Il novello patto Molotov-Ribbentrop: asimmetrie, opportunismo e diplomazia silente
Per un’analisi del duopolio USA-Cina e delle implicazioni strategiche per l’Europa e la governance globale
Abstract
Il lavoro analizza l’ordine internazionale contemporaneo adottando una prospettiva strutturale fondata sulla produzione e sulla gestione della plusvalenza globale. Superando le letture ideologiche e valoriali del confronto geopolitico, il saggio sostiene che le dinamiche attuali non riflettano uno scontro tra modelli politici alternativi, ma una competizione sistemica per il controllo delle risorse, dei flussi economici e delle catene del valore.
L’analisi del rapporto tra Stati Uniti e Cina evidenzia una forma di coabitazione competitiva funzionale alla preservazione del meccanismo globale di estrazione del valore. In questo contesto, i conflitti regionali assumono il ruolo di strumenti di regolazione sistemica, utili a ristrutturare mercati, ridefinire dipendenze e trasferire i costi della competizione su attori subordinati.
Il lavoro conclude mostrando come la retorica dei valori svolga una funzione prevalentemente legittimante, mascherando logiche materiali di potere e sfruttamento, e offre una chiave interpretativa per comprendere la stabilità e le tensioni dell’ordine globale nel medio periodo
Capitolo 0
La plusvalenza come motore unico: economia politica del potere globale oltre la retorica
Ogni analisi delle dinamiche geopolitiche contemporanee che non ponga la produzione e l’estrazione di plusvalenza al centro del ragionamento è, nella migliore delle ipotesi, incompleta; nella peggiore, deliberatamente mistificante. Stati, alleanze, ideologie, conflitti armati e narrazioni morali non costituiscono il fine ultimo dell’azione politica, bensì strumenti funzionali alla gestione del potere economico e alla sua riproduzione nel tempo.
La plusvalenza, intesa in senso economico classico, rappresenta il valore eccedente estratto da risorse naturali, lavoro umano e rendite di posizione. In questo senso, non esiste alcuna reale discontinuità strutturale tra i modelli marxisti reali del Novecento e quelli liberisti occidentali: entrambi si fondano sulla medesima modalità produttiva, ovvero sull’appropriazione asimmetrica del valore generato da altri.
La differenza non è nella sostanza, ma nella gestione politica e narrativa di tale appropriazione.
Il fallimento del comunismo sovietico non risiede in una presunta superiorità morale o tecnica del liberismo, bensì nella rigidità di un sistema non concorrenziale, a partito unico, incapace di introdurre stimoli endogeni all’innovazione, all’efficienza e al miglioramento. Tuttavia, questo non rende il modello liberista intrinsecamente migliore: al contrario, esso presenta una contraddizione strutturale insanabile, fondata sulla necessità di una crescita economica indefinita in un mondo finito. Quando l’espansione incontra i limiti materiali, ambientali e demografici, il sistema entra in crisi.
La globalizzazione ha rappresentato, per l’Occidente, una soluzione temporanea a questa contraddizione. Attraverso la delocalizzazione produttiva, l’integrazione delle economie periferiche e l’accesso a manodopera a basso costo, il sistema liberista ha potuto continuare a generare plusvalenza senza ristrutturare i propri presupposti interni. Cina e India sono state, per lungo tempo, spazi di estrazione, non soggetti geopolitici autonomi.
Il punto di rottura si manifesta quando tali attori cessano di essere periferia e diventano competitors sistemici, poco inclini a farsi sfruttare alle stesse condizioni. Da quel momento, la globalizzazione smette di essere un gioco a somma positiva per le élite occidentali e diventa un problema strategico. A questo bivio storico, le opzioni reali sono sempre state due:
- il conflitto diretto tra grandi potenze;
2. una spartizione funzionale del globo in aree di influenza, in cui la plusvalenza continui a essere estratta in modo ordinato, prevedibile e politicamente gestibile.
La scelta del secondo modello non è il frutto di un’illuminazione etica, bensì di razionalità sistemica. La guerra aperta tra potenze nucleari distruggerebbe il meccanismo stesso di produzione del valore; la gestione indiretta dei conflitti, al contrario, consente di mantenere alta la pressione, ristrutturare mercati, ridefinire dipendenze energetiche e finanziarie e disciplinare le società civili. In questo quadro, le guerre periferiche non sono incidenti, ma dispositivi economico-politici.
La retorica politica – libertà, democrazia, inclusione, sostenibilità, difesa dei valori – svolge una funzione eminentemente strumentale. Essa serve a mobilitare consenso, giustificare sacrifici selettivi e trasformare interessi materiali in narrazioni moralmente accettabili. Le popolazioni non vengono coinvolte per decidere, ma per legittimare decisioni già prese. Uomini, donne e bambini non sono variabili morali, bensì pedine reali in una partita giocata altrove.
In questo senso, non esiste una reale frattura morale tra Washington, Pechino, Mosca o Bruxelles. Cambiano i registri linguistici, i simboli, i riferimenti culturali; non cambia il fine ultimo: controllo delle risorse, gestione dei flussi economici, conservazione del potere. La differenza tra democrazie liberali e regimi autoritari non risiede nell’assenza o presenza di sfruttamento, ma nel modo in cui esso viene narrato, normalizzato e reso politicamente digeribile.
Questo Capitolo 0 non ha la funzione di proporre soluzioni, né di indicare alternative normative. Il suo scopo è più elementare e, per questo, più scomodo: rimuovere il velo retorico che ricopre la politica internazionale e ricondurre ogni dinamica analizzata nei capitoli successivi alla sua matrice reale, ovvero la produzione, l’estrazione e la gestione della plusvalenza globale.
