L’Iran contemporaneo si colloca in una zona grigia della politica internazionale: troppo forte per essere rovesciato dall’esterno, troppo fragile per potersi stabilizzare dall’interno. Questa ambiguità strutturale è il prodotto di una combinazione di fattori che negli ultimi anni si sono progressivamente allineati: crisi di legittimità del sistema politico, stagnazione economica cronica aggravata dalle sanzioni, ipertrofia dell’apparato coercitivo, e una popolazione giovane e connessa che non riconosce più il patto ideologico fondativo della Repubblica Islamica. A differenza di altri regimi autoritari del Medio Oriente, l’Iran non è mai stato uno Stato puramente securitario; la sua forza storica è stata l’ibridazione tra ideologia, istituzioni religiose e un apparato militare-economico capace di garantire stabilità e redistribuzione selettiva. È proprio questo equilibrio, oggi, a risultare compromesso.
Negli ultimi quindici anni, e in particolare dopo le proteste del 2009, del 2017-2019 e del ciclo apertosi nel 2022, il regime ha progressivamente perso la capacità di presentarsi come orizzonte politico condiviso. Le proteste non sono più riconducibili a singole rivendicazioni economiche o a fratture elitarie temporanee, ma esprimono una contestazione trasversale che investe il principio stesso della velayat-e faqih. Ciò che rende questo dato particolarmente rilevante, dal punto di vista analitico, è che la contestazione non produce automaticamente instabilità terminale. Al contrario, in sistemi ideologici maturi, la perdita di legittimità può coesistere a lungo con la sopravvivenza del regime, a condizione che l’apparato coercitivo resti compatto e che non emergano alternative organizzate credibili [¹].
Il punto centrale, dunque, non è la presenza o meno di protesta popolare, bensì la relazione tra protesta e apparato di potere. In Iran questa relazione è mediata da un attore chiave: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), comunemente noto come Pasdaran. L’IRGC non è semplicemente una forza armata parallela, ma un complesso ecosistema politico-militare-economico che permea lo Stato e ne garantisce la resilienza. A differenza degli eserciti tradizionali, l’IRGC possiede interessi materiali diretti nella sopravvivenza del sistema: controlla settori strategici dell’economia, gestisce reti di traffico e intermediazione, e funge da ponte operativo tra il centro e le periferie regionali della proiezione iraniana. Questo rende l’IRGC non soltanto lo strumento della repressione, ma il vero arbitro della stabilità [²].
L’errore analitico più comune, soprattutto nel dibattito mediatico occidentale, consiste nel sovrastimare l’impatto immediato delle proteste e nel sottovalutare la capacità adattiva del regime. Le autorità iraniane hanno dimostrato una notevole abilità nel modulare la repressione, alternando fasi di violenza aperta a momenti di contenimento selettivo. Questa strategia non mira a “vincere” la protesta, ma a impedire che essa si coaguli in una dinamica rivoluzionaria. In assenza di una leadership unificante e di una struttura organizzativa alternativa, la protesta resta episodica, pur mantenendo un alto potenziale simbolico. Dal punto di vista della teoria dei regimi autoritari, questo schema rientra nella categoria dei sistemi a “resilienza repressiva”, in cui la coercizione non è costante ma calibrata per ridurre i costi politici interni ed esterni [³].
Tuttavia, questa resilienza ha un prezzo crescente. L’apparato repressivo iraniano è oggi sottoposto a una pressione multidimensionale. Da un lato, è chiamato a gestire un dissenso interno diffuso e socialmente eterogeneo; dall’altro, deve sostenere l’impegno regionale dell’Iran attraverso una rete di proxy che si estende dal Libano allo Yemen. Questa doppia proiezione – interna ed esterna – produce una sovra-estensione funzionale che incide sulla coesione dell’IRGC. Non si tratta, al momento, di una frattura manifesta, ma di un logoramento progressivo che emerge in segnali indiretti: divergenze operative tra unità, maggiore ricorso a forze ausiliarie come i Basij, e una crescente attenzione alla protezione degli interessi economici individuali degli ufficiali di medio livello [⁴].
