Il piano di pace di Trump per Gaza: molto peggio di un buco nell’acqua
Mosca e Beijing siedono lungo la riva del fiume, come fu già nel 2011: una duplice criptocitazione che ritengo sia quanto di meglio possa essere scritto per inquadrare i recenti eventi caratterizzanti la regione mediorientale, con particolare riferimento a quanto accaduto all’ONU il 18 Novembre 2025.
Mi riferisco al via libera dato in quella data dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU alla seconda fase del cosiddetto piano di pace del Presidente Trump per Gaza: un via libera che, detto per inciso, non a caso è giunto grazie al mancato esercizio del diritto di veto da parte di Russia e Cina in ossequio alla logica strategica qui cripticamente evidenziata in apertura, e non certo per le ragioni ufficialmente dichiarate da molti osservatori ed analisti ed astutamente tacitamente avallate dagli establishment russo e cinese.
Per meglio comprendere quanto sto per sottolineare vorrei ricordare quanto avvenne in occasione della votazione della Risoluzione 1973 (2011) sul via libera all’intervento ONU in Libia: correva il 17 Marzo 2011. Anche in quella occasione l’approvazione giunse per certo grazie al voto favorevole di Francia, Regno Uniti, Stati Uniti, Bosnia-Erzegovina, Colombia! Gabon, Nigeria, Libano, Portogallo e Sudafrica, ma anche –ed io direi soprattutto– grazie all’astensione della Federazione Russa e della Cina
A tale proposito merita prendere in debita considerazione che le ragioni che ufficialmente guadagnarono alla summenzionata Risoluzione 1973 (2011) –che come si ricorderà, diede il via alla creazione di una no-fly zone (ma non solo) sulla Libia, nonché all’adozione di “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili (base giuridica dell’intervento militare internazionale)– le duplici astensionin di Beijing e Mosca furono rispettivamente:
- per la prima che, nonostante la tradizionale posizione di difesa della sovranità e del principio di non ingerenza, forte era il desiderio di non opporsi ad una desiderata della Lega Araba (anche se successivamente proprio la Cina criticò con decisione la NATO per aver oltrepassato i limiti del mandato; e
- per la seconda che, quantunque contraria a un intervento che avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa foriero di un cambio di regime, per non parlare dei rischi concreti di una escalation militare, la stessa aveva ritenuto a ragion veduta di evitare, come già la Cina, di contrapporsi apertamente agli Stati arabi.
Tanto si è ritenuto di proporre in questa sede in quanto, mutatis mutandis, e questa volta con riferimento alla Risoluzione 2803 (2025) che autorizza un “Board of Peace” e una forza internazionale di stabilizzazione a Gaza, le motivazioni, sempre rigorosamente ufficiali, espresse dalla Cina, per bocca dell’Ambasciatore alle Nazioni Unite Fu Cong, e dalla Russia, per bocca del suo collega, l’Ambasciatore alle Nazioni Unite Vassily Nebenzia, motivazioni che possono essere così rispettivamente sintetizzate:
- quantunque la risoluzione sia troppo vaga nei dettagli: composizione, poteri e mandato della forza internazionale non sono chiariti; la sovranità palestinese non sia garantita: il testo non assicura un ruolo centrale all’Autorità Palestinese; le consultazioni insufficienti ed il processo decisionale troppo rapido, la Cina mantiene l’astensione per non bloccare interventi umanitari urgenti, pur considerando il piano incompleto.
- Nonostante la risoluzione crei un organo (“Board of Peace”) con poteri eccessivi, percepito come una forma di controllo esterno quasi coloniale; manchino le garanzie per il trasferimento effettivo del potere all’Autorità Palestinese; il ruolo dell’ONU sia troppo marginale, e la missione rischi di oltrepassare il mandato, la Russia mantiene l’astensione per evitare un veto, nonostante il giudizio complessivamente molto critico.
Ci permettono di notare come ancora una volta Cina e Russia giochino, giustamente, di rimessa dando tempo al tempo.
Il perché è presto detto alla luce del fatto che le obiezioni sollevate dai due grandi astenuti sono, per logica, perfettamente condivisibili
Ed infatti, come emerge dalle dichiarazioni rilasciate:
- Il progetto di risoluzione è “vago e poco chiaro” su elementi decisivi come la composizione, struttura e mandato del Board of Peace e della forza di stabilizzazione. A tale proposito il rappresentante russo ha rilevato, come Il testo della risoluzione attribuisca di fatto troppo potere al “Board of Peace”, trasferendo un ampio controllo su Gaza a questo organo senza garanzie chiare per l’Autorità Palestinese.