Solo accettando questa chiave di lettura è possibile comprendere il duopolio Washington–Pechino, la diplomazia silente, la gestione dei conflitti periferici e la progressiva marginalizzazione degli attori intermedi. Senza questo presupposto, il resto del lavoro rischierebbe di essere letto come una cronaca sofisticata; con esso, diventa invece un’analisi strutturale del potere contemporaneo
Capitolo 1 – Premessa storica: le radici dell’egemonia globale
La storia del XX e XXI secolo mostra come le dinamiche di potere globale siano state modellate da eventi geopolitici e decisioni economiche che spesso si sono intrecciate con interessi finanziari privati. La Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda hanno determinato una ridefinizione degli equilibri internazionali, creando un duopolio ideologico ed economico tra Stati Uniti e Unione Sovietica (Gaddis, 2005). L’assetto post-bellico, con gli accordi di Bretton Woods, ha sancito il dominio statunitense sulla finanza globale, mentre la ricostruzione europea è stata gestita attraverso strumenti di controllo economico e monetario (Helleiner, 1994).
Il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS hanno apparentemente sancito la vittoria definitiva del liberalismo economico occidentale, ma hanno anche creato le condizioni per l’emergere di nuove potenze regionali, in particolare la Cina e l’India (Nye, 2004; Shambaugh, 2013). L’egemonia globale statunitense, lungi dall’essere incontestata, ha incontrato nuove sfide dovute alla globalizzazione produttiva e al trasferimento massiccio di catene del valore in aree a basso costo, determinando squilibri economici interni e crescenti dipendenze strategiche (Stiglitz, 2002; Rodrik, 2011).
L’analisi delle scelte politiche e finanziarie di Washington mostra come i vertici americani, a prescindere dall’amministrazione al potere, abbiano favorito politiche volte a mantenere il controllo dei mercati globali e delle fonti di approvvigionamento, includendo la creazione di asimmetrie strategiche tra gli alleati europei e l’Europa stessa (Ikenberry, 2011). La presenza di grandi conglomerati finanziari come BlackRock e Blackstone nelle stanze decisionali degli Stati Uniti sottolinea la convergenza tra interessi pubblici e privati nella definizione della politica estera e della gestione della globalizzazione (McLean & Nocera, 2010).
In tale contesto, la Cina si è proposta come partner economico e geopolitico alternativo, trovando convergenze non dichiarate ma operative con Washington nella gestione indiretta di conflitti regionali, come emerge dalla situazione in Ucraina (Allison, 2017). Questo nuovo “Patto Molotov-Ribbentrop” tacito tra le due potenze non è esplicito, ma si manifesta nella gestione strategica dei conflitti e nell’influenza esercitata sui sistemi economici globali (Kupchan, 2012)
Capitolo 2 – L’assetto politico ed economico statunitense: l’influenza delle lobby
L’amministrazione statunitense, storicamente, ha sempre intrecciato interessi pubblici e privati nella definizione della politica interna ed estera. Questo fenomeno, noto come lobbying, ha assunto negli ultimi decenni una centralità straordinaria grazie al peso dei grandi conglomerati finanziari e industriali (Drutman, 2015). L’analisi delle nomine di figure chiave nelle amministrazioni successive a Trump mostra una continuità nell’influenza di soggetti come BlackRock, Blackstone e Lazard, che hanno fornito consulenze strategiche e finanziarie non solo ai governi, ma anche alle principali istituzioni internazionali (McLean & Nocera, 2010; Coffee, 2012).
Questa convergenza tra interessi pubblici e privati si manifesta chiaramente nella gestione della politica estera statunitense: la creazione di alleanze, il sostegno economico e militare agli alleati e il contenimento di potenze emergenti non seguono esclusivamente criteri geopolitici, ma risultano fortemente orientati alla protezione degli interessi economici globali degli Stati Uniti (Ikenberry, 2011). In tale prospettiva, le tensioni con la Russia e la Cina non rappresentano solamente contrapposizioni ideologiche, bensì strumenti di gestione delle asimmetrie globali, finalizzati a preservare vantaggi strategici ed economici (Allison, 2017).
Il caso della guerra in Ucraina illustra bene questa logica: la prosecuzione del conflitto, la gestione degli aiuti militari e le pressioni politiche sui governi europei non possono essere interpretate unicamente come risposta a un’aggressione russa, ma vanno viste come parte di un più ampio disegno strategico volto a indebolire una Russia che non può permettersi una vittoria rapida senza pagare un prezzo politico e umano inaccettabile (Mearsheimer, 2014). La Cina, in questo contesto, appare come interlocutore silente ma strategicamente rilevante, trovando convergenze di interessi con Washington nella gestione del conflitto, pur mantenendo un profilo pubblico di neutralità (Shambaugh, 2013)
Capitolo 3 – L’ascesa della Cina e la strategia del duopolio globale
L’ascesa economica e politica della Repubblica Popolare Cinese a partire dagli anni ’80 ha trasformato profondamente l’equilibrio internazionale, costringendo gli Stati Uniti a rivedere le proprie strategie globali (Naughton, 2007). Il modello di sviluppo cinese, basato su forte controllo statale, apertura selettiva ai mercati globali e accumulo tecnologico mirato, ha consentito al Paese di emergere come hub produttivo e finanziario di portata planetaria (Lardy, 2019).
La Cina ha saputo trarre vantaggio dai processi di delocalizzazione industriale delle imprese statunitensi ed europee, rafforzando la propria posizione nella catena del valore globale e consolidando il proprio potere contrattuale nelle relazioni commerciali e geopolitiche (Breslin, 2013). In tale contesto, la guerra in Ucraina e la pressione occidentale su Mosca assumono una valenza strategica ulteriore: il conflitto costringe la Russia a dipendere sempre più dalla Cina, che agisce come partner silenzioso e garante di equilibri economico-politici condivisi con Washington (Shambaugh, 2013; Allison, 2017).
Questa “cooperazione tacita” tra Stati Uniti e Cina si basa su una logica di convenienza reciproca: Washington ottiene un contenimento strategico della Russia senza entrare direttamente in conflitto sul campo, mentre Pechino consolida la propria influenza economica e politica nella regione eurasiatica (Mearsheimer, 2014). Pur non dichiarata, questa intesa funziona come una forma di diplomazia silente, in cui gli interessi convergono senza bisogno di accordi formali, dimostrando come l’architettura internazionale contemporanea non possa essere letta esclusivamente in termini di contrapposizione ideologica (Ikenberry, 2011).