È in questo contesto che la pressione esterna assume un ruolo ambiguo. Le sanzioni occidentali, lungi dal produrre un collasso economico immediato, hanno contribuito a trasformare l’economia iraniana in un sistema adattivo e opaco, in cui l’IRGC ha ampliato il proprio controllo. Paradossalmente, il regime ha utilizzato l’isolamento internazionale per rafforzare la propria narrazione assediata e per giustificare una centralizzazione ulteriore del potere. Tuttavia, sul medio periodo, questa strategia ha ridotto lo spazio di manovra economico e ha accentuato la dipendenza da partner esterni come Russia e Cina, limitando l’autonomia strategica di Teheran [⁵].
La dimensione generazionale rappresenta un ulteriore fattore di instabilità latente. Oltre il 60% della popolazione iraniana ha meno di 35 anni e non possiede alcun legame emotivo con la rivoluzione del 1979. Questa generazione percepisce il regime non come un progetto politico incompiuto, ma come un ostacolo strutturale alla mobilità sociale e all’integrazione globale. Tale percezione non si traduce automaticamente in azione politica organizzata, ma alimenta una disaffezione sistemica che erode la capacità del regime di rinnovarsi dall’interno. In assenza di meccanismi di cooptazione efficaci, la distanza tra Stato e società tende ad ampliarsi, aumentando il ricorso alla coercizione come strumento di governo [⁶].
Un elemento spesso trascurato è il ruolo della successione al vertice del sistema. La figura della Guida Suprema ha finora garantito una continuità simbolica e operativa che ha compensato le tensioni interne. Tuttavia, l’inevitabile transizione futura rappresenta un momento di vulnerabilità strutturale. In regimi personalizzati, la successione non è mai un mero passaggio formale, ma un processo potenzialmente destabilizzante che può rivelare fratture latenti all’interno dell’élite. In Iran, questo rischio è amplificato dal ruolo dell’IRGC, che potrebbe trovarsi nella posizione di arbitro de facto del processo, con conseguenze imprevedibili per l’equilibrio tra istituzioni religiose e apparato militare [⁷].
Alla luce di questi elementi, appare evidente che il regime iraniano non è prossimo a un collasso immediato, ma si trova in una fase di fragilità strutturale avanzata. La sua sopravvivenza dipende meno dalla capacità di reprimere la protesta popolare e più dalla tenuta interna dell’apparato coercitivo. Finché l’IRGC resta compatto e percepisce la continuità del sistema come garanzia dei propri interessi, il regime è destinato a resistere. Tuttavia, ogni fattore che aumenti il costo dell’obbedienza – economico, politico o reputazionale – contribuisce a spostare l’equilibrio verso una lealtà condizionata. È in questa zona grigia che si colloca il vero rischio sistemico per Teheran, ed è su questo terreno che si innestano le strategie di pressione esterna e di contenimento regionale che verranno analizzate nella parte successiva.
Israele, Stati Uniti, Trump e l’arte della pressione: escalation, BRICS e competizione sistemica
Se la fragilità interna del regime iraniano costituisce il presupposto strutturale della crisi, è sul piano regionale e globale che questa fragilità viene messa alla prova. Qui l’Iran non è un attore isolato, ma un nodo centrale di una rete di conflitti interconnessi che coinvolge Israele, gli Stati Uniti, le potenze emergenti dei BRICS e, in modo crescente, la Russia. Comprendere la traiettoria del confronto richiede dunque di abbandonare una lettura bilaterale e di adottare una prospettiva sistemica, nella quale ogni mossa produce effetti a cascata su più teatri.
Israele occupa una posizione unica in questo sistema. A differenza degli Stati Uniti, Gerusalemme non ragiona in termini di equilibrio globale o di stabilità sistemica, ma secondo una logica di sicurezza esistenziale. L’Iran, nella dottrina strategica israeliana, non è semplicemente un rivale regionale, bensì una minaccia potenziale alla sopravvivenza dello Stato. Questa percezione non è ideologica, ma operativa: l’eventualità di un Iran dotato di capacità nucleari militari rappresenta una linea rossa assoluta, oltre la quale Israele ritiene legittimo agire unilateralmente [⁸]. È su questo punto che si innesta la cosiddetta “guerra tra le guerre”, una strategia di azioni coperte, sabotaggi, cyberattacchi ed eliminazioni mirate volta a ritardare e frammentare le capacità iraniane senza innescare un conflitto aperto.