- Manca un coinvolgimento forte dell’Autorità Palestinese: secondo la Cina, il testo “non riflette pienamente la sovranità palestinese” e il principio del “Palestinesi che governano la Palestina”. Non è, a tale proposito, un caso che il rappresentante russo, Nebenzia, abbia paragonato il meccanismo proposto ad una pratica “coloniale”, facendo riferimento a modelli storici come il Mandato britannico sulla Palestina. A tale proposito ancora la Russia ha stigmatizzato la mancanza di chiarezza per tutto quanto concerne le modalità e le tempistiche con cui dovrebbe avere luogo il trasferimento di potere da Gaza all’Autorità Palestinese.
- Manca la strutturazione del ruolo delle Nazioni Unite: la risoluzione non prevede meccanismi di supervisione o revisione sufficienti da parte del Consiglio di Sicurezza. Un concetto questo ripreso e ribadito anche da Mosca che a tale proposito ha sottolineato il fatto che la risoluzione non garantisce un vero coinvolgimento dell’ONU nella governance futura a Gaza.
- Processo decisionale alquanto precipitoso: la Cina ha a tale proposito giustamente rilevato come la bozza sia stata presentata e votata troppo rapidamente, con consultazioni inadeguate tra i membri del Consiglio.
Ora, poiché, nonostante le riserve, la Cina e la Russia si sono astenute in sede di voto ascrivendo il proprio comportamento alla presa di coscienza della gravità di una situazione umanitaria a Gaza, come pure dell’urgenza di una ricostruzione che date le premesse non saranno per certo risolte dal Piano Trump, è decisamente lecito domandarsi cosa abbia realmente indotto Mosca e Beijing a prendere questa decisione e a ribadire, se non altro quest’ultima, il proprio impegno per una, a questo punto più che altro tanto demagogica quanto irrealizzabile, soluzione a due stati sulla base delle frontiere del 1967.
Prima di passare ad articolare, o per lo meno di provare ad articolare, una risposta credo sia opportuno dare una occhiata alle dichiarazioni rese dagli altri attori in campo, tra i quali Stati Uniti ed EU si segnalano solo per i toni a vario titolo autocelebrativi del tutto, cominciare da quel “Momento storico”, di Trump, cui ha fatto eco una EU che ha parlato dell’esito della votazione come di “un importante passo verso la fine del conflitto”. Per somma nel comunicato dei co-Presidenti della Conferenza ONU sul processo di pace, con partecipazione EU, si afferma l’impegno a una “soluzione a due Stati” come base per un futuro stabile.
E siamo ai Paesi arabi, ovverosia a quelle realtà che ancora una volta si segnalano per le loro posizioni non unificate tra le quali spiccano si quelle favorevoli di Qatar, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania e Turchia, ma che si impongono alla nostra attenzione per il lungimirante distinguo degli Emirati Arabi Uniti che, a quanto pare per bocca del Consigliere Presidenziale Anwar Gargash, non hanno potuto fare a meno di esplicitare le proprie riserve per tutto ciò che attiene agli aspetti legali riguardanti la forza internazionale proposta.
Nello specifico il The Guardian il 10 Novembre ha riportato che gli Emirati Arabi Uniti, come è logico che sia, non parteciperanno alla forza di stabilizzazione “senza un chiaro quadro legale” vista la oggettiva mancanza nella risoluzione dei fondamentali dettagli operativi e legali relativi al mandato, alla struttura ed alla supervisione del tutto.
Ed infatti, come noto, la risoluzione mira a dispiegare una forza straniera temporanea per supervisionare la sicurezza, supportare la ricostruzione e mantenere l’ordine nel territorio, prevedendo che la forza operi per un periodo iniziale di due anni, con possibilità di proroga in base agli sviluppi sul campo, senza che sia specificato in che modo gli stessi dovrebbero essere analizzati e, soprattutto, da chi valutati.
Tanto per non parlare:
- di come Egitto, Qatar e Arabia Saudita, nel Luglio di quest’anno, hanno proposto che in alternativa Hamas consegni le armi all’Autorità Palestinese e che la sicurezza sia gestita di comune accordo –e qui viene il bello– con il supporto internazionale ma senza escludere del tutto il ruolo palestinese: in altri termini anche se Hamas come tale non potrebbe far parte, ad esempio, delle Forze di Polizia del nuovo Stato a Gaza, non è escluso che i miliziani come singoli soggetti ne possano fare parte previa, non è dato capire, quali verifiche.
