benché minimo coraggio e la benché minima dignità ed amor proprio di chiederne conto a chi di dovere…
Per non parlare del pull di veri e propri inetti che hanno sottoscritto, Francia compresa, la recente resa senza condizioni alla politica tariffaria di Trump, pardon l'”accordo UE-USA”, ovverosia quella indefinibile cosa che:
1) prevede l’applicazione di dazi del 15 % sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, un aumento rispetto al precedente 10 %. In cambio, alcuni settori chiave europei beneficiano di esenzioni o aperture di mercato americane. Tuttavia, molte industrie, soprattutto automobilistiche, restano penalizzate fino alla formalizzazione di contromisure o concessioni da parte dell’UE; e per somma pure che
2) le controparti europee si impegnino anche a investire ingenti somme negli USA –600 Mld di USD in investimenti e 750 Mld in acquisti energetici– oltre a potenziali acquisti militari e tecnologici.
Ebbene a questo proposito vale non poco qui la pena di notare come alle critiche forti:
1) del Premier francese François Bayrou che ha parlato di “giorno buio” per la UE, accusata di essersi “sottomessa” agli USA;
2) del Ministro per l’Europa, Benjamin Haddad, che ha definito l’accordo “sbilanciato”, enfatizzando il mancato rispetto da parte degli USA delle regole del libero scambio;
3) dell’ex premier e leader liberale Guy Verhofstadt che lo ha definito “scandaloso” e frutto di cattiva negoziazione, nonché
4) dei media europei che hanno visto chi in un editoriale ha paragonato l’intesa al momento di Suez, simbolo di umiliazione europea, descrivendola come evidenza di subalternità agli USA
ha fatto da contraltare il solito Macron, fedele al suo “en même temps”, che ha assunto la consueta posizione tutta all’insegna di quel tradizionale “tutto ed il contrario di tutto” che, all’evitamento servile di qualsivoglia condanna, ha aggiunto il proprio perdonale invito alla Commissione Europea a proseguire (su che basi?) i negoziati per riequilibrare il rapporto commerciale, specialmente nel settore dei servizi, ricordando che “non siamo stati temuti abbastanza”.
Tanto per non parlare del suo, incoerente con quanto testé affermato, invito a fare leva anche sul “trade anti-coercizione tool” della UE (il cosiddetto “bazooka commerciale”), per minacciare –non è dato capire con quale fondato grado di fattivo ottimismo– contromisure nei confronti degli USA qualora necessario.
E se la crisi di Suez del 1956, di cui sopra, fu un umiliante momento di verità per il Regno Unito allorché a fronte all’implacabile opposizione degli Stati Uniti, il governo di Anthony Eden fu costretto a rinunciare all’azione militare in Egitto, cosicché la capitolazione alle pressioni americane fu il riconoscimento della diminuzione dello status della Gran Bretagna sulla scena mondiale, ecco che in questo contesto, quantunque l’accordo commerciale recentemente concordato tra Washington e Bruxelles non abbia la drammaticità dell’invio di truppe per riconquistare una delle principali vie d’acqua del mondo, non possiamo esimerci dal considerarlo il momento di Suez attuale dell’UE.
Un momento di Suez di cui i politici europei non possono essere a tal segno non consapevoli da fare proprie, come Emmanuel Macron, posizioni interventiste in Ucraina che non possono non essere considerate ridicole dalla Federazione Russa, ed un indegno inganno e millantato credito dal martoriato Popolo ucraino che meriterebbe ben altro rispetto e considerazione per quanto sin qui sofferto ed ancora dovrà patire per mano non solo di Putin, ma pure per quella dei peggiori alleati che il destino abbia loro riservato.