Questa strategia, tuttavia, non è priva di rischi. Ogni operazione israeliana contribuisce a mantenere l’Iran in uno stato di allerta permanente, rafforzando il ruolo dell’IRGC come garante della sicurezza nazionale. Paradossalmente, ciò che per Israele è uno strumento di contenimento può trasformarsi, sul medio periodo, in un fattore di consolidamento dell’ala più dura del regime iraniano. Questo paradosso è ben noto ai decisori israeliani, che tuttavia lo considerano un costo accettabile rispetto al rischio esistenziale rappresentato da un Iran nucleare. In altri termini, Israele preferisce un Iran ostile ma prevedibile a un Iran trasformato in potenza deterrente strategica.
Gli Stati Uniti, al contrario, si muovono su un piano più ampio e complesso. Per Washington, l’Iran è simultaneamente una minaccia regionale, un attore della competizione globale con Russia e Cina e un fattore di instabilità energetica. Questa molteplicità di livelli rende la politica statunitense intrinsecamente ambivalente. Da un lato, gli USA hanno interesse a contenere l’espansione iraniana e a garantire la sicurezza di Israele; dall’altro, temono che un conflitto aperto possa destabilizzare l’intero Medio Oriente, rafforzare il fronte anti-occidentale e compromettere altre priorità strategiche. È in questo spazio di ambiguità che si colloca la differenza tra approcci presidenziali, in particolare tra l’eredità nixoniana e l’impostazione trumpiana.
Il confronto tra Nixon-Kissinger e Trump non è un mero esercizio storico, ma un utile strumento analitico. Nixon e Kissinger concepivano la pressione come parte di una strategia globale di lungo periodo, sempre accompagnata da canali diplomatici segreti e da una chiara idea di equilibrio finale. La tensione era uno strumento, non un fine. Nel caso iraniano contemporaneo, un approccio kissingeriano punterebbe a logorare il regime senza spingerlo verso una chiusura totale, mantenendo aperte vie di de-escalation e, soprattutto, evitando che Teheran possa presentarsi come vittima di un accerchiamento imperiale [⁹].
Trump, pur condividendo il cinismo di fondo della realpolitik, opera secondo una logica diversa. La sua visione è meno sistemica e più transazionale: la pressione è concepita come leva immediata per ottenere concessioni visibili, piuttosto che come parte di un disegno di equilibrio globale. Questo approccio ha prodotto, durante il suo primo mandato, una politica di “massima pressione” sull’Iran che ha effettivamente ridotto le risorse economiche del regime, ma ha anche accelerato il suo riallineamento verso Russia e Cina. L’uscita unilaterale dall’accordo sul nucleare (JCPOA) ha segnato un punto di rottura non solo con Teheran, ma anche con parte degli alleati europei, riducendo la capacità degli Stati Uniti di controllare la narrazione internazionale [¹⁰].
È in questo contesto che l’integrazione dell’Iran nei BRICS assume un significato strategico. L’adesione non rappresenta soltanto un’opportunità economica, ma un segnale politico di appartenenza a un blocco alternativo all’ordine occidentale. Per Teheran, i BRICS offrono una piattaforma di legittimazione internazionale che attenua l’impatto dell’isolamento occidentale. Per Washington, ciò complica ulteriormente il quadro: ogni pressione eccessiva sull’Iran rischia di rafforzare la coesione del fronte anti-USA, fornendo a Russia e Cina un argomento potente contro l’unilateralismo occidentale [¹¹].
La dimensione russo-iraniana è particolarmente rilevante. L’Iran è diventato un fornitore chiave di droni e tecnologie asimmetriche per la Russia, contribuendo allo sforzo bellico di Mosca in Ucraina. Questo legame non è puramente tattico, ma riflette una convergenza strategica basata su interessi condivisi: opposizione all’egemonia occidentale, uso della guerra ibrida e valorizzazione delle aree grigie del diritto internazionale. Qualsiasi escalation contro l’Iran deve dunque essere valutata anche alla luce delle sue ripercussioni sul teatro europeo e sulla credibilità della deterrenza occidentale [¹²].