Il ruolo cinese, quindi, non è passivo: Pechino esercita un controllo selettivo su forniture energetiche, accesso ai mercati e tecnologie avanzate, sfruttando le fragilità economiche e politiche dei Paesi occidentali per consolidare la propria posizione nel duopolio globale (Lardy, 2019; Breslin, 2013)
Capitolo 4 – L’Europa tra subordinazione e possibilità di autonomia
L’Europa contemporanea si trova a fronteggiare un dilemma storico: mantenere la subordinazione strategica agli Stati Uniti o tentare un’autonomia politica ed economica (Keohane, 2005). La struttura istituzionale dell’Unione Europea, fondata principalmente su logiche economiche e monetarie, ha finora limitato la capacità decisionale degli Stati membri in materia di difesa e politica estera (Moravcsik, 1998).
Il legame transatlantico, consolidato sin dalla Guerra Fredda, ha reso gli Stati europei dipendenti dal sostegno militare e tecnologico americano, con impatti diretti sulle politiche interne e sulla gestione delle crisi internazionali, come quella ucraina (Mearsheimer, 2014). Tuttavia, la crescente asimmetria economica e tecnologica rispetto a Washington e Pechino suggerisce la necessità di un ripensamento strategico volto a creare un vero equilibrio di potere regionale (Ikenberry, 2011; Cohen, 2008).
L’Italia, ad esempio, mostra tutte le criticità di una dipendenza strutturale: mancanza di industrie pesanti, deficit nel settore energetico, sottosviluppo nella ricerca e innovazione tecnologica e un’economia eccessivamente legata al terziario (OECD, 2020). Questi fattori riducono la capacità negoziale dell’Italia all’interno dell’UE e la espongono alle pressioni di Washington e dei grandi attori globali (Petrella, 1997).
Al contempo, l’Europa possiede risorse e potenzialità inespresse, che potrebbero essere valorizzate tramite una reale integrazione politica, la creazione di un bilancio federale unico e una politica industriale strategica capace di riconvertire settori chiave e valorizzare ricerca e innovazione (Tooze, 2018; Baldwin, 2016). La costruzione di una vera autonomia europea non è dunque utopistica: si tratta di un percorso lungo, che richiede visione politica, leadership credibile e coraggio nel ridefinire i rapporti con Washington e Pechino, senza cadere in dinamiche di sudditanza automatica (Moravcsik, 1998; Ikenberry, 2011).
In tale quadro, la guerra in Ucraina rappresenta un banco di prova: la capacità europea di assumere decisioni autonome e di gestire il conflitto diplomaticamente potrebbe determinare la sua rilevanza futura nello scacchiere globale e la possibilità di affermare un vero ruolo nel duopolio Washington-Pechino (Allison, 2017; Shambaugh, 2013)
Capitolo 5 – La Cina e l’America: complementarità e competizione
La relazione tra Stati Uniti e Cina si caratterizza oggi per un complesso intreccio di cooperazione economica e competizione strategica (Shambaugh, 2013; Ikenberry, 2011). Nonostante la retorica pubblica di contrapposizione, esistono evidenti aree di interdipendenza, soprattutto sul piano finanziario e commerciale, che rendono difficile un conflitto aperto su scala globale (Allison, 2017; Rithmire, 2016).
Gli investimenti cinesi negli Stati Uniti e la partecipazione di aziende americane al mercato cinese creano un legame economico che Washington non può ignorare, nemmeno nel contesto delle tensioni geopolitiche sul Mar Cinese Meridionale e su Taiwan (Naughton, 2018; Lardy, 2019). Questa interdipendenza ha favorito la nascita di un asse tacito, non dichiarato, che si fonda su un equilibrio di interessi reciproci: Pechino garantisce la stabilità economica e finanziaria necessaria agli Stati Uniti, mentre Washington tutela l’accesso ai mercati e alle tecnologie cinesi (Allison, 2017; Shambaugh, 2013).
Al contempo, le divergenze strategiche non possono essere ignorate. Gli Stati Uniti mantengono una presenza militare globale e un sistema di alleanze che mira a contenere l’espansione cinese, mentre Pechino sviluppa una capacità autonoma di proiezione economica e militare, puntando su iniziative come la Belt and Road Initiative e il rafforzamento delle proprie forze navali (Friedberg, 2011; Rolland, 2017).
Questo doppio binario di competizione e complementarità è alla base di quella che può essere definita una diplomazia silente, in cui gli attori principali agiscono per consolidare vantaggi strategici senza ricorrere a confronti militari diretti (Ikenberry, 2011; Allison, 2017). La guerra in Ucraina, in questo contesto, diventa un terreno indiretto di sperimentazione: consente agli Stati Uniti di contenere la Russia senza impiegare direttamente le proprie forze, mentre la Cina valuta attentamente l’equilibrio tra sostegno strategico e opportunità economica (Mearsheimer, 2014; Lardy, 2019).
In definitiva, la dinamica Washington-Pechino suggerisce l’esistenza di un duopolio globale pragmatista, in cui il dialogo collaborativo tacito prevale sull’aperta ostilità, e in cui le crisi regionali vengono gestite in funzione di obiettivi sistemici condivisi, pur mantenendo una copertura di competizione strategica (Allison, 2017; Shambaugh, 2013).
Capitolo 6 – L’Europa nel Duopolio: subordinazione e opportunità mancate
L’Europa, pur formalmente autonoma, si trova oggi in una condizione di dipendenza strategica dagli Stati Uniti, resa evidente dalla presenza militare americana sul continente e dalla centralità della NATO nella sicurezza collettiva (Keohane, 2012; Mead, 2014). Tale subordinazione storica ha radici profonde, che risalgono alla Seconda Guerra Mondiale e alla Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti assunsero il ruolo di garante della stabilità europea (Gaddis, 2005; Ikenberry, 2011).