E tra questi spicca sicuramente in questo momento storico il Presidente francese Macron che non poco si segnala per la sua doppiezza inconcludente che ci motiva a fornire qui una più strutturata riflessione per evidenziare il più simile a Giano bifronte della politica continentale che i fatti ce lo propongono:
1) falco e colomba con riferimento alla guerra in Ucraina. Falco per essere stato tra i primi leader a fornire armi avanzate a Kyiv, tra cui i missili SCALP, ed aver evocato persino la possibilità di inviare truppe europee, e colomba per aver spesso parallelamente insistito sulla necessità di non “umiliare la Russia” e mantenere aperto un dialogo con Putin. Una posizione percepita da molti come ambigua e da altri, in verità pochi, strategicamente tipica di chi cerca da tempo una posizione autonoma per l’Europa tra USA e Russia.
2) leader visionario o solo parolaio con riferimento alla struttura europea per via di quel suo essersi fatto Promotore dell’autonomia strategica europea rilanciando a più riprese il progetto di “sovranità europea” e difesa comune, specie dopo la guerra in Ucraina, ma nel contempo incapace di ottenere dei risultati concreti se solo si considerano la mancata costruzione di un esercito europeo, ed i continui richiami a una maggiore spesa senza avere il supporto una vera coalizione. Fatti questi che che lo hanno fatto al più apprezzare per essere latore di una visione carente di qualsivoglia esecuzione. A conti fatti la principale occupazione di Macron sembra essere stata ed ancora essere quella di un politico che lancia idee ambiziose, ma spesso manca del necessario seguito anche a causa della sua incapacità di promuovere una coerenza politica interna alla EU
3) promotore del green, ma fattivo fautore del fossile per quel suo proporsi come leader del “Green Deal” europeo, e strenuo sostenitore delle transizioni ecologiche e degli accordi globali sul clima, salvo fare poi sì che la Francia sostenga progetti diametralmente opposti. Lo prova il fatto che la Francia ha sostenuto progetti come l’oleodotto EACOP in Africa tramite TotalEnergies, e ha rallentato la transizione energetica interna per motivi economici: eventi che c’è lo fanno apprezzare per ecologista convinto, ma… ma solo fino a quando non va a toccare interessi economici francesi.
4) decolonizzatore ed al tempo stesso neocolonizzatore soft, tanto considerando che dopo aver dichiarato conclusa l’epoca della “Françafrique” e ritirato le truppe da Mali e Burkina Faso, ha comunque mantenuto una forte presenza diplomatica ed economica nel continente africano e riformulato la strategia francese con strumenti “civili” e non più militari. Il che vuol dire essere un politico dedito più alla forma che alla sostanza per via di quel “via i soldati”, ma non l’influenza ricorrente in molti contesti.
Alla fine le sue azioni e le sue parole ce lo restituiscono, per quanto attiene ai rapporti internazionali, come un uomo teso con tutti, ma anche diplomatico con tutti, come lo abbiamo visto con gli USA (AUKUS), Italia (migrazioni), Israele (riconoscimento Palestina), Germania (difesa europea): tutte situazioni che ci restituiscono l’immagine di un Macron che costantemente ha alternato ed alterna conflitto, critiche e collaborazione. Tanto per non parlare dei suoi frequenti passaggi da contesti caratterizzati da scontri retorici a ricuciture pragmatiche: in altre parole un duro a parole, e/o morbido nei fatti in ossequio al realismo imposto dalla geopolitica.
In definitiva questo bipolarismo, questo suo essere sfuggente e contraddittorio ha fatto sì che per i suoi sostenitori sia stato un politico strategico e resiliente che si adatta ai tempi e cerca spazi di manovra per la Francia, mentre per i suoi detrattori il re dell’ambiguità, un “en même temps”, appunto, permanente che dice tutto e il contrario di tutto se non altro fino ad oggi.
Purtroppo per tutti noi Macron rappresenta la nuova forma di leadership europea: iper-mediatica, adattiva, spesso solitaria, che tenta di bilanciare ideali alti e interessi concreti, anche a costo della coerenza. Quella coerenza che in definitiva manca a tal segno alla stranante maggioranza dei politicanti europei, da proporceli perennemente in cotanta controfase gli uni con gli altri da far sì che oggi come oggi la EU sia solo la tragica impotente astrazione geografica che tutti noi abbiamo dinanzi agli occhi