La questione palestinese si inserisce in questo quadro come moltiplicatore narrativo. Un conflitto aperto tra Israele e Iran, o anche un’escalation significativa tramite Hezbollah, avrebbe l’effetto di ricompattare ampie fasce dell’opinione pubblica musulmana attorno a una lettura identitaria del conflitto. Contrariamente all’idea che un aumento della violenza possa spostare l’opinione pubblica globale verso una posizione “anti-islam radicale”, l’esperienza recente suggerisce che tali dinamiche tendono a polarizzare piuttosto che a produrre un consenso netto. Il rischio per l’Occidente non è tanto la perdita di supporto governativo, quanto l’erosione della legittimità morale percepita, soprattutto nel Sud globale [¹³].
In questo scenario, l’escalation appare meno come una scelta deliberata e più come il risultato di interazioni cumulative tra attori che cercano di massimizzare la propria sicurezza in un ambiente altamente incerto. Israele accetta un livello di rischio più elevato perché percepisce la minaccia iraniana come esistenziale; l’Iran utilizza la pressione esterna per rafforzare la coesione interna e giustificare la repressione; gli Stati Uniti oscillano tra deterrenza e contenimento, cercando di evitare una guerra regionale che comprometterebbe interessi globali più ampi. Questo equilibrio instabile produce una forma di escalation controllata, nella quale ciascun attore tenta di restare al di sotto della soglia che renderebbe il conflitto irreversibile.
Il punto critico di questa dinamica risiede nel tempo. Un’escalation prolungata aumenta la probabilità di errori di calcolo, incidenti e decisioni prese sotto pressione. In particolare, il rischio maggiore non è un conflitto pianificato, ma una sequenza di azioni e reazioni che sfuggono al controllo dei decisori politici. In questo senso, l’Iran rappresenta un caso emblematico di come la pressione esterna possa logorare un regime senza necessariamente portarlo al collasso, creando al contempo un ambiente di instabilità sistemica che coinvolge attori ben oltre la regione mediorientale.
Alla fine di questa seconda parte emerge una conclusione provvisoria ma fondamentale: la strategia della pressione funziona solo se accompagnata da una chiara comprensione dei limiti del sistema che si intende colpire. Nel caso iraniano, superare tali limiti potrebbe non produrre il cambiamento desiderato, ma accelerare una convergenza anti-occidentale e aumentare il rischio di un conflitto regionale ad alta intensità. È su questo crinale che si colloca la fase attuale, ed è qui che diventa essenziale identificare gli indicatori interni capaci di segnalare un reale punto di rottura, tema che verrà affrontato nella parte conclusiva.
PARTE III – Indicatori di rottura, successione, scenari futuri (2026-2030) e conclusione analitica
La terza fase dell’analisi si concentra sul cuore della vulnerabilità iraniana: il ruolo centrale dell’IRGC come indicatore di rottura interna, il rischio connesso alla successione della Guida Suprema e le possibili traiettorie geopolitiche per il prossimo quinquennio. Comprendere questi fattori è cruciale per valutare realisticamente le politiche di pressione esterna e le implicazioni di lungo periodo.
Come evidenziato nelle parti precedenti, le proteste popolari e la crisi economica da sole non costituiscono un pericolo esistenziale per il regime. Ciò che determina la possibilità di un cambiamento strutturale è la tenuta dell’apparato coercitivo, e in particolare la coesione interna dell’IRGC. L’unità di questa organizzazione rappresenta il vero termometro della stabilità: finché l’obbedienza è percepita come vantaggiosa o necessaria per la sopravvivenza dei suoi membri, il regime resta saldo. Al contrario, quando si manifestano segnali di lealtà condizionata, come ordini non eseguiti, discrepanze operative tra brigate, o ricorso crescente a canali alternativi di sicurezza e ricchezza, il sistema entra in una zona critica di vulnerabilità [¹⁴].
Tali segnali non sono immediatamente evidenti; emergono soprattutto attraverso osservazione indiretta e combinazione di fonti. Gli Stati Uniti e Israele monitorano le interazioni tra i comandanti medi e il vertice, la distribuzione delle risorse economiche gestite dall’IRGC, i cambiamenti nei protocolli operativi e i comportamenti pubblici dei dirigenti durante cerimonie e apparizioni ufficiali. Parallelamente, la frammentazione dei proxy regionali o la ritrosia nell’applicazione delle direttive centrali rappresentano micro-indicatori precoci di una possibile erosione della coesione interna [¹⁵].
