La destra italiana non sa più a chi parla
Il referendum di marzo 2026 ha prodotto un risultato che merita una lettura onesta: il 53% degli italiani ha votato contro la riforma della giustizia voluta dal governo. Non è un’opposizione che ha vinto. Sono elettori che, due anni fa, avevano scelto Meloni per avere un governo serio e oggi le stanno dicendo che qualcosa non funziona.
La risposta comunicativa dell’esecutivo è stata peggiore del risultato stesso. L’astensione consigliata, il silenzio istituzionale, la retorica difensiva: il linguaggio di chi sa di aver perso e non vuole ammetterlo. E poi, come se non bastasse, il passo indietro sul rinnovo dell’accordo con Israele. Questo è il punto in cui la gestione della sconfitta è diventata qualcosa di più grave: la rinuncia a una posizione di politica estera coerente sotto pressione mediatica. Non per convinzione. Per stanchezza.
La macchina che gira a vuoto
Fratelli d’Italia governa con un arsenale comunicativo costruito per l’opposizione. Slogan densi, nazionalismo visivo, intimità performativa. Funzionava benissimo quando lo scopo era mobilitare una base contro un nemico. Il problema è che non c’è più un nemico esterno abbastanza credibile, e gli italiani che avevano smesso di votare a sinistra non erano venuti a cercare la guerra culturale permanente. Erano venuti a cercare competenza.
L’accademia chiama questo “pop propaganda”: la fusione di narrative personali con messaggi nazionalisti, costruita per abbassare le difese cognitive dell’elettore. Meloni l’ha usata meglio di chiunque altro in Europa. La figlia Ginevra, la sorella Arianna, “donna, madre, italiana”: un autoritratto così preciso da sembrare autentico. Forse lo era. Ma l’autenticità non basta quando si governa. A un certo punto bisogna rispondere del bilancio, della giustizia, dell’energia. E della politica estera. Noi abbiamo eletto un leader capace di emozionare. E adesso chiediamo qualcuno capace di spiegare.
Il cedimento sull’accordo con Israele è un errore strategico, non un gesto di sensibilità
Bisogna dirlo chiaramente: fare un passo indietro sul rinnovo dell’accordo con Israele non è stata una scelta di moderazione. È stata una risposta al rumore. La sinistra ha trasformato il conflitto in Medio Oriente in combustibile emotivo interno e il governo ha reagito come reagisce chi ha paura del titolo di giornale del giorno dopo.
Il problema è che chi ha ceduto al ricatto simbolico della piazza non ha ottenuto niente in cambio. La sinistra non ha smesso di attaccare. Non ha offerto credito. Ha incassato la ritirata e ha alzato la voce. Questo è il meccanismo: ogni concessione fatta sotto pressione non produce tregua, produce l’aspettativa della prossima concessione.
Nel frattempo, cosa sta succedendo realmente in Medio Oriente? Israele ha consolidato il controllo operativo su Gaza, ha neutralizzato la catena di comando di Hamas, e gestisce con Washington una fase di stabilizzazione che nessun attore europeo ha avuto il coraggio di nominare per quello che è: una vittoria militare e politica, imperfetta e costosa, ma una vittoria. Trump ha restituito agli Stati Uniti un ruolo di protagonista regionale che l’amministrazione Biden aveva svuotato. Gli accordi di Abramo continuano a reggere. La finestra per una normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita non è chiusa.
Chi si è messo contro questa traiettoria ha sbagliato la lettura. Chi si è allineato, almeno all’inizio, aveva ragione. Meloni aveva ragione. Il passo indietro di oggi non cancella quella ragione. Ma la rende meno visibile. E in politica estera, la visibilità delle posizioni è metà del lavoro.
La sinistra ha vinto una battaglia comunicativa su una posizione sbagliata
Qui sta il paradosso che il centrodestra non riesce a gestire: la sinistra esce dal referendum e dalla pressione sull’accordo con Israele con una sensazione di vittoria. Quella sensazione è reale sul piano comunicativo. È falsa sul piano dei fatti.
Opporsi alla presenza militare italiana in uno scenario in cui gli USA e Israele stanno chiudendo una fase di guerra verso condizioni più favorevoli all’Occidente non è una posizione di pace. È una posizione di rimozione. La stessa sinistra che ha sostenuto le sanzioni alla Russia, che ha applaudito l’invio di armi a Kiev, che considera l’Ucraina una guerra giusta, trova improvvisamente intollerabile che l’Italia abbia relazioni strutturate con uno Stato democratico che ha subito il più grave attacco terroristico della sua storia. La contraddizione è enorme. Nessuno la nomina.
Il governo dovrebbe nominarla. Con precisione, senza astio, senza il tono da dibattito televisivo del sabato sera. Non come provocazione: come argomento. La coerenza della politica estera si difende con la logica, non con lo sdegno.