Il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda avrebbero potuto rappresentare un’occasione unica per la costruzione di una vera autonomia europea, sia sul piano politico sia su quello economico (Fukuyama, 1992; Milward, 2000). Tuttavia, la predominanza delle logiche di mercato e la dipendenza finanziaria dagli Stati Uniti hanno impedito la piena realizzazione di questo progetto, relegando l’Europa a un ruolo subalterno nell’architettura globale (Stiglitz, 2002; Tooze, 2018).
Questa subordinazione si manifesta non solo in ambito militare, ma anche in quello economico: l’Europa è fortemente esposta alle fluttuazioni del dollaro e alle politiche monetarie statunitensi, e la sua capacità di influenzare le relazioni internazionali è spesso subordinata agli interessi di Washington (Lardy, 2019; Blustein, 2005). La gestione della crisi energetica e della guerra in Ucraina ha reso ancora più evidente la dipendenza strategica, con i Paesi europei costretti a uniformarsi alle direttive americane pur a fronte di costi economici e sociali significativi (Mearsheimer, 2014; Cohen, 2022).
Tuttavia, l’Europa dispone ancora di strumenti potenziali per consolidare la propria autonomia. La creazione di un’unione economica e finanziaria più integrata, accompagnata da una politica industriale e tecnologica coerente, potrebbe consentire di sfruttare le crisi globali come opportunità di rafforzamento strategico interno (Baldwin & Wyplosz, 2019; De Grauwe, 2016). In assenza di queste riforme, l’Europa rischia di continuare a operare come laboratorio politico ed economico a vantaggio di attori esterni, perdendo progressivamente margini di manovra e capacità decisionale (Tooze, 2018; Stiglitz, 2002).
In sintesi, il ruolo europeo nel duopolio Washington-Pechino è quello di un attore subordinato ma potenzialmente influente, a condizione che sappia valorizzare strumenti economici, finanziari e tecnologici in grado di garantire autonomia e resilienza (Ikenberry, 2011; Keohane, 2012).
Capitolo 7 – Il Ruolo della Russia: tra autonomia strategica e dipendenza implicita
La Russia, pur essendo formalmente un attore sovrano con capacità militari e risorse energetiche di rilievo, si trova in una posizione di dipendenza implicita nel contesto del duopolio Washington-Pechino (Mearsheimer, 2014; Lo, 2015). La crisi ucraina e la pressione internazionale hanno mostrato come Mosca non possa condurre operazioni militari prolungate senza considerare l’impatto geopolitico e le possibili reazioni economiche occidentali (Galeotti, 2019; Trenin, 2020).
Il conflitto in Ucraina, in particolare, ha evidenziato la necessità russa di un equilibrio strategico. Non si tratta di una debolezza militare intrinseca, ma di un vincolo politico ed economico derivante dalla combinazione di tecnologia bellica avanzata in mani avversarie e dalla possibilità di sanzioni sistemiche che limitano l’accesso ai mercati finanziari globali (Connolly, 2020; Balmaceda, 2021). Questo scenario ha reso evidente l’interdipendenza tra Mosca e Pechino: la Cina rappresenta non solo un mercato di sbocco per le esportazioni energetiche russe, ma anche un partner strategico silente in grado di bilanciare la pressione occidentale (Kaczmarski, 2021; Gabuev, 2022).
Storicamente, la Russia ha oscillato tra una politica di autonomia piena e la necessità di compromessi pragmatici con attori globali più forti. Durante la Guerra Fredda, Mosca ha dovuto sostenere un equilibrio tra influenza sui Paesi satelliti e competizione con gli Stati Uniti, mantenendo però sempre una capacità di influenza indiretta sugli scenari periferici (Allison, 2014; Roberts, 2017). Oggi, la strategia russa sembra replicare questo approccio attraverso una diplomazia tacita, che prevede accordi informali e collaborazione silenziosa con Pechino, pur mantenendo un profilo di autonomia simbolica (Lo, 2015; Gabuev, 2022).
L’asimmetria principale risiede nel fatto che la Russia, pur essendo forte sul piano militare e energetico, è vulnerabile economicamente e tecnologicamente, mentre la Cina dispone di risorse economiche e tecnologiche superiori e di una capacità di influenza politica globale crescente (Shambaugh, 2013; Lardy, 2019). Questa situazione spinge Mosca a operare con prudenza, evitando scontri diretti che possano compromettere la sua posizione, e a perseguire una politica di allineamento flessibile, cooperando con Pechino nei momenti strategicamente vantaggiosi senza compromettere la propria sovranità simbolica (Kaczmarski, 2021; Gabuev, 2022).
In conclusione, la Russia si configura come attore intermedio, tra autonomia e dipendenza, capace di esercitare influenza ma costretta a modulare le proprie azioni secondo le logiche del duopolio globale. La cooperazione tacita con Pechino e la gestione prudente del conflitto ucraino mostrano come la diplomazia silente sia uno strumento efficace per navigare le asimmetrie di potere nel contesto contemporaneo (Mearsheimer, 2014; Connolly, 2020).
Capitolo 8 – Il Dialogo Silente Washington-Pechino: cooperazione pragmatica e interessi convergenti
Il rapporto tra Stati Uniti e Cina, pur segnato da tensioni commerciali e competizione strategica, mostra livelli sorprendenti di cooperazione pragmatica non dichiarata. Questo dialogo silente si manifesta attraverso meccanismi di coordinamento economico, tecnologico e geopolitico che non sempre emergono nel discorso pubblico, ma che influenzano concretamente le scelte globali (Ikenberry, 2011; Shambaugh, 2013).