Un ulteriore elemento critico è la successione della Guida Suprema. La morte o l’indebolimento di Khamenei rappresenta un nodo di instabilità intrinseco, perché il processo di transizione potrebbe rivelare e amplificare le fratture latenti tra i vertici religiosi, politici e militari. L’IRGC, che controlla sia le armi sia la capacità di proiezione regionale, potrebbe trovarsi nella posizione di arbitro de facto. L’eventuale indebolimento del consenso interno o la percezione di un leader emergente non in linea con gli interessi dei Pasdaran potrebbe accelerare un collasso interno o provocare una ristrutturazione autoritaria ancora più dura [¹⁶].
Considerando questi fattori, gli scenari futuri tra il 2026 e il 2030 si articolano su un continuum di probabilità:
•Scenario a bassa intensità e logoramento controllato: il regime resta formalmente intatto, le proteste continuano a essere represse in modo calibrato, l’IRGC mantiene coesione. L’Iran resta un attore regionale instabile ma prevedibile, e la pressione esterna funziona come deterrente strategico senza innescare conflitti sistemici. Questo scenario ha la probabilità più alta, stimata intorno al 35–40% [¹⁷].
•Scenario di escalation regionale indiretta: l’Iran intensifica l’uso dei proxy, Israele compie raid mirati, gli USA rafforzano la deterrenza senza un intervento diretto. Il rischio è di una guerra tra le guerre, con attacchi intermittenti, ma senza conflitto totale. Probabilità stimata 30–35% [¹⁸].
•Scenario di collasso interno accelerato: l’IRGC si spacca, i vertici non mantengono coesione, il regime subisce una successione contestata, e il caos interno favorisce un’instabilità regionale acuta. Probabilità stimata 10–15% [¹⁹].
•Scenario di de-escalation diplomatica: negoziati indiretti, congelamento della tensione, compromessi limitati tra Iran e Stati Uniti, Israele mantiene capacità deterrente. Probabilità stimata 15–20% [²⁰].
Questi scenari mostrano chiaramente che la chiave della previsione non è nelle proteste né nella pressione economica, ma nella capacità di valutare i segnali interni di frattura. In termini pratici, gli analisti di intelligence cercano tre elementi critici: ordini non eseguiti, discrepanze operative tra unità dell’IRGC e comportamenti economico-finanziari atipici dei comandanti. La comparsa simultanea di questi segnali costituisce il segnale più affidabile di un collasso potenziale, riducendo drasticamente la probabilità di sorpresa strategica [²¹].
Dal punto di vista occidentale, la gestione della pressione sul regime iraniano richiede quindi un equilibrio delicato. Una pressione insufficiente rischia di permettere al regime di consolidare i falchi e rafforzare il consenso interno; una pressione eccessiva senza canali di de-escalation rischia di accelerare un collasso incontrollato o di rafforzare alleanze anti-occidentali come quella con Russia e Cina. In questo contesto, la strategia “kissingeriana” di tensione controllata appare più solida rispetto a un approccio transazionale tipico dell’amministrazione Trump, che enfatizza la visibilità immediata dei risultati rispetto alla sostenibilità a lungo termine.
Infine, la dimensione globale deve essere integrata nella valutazione. L’Iran non opera in isolamento: la sua presenza nei BRICS, la cooperazione militare con la Russia e la proiezione regionale tramite Hezbollah e altri proxy, rendono qualsiasi intervento rischioso su scala locale. Anche la questione palestinese gioca un ruolo nella percezione internazionale del conflitto: ogni escalation rafforza narrazioni identitarie transnazionali e può polarizzare l’opinione pubblica globale, riducendo la possibilità di un consenso occidentale sulla politica di contenimento.