L’errore comunicativo del centrodestra su questo tema non è l’allineamento con Trump e con Israele. Quell’allineamento è difendibile, ed è difendibile ora più che mai perché la direzione degli eventi gli sta dando ragione. L’errore è non averlo difeso con argomentazioni che resistano all’accusa di bellicismo. Bastava dire: questa è la nostra posizione perché crediamo in questi valori, perché questi sono i nostri alleati, e perché la stabilità in Medio Oriente serve anche all’Italia. Invece si è balbettato, poi si è ceduto.
Chi sono gli elettori che si stanno allontanando
Non stiamo parlando degli oppositori storici. Stiamo parlando di chi aveva smesso di votare PD o Azione perché stanca del ceto politico progressista romano, di chi aveva trovato in Meloni una promessa di discontinuità concreta. Professionisti urbani tra i 35 e i 55 anni. Piccoli imprenditori. Donne che nel 2022 avevano letto qualcosa di vero in quella autobiografia pubblica.
Questi elettori riconoscono il linguaggio del cedimento. Sanno distinguere tra chi cambia idea perché ha nuovi dati e chi cambia idea perché è stanco di essere attaccato. Hanno votato Meloni perché sembrava capace di reggere la pressione. Se smette di reggerla, i motivi per continuare a sostenerla si assottigliano. Il referendum sulla giustizia li ha fatti riflettere su qualcosa che non avevano messo a fuoco. Il passo indietro su Israele rischia di fargli fare un passo ulteriore: la conclusione che anche in politica estera il governo decide in base all’umore della settimana.
Il problema non è il messaggio. È la destinazione.
Lega e FdI comunicano per constituency diverse con strumenti sovrapposti. Salvini ha un pubblico che vuole la protesta permanente. Meloni ha, o aveva, un pubblico che voleva la governance seria. Il fatto che le due retoriche si confondano, che i ministri usino lo stesso linguaggio da campagna elettorale anche quando annunciano riforme strutturali, è un errore strategico prima che comunicativo. Un governo non può parlare contemporaneamente agli arrabbiati e agli stanchi-di-essere-arrabbiati. Deve scegliere. FdI ha scelto di non scegliere, e il referendum ha mostrato il costo di questa ambiguità. Il cedimento su Israele aggiunge un livello: non solo il governo non sa a chi parla. Non sa cosa vuole difendere.
Cosa dovrebbe cambiare, e prima che sia tardi
Il calendario è concreto. Le prossime elezioni politiche non sono lontane. Il centrodestra ha un anno, forse meno, per consolidare un’identità di governo che vada oltre la gestione dell’ordinario. Se arriva a quel confronto avendo ceduto sul fronte della giustizia, avendo arretrato su Israele sotto pressione della piazza, e non avendo prodotto una narrativa credibile sui risultati ottenuti, affronta quella campagna elettorale con il morale di chi ha già perso due battaglie simboliche.
La sinistra lo sa. Per questo continua a spingere. Ogni concessione ottenuta non è una vittoria di merito: è la dimostrazione che il metodo funziona. E il metodo verrà ripetuto su ogni tema disponibile fino al voto.
Recuperare non significa irrigidirsi. Significa tornare alle posizioni con argomenti, non con slogan. Sull’accordo con Israele: dichiarare pubblicamente che il rinnovo è nell’interesse italiano, spiegare perché, e non tornare sulla decisione. Non come atto di fedeltà atlantica. Come scelta di politica estera motivata da fatti verificabili: un alleato democratico, una guerra che si sta chiudendo in condizioni favorevoli agli interessi occidentali, una partnership economica e tecnologica che l’Italia non può permettersi di interrompere per compiacere chi manifesta con la kefiah il sabato e vota contro le energie rinnovabili il lunedì.
Sul referendum: riconoscere il risultato come segnale, non come verdetto finale, e usarlo per riformulare la proposta in termini di efficienza amministrativa invece che di scontro istituzionale.
Su Trump: smettere di imbarazzarsi dell’allineamento e cominciare a usarlo. L’Italia ha oggi un accesso privilegiato a Washington che nessun altro governo europeo ha. Questo vale in termini di dazi, di forniture energetiche, di posizionamento NATO. Vale diplomaticamente. Chi vuole che l’Italia rinunci a questo vantaggio?
Un’ultima cosa
La sensazione di vittoria della sinistra post-referendum è reale, ma fragile. Si regge su un’emozione, non su una proposta. Chi ha votato contro la riforma della giustizia non ha votato per il PD. Chi manifesta contro Israele non ha trovato una nuova casa politica. Il centrodestra non sta perdendo elettori in uscita definitiva. Sta perdendo elettori in attesa.
La differenza tra chi aspetta e chi se ne va si misura in mesi. E la variabile decisiva non è la comunicazione. È la capacità di stare fermi su quello che si è deciso di essere.