Questo stando a quanto proposto nel corso della “High-Level International Conference for the Peaceful Settlement of the Question of Palestine and the Implementation of the Two-State Solution” –co-presieduta dall’Arabia Saudita e dalla Francia– e riportato a chiare lettere nel documento redatto a margine dell’incontro e reso noto il 29 Luglio di quest’anno;
- e delle dichiarazioni della “General Arab Conference” (una conferenza pan-araba) che ha criticato la risoluzione definendola “Western-Zionist” in quanto non rappresenterebbe davvero la volontà del popolo palestinese che, di fatto, si troverebbe a vivere in una Gaza sottoposta al controllo straniero.
Poiché la General Arab Conference non è un organismo ben definito è lecito domandarsi perché sia stato qui così importante prendere nota della sua dichiarazione rilasciata nell’ambito del dibattito seguito all’approvazione della risoluzione ONU sulla sicurezza a Gaza.
Una dichiarazione fortemente critica resa autorevole dal fatto che è stata rilasciata da un forum politico-ideologico della società civile araba, attivo da decenni e composto da intellettuali, accademici, ex politici, movimenti nazionalisti e gruppi apertamente schierati con l’asse della “resistenza”.
Fondata negli anni Ottanta come spazio di dialogo pan-arabo alternativo alle politiche ufficiali dei governi, la conferenza raccoglie membri provenienti da Libano, Siria, Iraq, Egitto, Giordania, Tunisia, Marocco, Yemen, Palestina e altri Paesi della regione. Le sue posizioni sono tradizionalmente nazionaliste, anti-occidentali, anti-normalizzazione con Israele, e vicine ai movimenti armati filo-iraniani come Hezbollah e Hamas.
È in questo quadro ideologico che va letta la dichiarazione diffusa dopo il voto al Consiglio di Sicurezza, ed il fatto che la risoluzione sia stata definita una misura “occidentale-sionista”, nonché accusata di voler imporre un controllo straniero su Gaza e di non riflettere “la volontà autentica del popolo palestinese” la dice lunga su ciò che attende tutti coloro che con troppa leggerezza e superficialità hanno prontamente aderito alla proposta di pace di Trump.
Secondo la conferenza, qualsiasi piano che escluda i movimenti di resistenza o che preveda una forza internazionale viene percepito come un tentativo di neutralizzare militarmente Hamas e ridisegnare l’assetto politico palestinese sotto influenza occidentale: una opinione, questa, molto significativa in quanto riflette l’umore dell’area più radicale dell’opinione pubblica araba, quantunque non rappresenti le posizioni ufficiali dei governi.
La General Arab Conference, quindi, pur non dettando linee diplomatiche, offre la lente del nazionalismo arabo più duro, utile per comprendere la divisione profonda che attraversa oggi il mondo arabo: da una parte gli Stati che cercano un compromesso con la comunità internazionale, dall’altra quei movimenti che vedono ogni intervento esterno come una minaccia alla resistenza e all’identità pan-araba.
Ora, se a queste ultime considerazioni aggiungiamo quanto dichiarato dall’inviato russo all’ONU Vassily Nebenzia circa il fatto che da questo momento in poi l’onere dell’attuazione del piano per Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ricade interamente su coloro che lo hanno redatto e sostenuto, in particolare sugli otto stati arabo-musulmani, è facile comprendere il perché della astensione di Mosca: lasciare che gli Stati Uniti vadano ad infilarsi nel tunnel del peggiore Viet-Nam politico da decenni a questa parte, e gli Europei con loro. Come del resto già avvenne in quel 2011 non a caso poc’anzi richiamato alla memoria.
L’iniziativa proposta da Trump, alla luce dei rilievi fatti da Mosca e Beijing, sembra rispondere, in modo alquanto affrettato e superficiale, principalmente a obiettivi di politica interna statunitense e alla necessità di mantenere un equilibrio con gli Stati arabi che sostengono alcune posizioni statunitensi nella regione. L’impressione è che il piano tenti di integrare le condizioni di questi attori, più che di proporre una soluzione strutturale al conflitto.
Un elemento che ritengo abbia non poco contribuito alla tempistica dell’iniziativa è per certo il recente sostegno della Cina all’ingresso della Palestina nei BRICS, ma purtroppo per la White House questo è avvenuto per una sottovalutazione gravissima della capacità politica di Beijing che ha impedito l’adozione delle necessarie contromisure con la necessaria calma.
Ed infatti poiché la mossa di Beijing era da tempo nell’aria stupisce che si sia dovuto attendere la sua esplicitazione per comprendere l’entità dell’interesse di Pechino per un ruolo più visibile in Medio Oriente: un qualcosa che da tempo genera inquietudini nei Paesi arabi del Golfo, e solo ora, a quanto pare, negli Stati Uniti e in altre potenze coinvolte (Russia e Turchia), visto che un maggiore radicamento cinese in quest’area oltremodo sensibile potrebbe alterare drammaticamente equilibri che con poca lungimiranza l’Occidente si è ostinato a voler considerare consolidati, mancando di cogliere le ragioni che in un recente passato hanno spinto la Turchia a candidarsi per essere ammessa ai BRICS, come pure l’attenzione per il medesimo sodalizio da parte dell’Arabia Saudita.