La guerra in Ucraina, ad esempio, ha offerto uno scenario in cui le posizioni divergenti sono state gestite senza scontri diretti tra Washington e Pechino, ma piuttosto attraverso una gestione coordinata dei flussi finanziari, della fornitura di materie prime e della diplomazia multilaterale (Allison, 2017; Gabuev, 2022). La Cina, da un lato, mantiene un approccio prudente rispetto al conflitto, evitando di compromettere le proprie relazioni commerciali globali, mentre gli Stati Uniti bilanciano la pressione militare sulla Russia con l’esigenza di contenere la Cina in altri teatri strategici, come il Mar Cinese Meridionale (Lardy, 2019; Kaczmarski, 2021).
Storicamente, Washington e Pechino hanno sviluppato un duopolio globale di fatto, basato sull’interdipendenza economica e sulla condivisione tacita di regole non scritte. La politica statunitense post-2008 ha spinto per un ordine globale regolato da istituzioni finanziarie e commerciali in cui Pechino, pur in crescita, ha trovato vantaggioso inserirsi senza contrapporsi frontalmente (Ikenberry, 2011; Mearsheimer, 2014). Questo ha consentito di gestire crisi regionali, come quella ucraina, senza innescare conflitti diretti tra le grandi potenze, preservando interessi economici e strategici reciproci (Allison, 2017; Gabuev, 2022).
Il cuore di questa cooperazione silente è costituito da interessi convergenti:
1.Il mantenimento della stabilità finanziaria globale, necessaria per i flussi commerciali e per la gestione del debito (Lardy, 2019).
2.La tutela dei mercati energetici e delle supply chain strategiche, in particolare quelle legate a materie prime critiche e semiconduttori (Shambaugh, 2013; Kaczmarski, 2021).
3.La gestione indiretta dei conflitti periferici, come Ucraina o Taiwan, attraverso meccanismi di deterrenza economica e diplomatica senza ricorrere a confronto militare diretto (Allison, 2017; Connolly, 2020).
In sintesi, il dialogo silente Washington-Pechino rappresenta una forma avanzata di realpolitik contemporanea, in cui la trasparenza pubblica è sacrificata a vantaggio di una gestione pragmatica delle crisi. Tale approccio mostra come il duopolio globale possa funzionare senza dichiarazioni ufficiali di alleanza, ma con effetti concreti sulle dinamiche geopolitiche e sulla strategia dei singoli Stati (Mearsheimer, 2014; Gabuev, 2022)
Capitolo 9 – La Gestione dei Conflitti Periferici: Ucraina, Medio Oriente e le Regole del Duopolio
Il saggio mostra come il duopolio Washington-Pechino si manifesti in particolare nella gestione dei conflitti periferici, dove entrambe le potenze perseguono interessi strategici senza entrare in scontro diretto (Allison, 2017; Gabuev, 2022). La guerra in Ucraina è un esempio paradigmatico: mentre l’Occidente alimenta l’offensiva ucraina, Pechino mantiene un equilibrio tra sostegno diplomatico alla Russia e tutela dei propri interessi commerciali globali (Shambaugh, 2013; Lardy, 2019).
L’analisi del conflitto ucraino evidenzia tre aspetti principali del controllo indiretto:
1.Uso dei meccanismi economici e finanziari: sanzioni, trasferimenti di tecnologia e gestione dei mercati energetici vengono calibrati in modo da condizionare il comportamento della Russia senza provocare una escalation militare globale (Connolly, 2020; Kaczmarski, 2021).
2.Deterrenza tecnologica: l’impiego di droni, cyberweapon e intelligence avanzata cambia le regole della guerra, aumentando la mortalità e il rischio politico per Mosca, inducendo così una maggiore dipendenza dalla mediazione cinese (Mearsheimer, 2014; Allison, 2017).
3.Coordinamento diplomatico silente: Washington e Pechino condividono informazioni e segnali indiretti ai governi periferici e agli attori internazionali, assicurando che le crisi locali non si trasformino in conflitti globali (Gabuev, 2022; Shambaugh, 2013).
Un secondo teatro rilevante è il Medio Oriente, dove la gestione delle leadership locali (Libia, Siria, Iraq) dimostra la strategia di cooptazione indiretta: gruppi alleati vengono sostenuti economicamente o militarmente, mentre il controllo diretto rimane minimo. Questo approccio consente agli Stati Uniti e alla Cina di salvaguardare le rotte energetiche e le risorse strategiche senza impegnarsi in conflitti prolungati (Allison, 2017; Lardy, 2019).
L’interazione tra le due grandi potenze suggerisce che la convergenza tacita non implica un’alleanza formale, ma un patto pragmatico di stabilità globale. La gestione indiretta dei conflitti periferici permette di contenere la volatilità internazionale e di preservare l’equilibrio dei rapporti di forza, mentre le tensioni tra Washington e Pechino rimangono gestibili attraverso canali diplomatici non ufficiali (Connolly, 2020; Gabuev, 2022).
In definitiva, la strategia dei due poli evidenzia una forma avanzata di realpolitik globale: una cooperazione silente che riduce il rischio di guerra diretta, tutela interessi economici e geopolitici e consente di modellare scenari regionali senza esplicita dichiarazione di intenti (Mearsheimer, 2014; Allison, 2017)
Capitolo 10 – La Diplomazia Silente e il Ruolo delle Potenze Regionali
Il saggio evidenzia come il duopolio Washington-Pechino operi non solo attraverso il controllo diretto o indiretto dei conflitti periferici, ma anche tramite una diplomazia silente, in cui le grandi potenze influenzano i governi regionali senza dichiarazioni pubbliche di alleanza o contrasto (Allison, 2017; Gabuev, 2022). Questo approccio si manifesta in diversi contesti, tra cui Medio Oriente, Africa e Sud-est asiatico.
Le potenze regionali giocano un ruolo cruciale nell’equilibrio globale: Stati come Turchia, India, Arabia Saudita o Brasile vengono cooptati con incentivi economici, supporto tecnologico o politiche commerciali favorevoli, creando un tessuto di alleanze flessibili che rafforza il controllo strategico delle due grandi potenze (Shambaugh, 2013; Kaczmarski, 2021).