In sintesi, l’Iran rappresenta un caso paradigmatico di fragilità resiliente, dove la pressione esterna può logorare il regime senza necessariamente determinarne il collasso, e dove il fattore determinante rimane la coesione interna dell’IRGC e la gestione della successione della Guida Suprema. L’analisi strategica a lungo termine richiede quindi di monitorare costantemente questi indicatori, valutare le conseguenze delle operazioni israeliane e statunitensi, e comprendere la dinamica regionale e globale dei partner strategici dell’Iran. Solo in questo modo è possibile sviluppare politiche realistiche e limitare i rischi di escalation incontrollata, pur continuando a esercitare pressione su un sistema intrinsecamente fragile ma non ancora collassato [²²].
Fonti e riferimenti
[¹] International Crisis Group, Iran: The Struggle for the Soul of the Republic,
https://www.crisisgroup.org/middle-east-north-africa/gulf-and-arabian-peninsula/iran
[²] RAND Corporation, Iran’s Revolutionary Guards and the Logic of State Power,
https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR2038.html
[³] Steven Levitsky, Lucan Way, Competitive Authoritarianism, Cambridge University Press (estratti e sintesi),
https://www.cambridge.org/core/books/competitive-authoritarianism/
[⁴] Carnegie Endowment for International Peace, The IRGC’s Expanding Role in Iran’s Economy,
https://carnegieendowment.org/2019/04/16/irgc-s-expanding-role-in-iran-s-economy-pub-78833
[⁵] Council on Foreign Relations, U.S. Sanctions on Iran,
https://www.cfr.org/backgrounder/us-sanctions-iran
[⁶] Brookings Institution, Iran’s Youth and the Future of the Islamic Republic,
https://www.brookings.edu/articles/irans-youth-and-the-future-of-the-islamic-republic/
[⁷] CSIS, Iran’s Leadership Succession: Risks and Scenarios,
https://www.csis.org/analysis/irans-leadership-succession-risks-and-scenarios
[⁸] Israeli Ministry of Defense, Israel’s Security Doctrine and Iran,
https://www.gov.il/en/departments/ministry_of_defense
[⁹] Henry Kissinger, World Order, Penguin Press, estratti e analisi,
https://www.penguinrandomhouse.com/books/226134/world-order-by-henry-kissinger/
[¹⁰] Council on Foreign Relations, The U.S. Withdrawal from the Iran Nuclear Deal,
https://www.cfr.org/backgrounder/what-iran-nuclear-deal
[¹¹] Carnegie Endowment for International Peace, Iran and the BRICS: Strategic Implications,
https://carnegieendowment.org/2023/08/24/iran-s-brics-membership-pub-90452
[¹²] CSIS, Iran-Russia Military Cooperation and the War in Ukraine,
https://www.csis.org/analysis/iran-russia-military-cooperation-and-war-ukraine
[¹³] Brookings Institution, Public Opinion in the Middle East and the Israel-Palestine Conflict,
https://www.brookings.edu/articles/middle-east-public-opinion-and-israel-palestine-conflict/
[¹⁴] RAND Corporation, Iran’s Revolutionary Guards and Internal Stability,
https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR2038.html
[¹⁵] International Crisis Group, Iran’s Internal Security Apparatus and Proxy Network,
https://www.crisisgroup.org/middle-east-north-africa/gulf-and-arabian-peninsula/iran
[¹⁶] CSIS, Iran’s Leadership Succession: Strategic Implications,
https://www.csis.org/analysis/irans-leadership-succession-risks-and-scenarios
[¹⁷] Brookings Institution, U.S. Policy and Iran: Scenarios for 2026–2030,
https://www.brookings.edu/research/us-policy-and-iran-scenarios/
[¹⁸] Council on Foreign Relations, Escalation Risks in the Middle East,
https://www.cfr.org/report/escalation-risks-middle-east
[¹⁹] Carnegie Endowment for International Peace, Potential Collapse Scenarios in Iran,
https://carnegieendowment.org/2023/05/15/potential-collapse-scenarios-in-iran-pub-89054
[²⁰] International Crisis Group, Iranian Negotiations and De-escalation Options,
https://www.crisisgroup.org/middle-east-north-africa/gulf-and-arabian-peninsula/iran
[²¹] RAND Corporation, Monitoring Indicators of Regime Fragility in Iran,
https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR2105.html
[²²] Brookings Institution, Iran and the Balance of Regional Power,
https://www.brookings.edu/articles/iran-and-the-balance-of-regional-power/