La questione centrale, ora, rimane il disarmo di Hamas. La probabilità che Hamas accetti di deporre le armi è estremamente bassa, così come è improbabile che una forza araba di interposizione si assuma tale compito, che comporterebbe rischi elevati di fratture interne nel mondo arabo. Un punto, questo, che rappresenta il principale ostacolo operativo a qualunque piano di stabilizzazione, un nodo cruciale che Washington pare non aver preso adeguatamente in considerazione.
L’evoluzione futura della situazione è difficile da prevedere con precisione. Tuttavia, le condizioni preliminari — frammentazione politica interna palestinese, divergenze tra attori regionali e internazionali, assenza di garanzie operative — non suggeriscono un percorso rapido verso la stabilità.
In questo senso l’astensione di Russia e Cina nella votazione ONU oltre che essere una conseguenza diretta di quanto su evidenziato, potrebbe pure essere stata dettata dalla necessità di mantenere aperta una seconda porta aperta: quella collegata alla significativa clausola che prevede la possibilità che i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza partecipino alla futura forza di garanzia, il Board of Peace, nella Striscia.
Tale possibilità, qualora gli eventi evolvessero utilmente, aprirebbe potenzialmente lo spazio per una presenza cinese e/o russa nella missione, opzione che potrebbe essere negoziata attraverso intese informali con gli attori locali, incluso Hamas. Questa prospettiva spiegherebbe parte della prudenza di Mosca e Pechino, interessate a mantenere margini di manovra senza assumere impegni rigidi.
Per quanto riguarda l’Unione Europea, l’ipotesi di contribuire alla formazione delle forze di polizia palestinesi appare controversa. Sul piano politico, essa può essere percepita come un tentativo di aumentare la propria presenza nella Striscia tramite un mandato tecnico, con il rischio di essere interpretata come un’estensione degli interessi statunitensi. Un rischio che da subito gli Emirati Arabi Uniti hanno ritenuto di evitare adottando una linea politica improntata alla cautela e coerente con la volontà di evitare coinvolgimenti in operazioni ad alto rischio politico e militare.
Una possibile conseguenza del mancato avanzamento del piano — qualora non si giunga a un accordo interno palestinese o a un quadro di sicurezza più definito — è l’aumento di episodi di violenza o attentati, anche al di fuori della regione, con lo scopo di influenzare il comportamento delle potenze coinvolte. Tale scenario non è inevitabile, ma rappresenta un rischio plausibile in assenza di progressi politici.
Un ulteriore elemento critico riguarda la situazione sociale a Gaza. Il conflitto ha intensificato la polarizzazione interna, rendendo difficile tracciare confini netti tra sostegno, opposizione o neutralità nei confronti di Hamas. La popolazione è stata coinvolta in modo estensivo nelle dinamiche di guerra e sopravvivenza, creando un contesto in cui le distinzioni politiche tradizionali tendono a sfumare. Senza una riconciliazione interna tra le diverse componenti della società palestinese, qualsiasi piano internazionale rischia di rimanere inefficace, e qualsiasi diktat di cadere nel vuoto.
In conclusione, la fattibilità del piano appare limitata per ragioni strutturali: la resistenza di Hamas a processi di disarmo, le rivalità regionali e globali, la complessità della governance palestinese e la mancanza di un consenso minimo tra gli attori direttamente coinvolti. In assenza di progressi su questi punti, l’iniziativa rischia di produrre un impatto marginale per la stabilità della regione, e conseguenze disastrose in primis per l’EU.
In questo senso le Cancellerie europee sono avvisate, ma dubito che faranno buon uso della cosa.
Sources:
1 https://docs.un.org/en/S/RES/1973%20(2011)
2 https://un.china-mission.gov.cn/eng/hyyfy/202511/t20251119_11755683.htm?utm_source=chatgpt.com
3 https://russiaun.ru/en/news/unsc_171125?utm_source=chatgpt.com
4 https://www.repubblica.it/esteri/2025/11/18/news/onu_approva_risoluzione_usa_piano_pace_gaza-424987832/amp/?utm_source=chatgpt.com ; https://en.wikipedia.org/wiki/United_Nations_Security_Council_Resolution_2803?utm_source=chatgpt.com
12 https://static-cdn.toi-media.com/www/uploads/2025/07/NV_High-Level-Conference-Outcome-document.pdf