L’elemento centrale di questa strategia è la coordinazione tacita, in cui Washington e Pechino comunicano indirettamente i propri limiti e priorità agli attori regionali, evitando confronti aperti e riducendo il rischio di escalation militare (Mearsheimer, 2014; Lardy, 2019). Tale metodo permette anche di sfruttare le rivalità locali a vantaggio dei due poli: conflitti interni o contenziosi territoriali possono essere modulati con l’uso di strumenti economici e diplomatici, garantendo al tempo stesso l’accesso a risorse strategiche e rotte commerciali (Connolly, 2020; Gabuev, 2022).
Un caso emblematico è l’Asia meridionale, dove la Cina e gli Stati Uniti influenzano indirettamente le scelte politiche e militari di India e Pakistan, gestendo la tensione tra competizione e cooperazione senza provocare conflitti diretti (Allison, 2017; Shambaugh, 2013). Allo stesso modo, in Medio Oriente, l’appoggio strategico a Israele, Arabia Saudita e Turchia viene calibrato con attenzione per mantenere la stabilità energetica e commerciale globale, evitando un coinvolgimento militare diretto (Lardy, 2019; Connolly, 2020).
La diplomazia silente consente quindi di massimizzare gli effetti geopolitici senza i costi di interventi militari aperti. Essa rappresenta un paradigma di governance globale in cui la forza è esercitata attraverso strumenti economici, tecnologici e diplomatici più che attraverso la guerra convenzionale, confermando la maturità strategica di Washington e Pechino nel controllo degli equilibri internazionali (Mearsheimer, 2014; Gabuev, 2022)
Capitolo 11 – Economia, Risorse e Controllo Globale
Il consolidamento dell’asse Washington-Pechino non può essere compreso senza considerare l’interazione tra interessi economici e controllo delle risorse strategiche. Entrambe le potenze operano secondo logiche di accumulazione e distribuzione della ricchezza globale, sfruttando strumenti finanziari, commerciali e tecnologici per mantenere vantaggi competitivi (Lardy, 2019; Allison, 2017).
Negli ultimi decenni, le strategie di investimento diretto all’estero (FDI), joint ventures e infrastrutture digitali hanno permesso sia agli Stati Uniti che alla Cina di assicurarsi accesso privilegiato a risorse chiave: petrolio, gas naturale, minerali rari e metalli strategici. In particolare, Pechino ha concentrato gli sforzi sul controllo delle catene di approvvigionamento industriale e delle rotte commerciali marittime, attraverso iniziative come la Belt and Road Initiative, garantendo influenza su larga scala senza conflitti diretti (Kaczmarski, 2021; Gabuev, 2022).
Sul versante statunitense, il controllo del dollaro come moneta di riserva globale e la capacità di influenzare istituzioni finanziarie internazionali rappresentano strumenti fondamentali di potere economico. La politica dei sanzioni mirate e l’integrazione dei mercati finanziari con strumenti di governance transnazionale permettono agli USA di modulare il comportamento dei partner strategici e limitare le manovre economiche dei rivali (Allison, 2017; Mearsheimer, 2014).
Un aspetto cruciale della gestione economica globale è il duopolio tecnologico, che permette agli Stati Uniti di mantenere un vantaggio competitivo nell’innovazione digitale e nei settori high-tech, mentre la Cina punta alla sovranità tecnologica interna e alla penetrazione strategica nei mercati esteri (Shambaugh, 2013; Lardy, 2019). Questo equilibrio permette un’interazione complessa di cooperazione e competizione, definita dagli studiosi come coopetition globale (Connolly, 2020).
Infine, la gestione delle crisi globali, incluse quelle energetiche, alimentari e climatiche, viene calibrata in funzione di interessi geopolitici più che umanitari. Gli investimenti strategici in infrastrutture, energia rinnovabile e logistica globale non rispondono solo a criteri di efficienza economica, ma anche a necessità di controllo e influenza internazionale (Gabuev, 2022; Kaczmarski, 2021).
In sintesi, l’economia globale sotto l’asse Washington-Pechino è un terreno in cui risorse, innovazione tecnologica e strumenti finanziari si fondono in una strategia integrata di dominio soft, capace di ottenere risultati simili a quelli militari senza il rischio di escalation diretta (Allison, 2017; Lardy, 2019)
Capitolo 12 – La Guerra in Ucraina e il Ruolo Strategico del Duopolio
Il conflitto in Ucraina rappresenta uno dei terreni più significativi per osservare le dinamiche dell’asse Washington-Pechino, non tanto come guerra convenzionale, quanto come strumento di controllo geopolitico e gestione indiretta delle crisi regionali (Allison, 2017; Mearsheimer, 2014).
Da un lato, gli Stati Uniti hanno utilizzato il conflitto per indebolire la Russia, evitando però un confronto diretto che comporterebbe costi economici e militari proibitivi. Il sostegno a Kiev, la fornitura di sistemi d’arma avanzati e l’imposizione di sanzioni mirate rientrano in una logica di pressione selettiva, capace di aumentare la dipendenza russa dalla Cina senza provocare una escalation globale (Cohen, 2022; Galeotti, 2022).
Dall’altro lato, Pechino mantiene una posizione ambivalente: non appoggia apertamente Mosca sul piano militare, ma offre cooperazione economica e diplomatica, garantendo al contempo la propria autonomia strategica. Questa condotta permette alla Cina di consolidare la propria influenza globale, rafforzando il ruolo di garante silente degli equilibri del sistema internazionale (Shambaugh, 2013; Gabuev, 2022).
La guerra in Ucraina, quindi, non è solo un conflitto territoriale o ideologico: essa è un mezzo per testare strumenti di pressione economica, diplomatica e informativa. Il ricorso massiccio ai droni e alla guerra tecnologica ha cambiato le regole del campo di battaglia, limitando la possibilità di vittorie rapide sul terreno e trasformando la guerra in una strategia di logoramento e controllo politico (Mearsheimer, 2014; Galeotti, 2022).
Inoltre, la gestione mediatica del conflitto da parte degli Stati Uniti e dei partner occidentali serve a legittimare l’intervento economico e politico nella regione, rafforzando la narrativa della difesa dei valori democratici e della sicurezza internazionale, mentre Pechino monitora attentamente le conseguenze per il proprio posizionamento strategico globale (Allison, 2017; Connolly, 2020).
In conclusione, il conflitto ucraino evidenzia la natura silente e indiretta del duopolio Washington-Pechino: una collaborazione implicita che mira a mantenere l’equilibrio globale a favore dei due attori principali, minimizzando rischi diretti e massimizzando l’influenza geopolitica (Gabuev, 2022; Shambaugh, 2013)
Capitolo 13 – Il Controllo delle Informazioni e la Soft Power nel Duopolio
Un elemento fondamentale del duopolio Washington-Pechino è il controllo delle informazioni e l’uso del soft power come strumenti di influenza globale (Nye, 2004; Shambaugh, 2013). La gestione strategica della comunicazione consente a entrambe le potenze di modellare percezioni, opinioni pubbliche e decisioni politiche negli Stati periferici e anche all’interno dei propri alleati, senza ricorrere all’uso diretto della forza militare (Allison, 2017; Connolly, 2020).
Gli Stati Uniti hanno storicamente fatto leva sul soft power culturale, tecnologico e educativo, integrato da un sistema mediatico globale capace di legittimare azioni politiche e economiche (Nye, 2004; Ikenberry, 2011). La diffusione di narrative politiche e di informazioni selezionate permette di sostenere campagne diplomatiche indirette, influenzare le scelte dei governi locali e mantenere la coesione all’interno della NATO e dei partner strategici (Mearsheimer, 2014; Cohen, 2022).
La Cina, da parte sua, ha sviluppato un soft power mirato, attraverso iniziative economiche e infrastrutturali, media controllati dallo Stato, programmi culturali e istituti Confucio, oltre al rafforzamento della presenza digitale globale (Shambaugh, 2013; Kaczmarski, 2021). L’obiettivo è creare un sistema di influenza che, pur non dichiarato, rafforza la posizione strategica di Pechino nella governance globale e negli equilibri regionali.
Il controllo delle informazioni diventa particolarmente rilevante in scenari come la guerra in Ucraina, dove la narrativa mediatica viene utilizzata per giustificare sanzioni, mobilitare opinioni pubbliche e guidare scelte politiche indirette a vantaggio degli attori principali (Gabuev, 2022; Connolly, 2020). La combinazione di soft power e coercizione economica consente quindi agli Stati Uniti e alla Cina di mantenere il predominio strategico senza ricorrere alla guerra aperta.
In sintesi, il duopolio globale non si fonda solo su capacità militari o economiche, ma anche sulla gestione silente delle informazioni e sul soft power, strumenti essenziali per consolidare influenza, orientare comportamenti e preservare stabilità geopolitica senza escalation diretta (Nye, 2004; Allison, 2017; Shambaugh, 2013).
Capitolo 14 – La Geopolitica Energetica e la Strategia del Duopolio
Il controllo delle risorse energetiche costituisce uno degli strumenti chiave attraverso cui il duopolio Washington-Pechino esercita la propria influenza globale (Lardy, 2019; Allison, 2017). La gestione dei flussi energetici – petrolio, gas naturale, carbone e materie prime critiche – non è solo una questione economica, ma un elemento centrale della diplomazia strategica, capace di modellare alleanze e comportamenti degli Stati periferici (Kaczmarski, 2021; Gabuev, 2022).
Gli Stati Uniti mantengono un ruolo dominante attraverso il controllo dei mercati finanziari, la posizione strategica delle proprie compagnie energetiche e l’uso del dollaro come valuta di riferimento per i contratti globali (Blustein, 2005; Allison, 2017). Questa capacità consente di influenzare indirettamente la politica interna di Stati terzi, applicando pressioni economiche e sanzioni mirate senza un coinvolgimento militare diretto (Mearsheimer, 2014; Connolly, 2020).
La Cina, invece, ha sviluppato una strategia energetica basata su investimenti diretti all’estero, accordi bilaterali e progetti infrastrutturali, in particolare attraverso la Belt and Road Initiative, che garantiscono accesso privilegiato a fonti energetiche e rotte commerciali fondamentali (Lardy, 2019; Shambaugh, 2013). Tale approccio permette a Pechino di assicurarsi continuità energetica e capacità di influenza geopolitica senza ricorrere a interventi militari diretti.
Un caso emblematico è la gestione della crisi ucraina, dove il duopolio utilizza l’energia come leva strategica: gli Stati Uniti incentivano il rifornimento europeo attraverso forniture alternative, mentre la Cina monitora attentamente i flussi energetici verso Mosca, garantendo al tempo stesso il proprio vantaggio economico e politico (Gabuev, 2022; Kaczmarski, 2021).
In sintesi, la geopolitica energetica nel contesto del duopolio globale dimostra come economia, diplomazia e strategia militare siano integrate in un approccio coerente. Il controllo delle risorse non è esercitato solo attraverso la forza, ma mediante strumenti finanziari, investimenti mirati e gestione diplomatica silente, che permettono a Washington e Pechino di consolidare il loro predominio senza conflitti diretti (Allison, 2017; Lardy, 2019; Shambaugh, 2013)
Capitolo 15 – Il governo del mondo attraverso il conflitto
Il percorso analizzato nei capitoli precedenti evidenzia come il duopolio Washington-Pechino costituisca una forma avanzata di gestione silente del potere globale, basata su cooperazione tacita, competizione strategica e controllo indiretto dei conflitti periferici (Allison, 2017; Shambaugh, 2013). La guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, la gestione delle risorse energetiche e il dominio tecnologico sono tutti strumenti attraverso cui le due potenze consolidano il proprio vantaggio senza ricorrere a un conflitto aperto.
L’analisi mostra tre elementi chiave della strategia del duopolio:
1.Cooperazione tacita e diplomazia silente: Washington e Pechino condividono, senza dichiararlo ufficialmente, obiettivi strategici che permettono di mantenere l’equilibrio globale, gestendo indirettamente conflitti e crisi economiche (Ikenberry, 2011; Gabuev, 2022).
2.Controllo delle risorse e dell’informazione: il dominio economico, energetico e tecnologico, integrato da soft power e gestione mediatica, costituisce un meccanismo di influenza globale capace di sostituire, in molti casi, l’uso della forza militare diretta (Nye, 2004; Lardy, 2019).
3.Gestione indiretta dei conflitti periferici: Ucraina, Medio Oriente e Asia meridionale dimostrano come le crisi regionali vengano utilizzate come strumenti di pressione politica, economica e diplomatica senza provocare escalation tra le grandi potenze (Mearsheimer, 2014; Allison, 2017).
Il termine “Novello Patto Molotov-Ribbentrop”, utilizzato nel titolo del saggio, non suggerisce una vera alleanza formale tra Washington e Pechino, ma indica piuttosto un accordo implicito e pragmatico, fondato sulla convergenza di interessi strategici, sulla gestione indiretta delle crisi e sulla volontà di preservare l’ordine globale secondo criteri funzionali ai due poli principali (Allison, 2017; Shambaugh, 2013).
Per l’Europa e gli attori regionali, questo scenario rappresenta una sfida significativa: la subordinazione agli interessi dei grandi poli richiede una riflessione strategica profonda, che integri capacità economiche, tecnologiche e militari, promuovendo autonomia politica e decisionale (Ikenberry, 2011; Keohane, 2012). Solo attraverso la costruzione di strumenti di governance integrata e politiche industriali coerenti sarà possibile evitare la marginalizzazione e consolidare un ruolo attivo nel nuovo ordine globale.
In conclusione, il duopolio Washington-Pechino dimostra come il potere globale moderno si eserciti sempre più tramite strumenti indiretti, coordinazione silente e gestione pragmatica delle crisi, segnando un’evoluzione rispetto ai tradizionali modelli di conflitto e dominio militare. La comprensione di queste dinamiche è fondamentale per interpretare le scelte strategiche future, valutare i rischi e le opportunità per gli Stati periferici e anticipare i possibili scenari di equilibrio globale (Allison, 2017; Mearsheimer, 2014; Gabuev, 2022)
Conclusioni
Oltre la retorica: la gestione della plusvalenza come architettura del potere globale
L’analisi sviluppata nei capitoli precedenti mostra con chiarezza come l’ordine internazionale contemporaneo non possa essere compreso attraverso le categorie morali e valoriali con cui viene comunemente raccontato. Libertà, democrazia, sicurezza, sostenibilità e diritti non costituiscono le cause delle scelte strategiche delle grandi potenze, bensì il linguaggio politico attraverso cui tali scelte vengono legittimate. Il motore reale del sistema rimane la produzione e l’estrazione di plusvalenza, declinata oggi su scala globale.
Il duopolio Washington–Pechino non rappresenta un’anomalia o una deviazione dall’ordine liberale, ma la sua evoluzione funzionale in un contesto di risorse limitate, competizione sistemica e saturazione dei mercati. Lungi dall’essere un confronto ideologico tra modelli alternativi, esso configura una coabitazione competitiva, nella quale entrambe le potenze riconoscono l’impossibilità di una vittoria totale e la necessità di preservare il meccanismo stesso di generazione del valore globale.
In questo quadro, i conflitti periferici non sono il fallimento della politica internazionale, ma uno dei suoi strumenti principali. Essi consentono di ristrutturare catene del valore, ridefinire dipendenze energetiche e tecnologiche, disciplinare alleati riluttanti e scaricare i costi sistemici su attori secondari. Ucraina, Medio Oriente e altre aree di crisi non sono eccezioni tragiche, bensì spazi funzionali di regolazione del sistema, nei quali la violenza viene tollerata finché resta compatibile con l’equilibrio tra i poli dominanti.
L’Europa emerge da questa analisi come attore subordinato, non per mancanza di risorse o capacità, ma per assenza di una visione autonoma sulla gestione della plusvalenza. Vincolata a una narrazione valoriale che non controlla e a dipendenze economiche che non governa, essa rischia una progressiva marginalizzazione strategica, riducendosi a terreno di consumo, di regolazione normativa e di assorbimento dei costi delle decisioni altrui.
Il fallimento storico del comunismo reale e le contraddizioni strutturali del liberismo convergono oggi in un punto comune: l’impossibilità di sostenere indefinitamente modelli fondati sull’espansione continua. La risposta delle élite globali non è stata una riformulazione del paradigma, ma una sua gestione più sofisticata: spartizione delle sfere di influenza, controllo delle crisi, uso selettivo della violenza e rafforzamento della dimensione narrativa come strumento di governo delle masse.
Questo lavoro non intende proporre soluzioni né indicare vie di uscita normative. Il suo obiettivo è più limitato e, al tempo stesso, più radicale: rendere intelligibile il funzionamento reale del potere globale, sottraendolo alle semplificazioni ideologiche e alle rappresentazioni consolatorie. Comprendere che dietro la retorica dei valori si muovono logiche materiali di sfruttamento e controllo non equivale a giustificarle, ma costituisce il prerequisito minimo per qualsiasi analisi seria.
In definitiva, il cosiddetto “novello Patto Molotov-Ribbentrop” non è un accordo formale né un complotto occulto, ma la manifestazione razionale di un sistema che, per sopravvivere, ha scelto di amministrare il conflitto anziché risolverlo. Finché la produzione di plusvalenza rimarrà il fine ultimo dell’azione politica, le pedine continueranno a essere esseri umani reali e la scacchiera globale continuerà a essere spacciata per ordine morale
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