Operazione “Summit di fuoco”: Israele elimina Khalil al-Hayya a Doha.
L’attentato avvenuto due giorni or sono a Gerusalemme, compiuto da due arabo-palestinesi che ha provocato la morte di almeno sette persone, 6 uomini ed una donna, ed il ferimento di almeno altre quindici nella zona di Ramot, è stata l’ultima sfida alla pazienza di Israele. I due terroristi, provenienti dalla Giudea e Samaria, avevano sparato con armi automatiche verso un’affollata fermata di autobus. Entrambi sono stati eliminati dalle forze di sicurezza locali, presenti tra la folla ed armati di pistole, ma nonostante ciò, tutti i sospetti si sono indirizzati verso la Jihad islamica, operante in Giudea e Samaria, alleata di Hamas ma di fatto spodestata dal ruolo chiave di mediatori con Usa e Israele.
A seguito di questi fatti, già da 48 ore, il gabinetto di guerra dello Stato Ebraico si era riunito per esaminare ed attualizzare le informazioni giunte dagli asset dell’intelligence dislocati nella Penisola araba improntate alla conferma della localizzazione della delegazione di Hamas impegnata nei colloqui di Doha.
In una successiva dichiarazione congiunta del Primo Ministro Netanyahu e del ministro della Difesa Katz, lo stesso Netanyahu aveva incaricato le agenzie di Intelligence Shabak (o Shin Bet) e Aman, di prepararsi alla possibilità di eliminare i leader di Hamas con il pieno sostegno del ministro della Difesa, approvando in contemporanea le modalità di attacco delegato all’IAF.

Entrambi i politici hanno convenuto che tale azione, denominata “Pisgat HaEsh” letteralmente “Il Summit di fuoco”, fosse più che giustificata dalla conclamata preparazione, approvazione e realizzazione del massacro del 7 ottobre 2023 e dagli attacchi successivi compiuti da Hamas.
Un modus operandi inedito rispetto alle operazioni storiche dell’Intelligence israeliana, che da sempre avevano incluso il Mossad tra le componenti fondamentali per le eliminazioni all’estero, anche per non pregiudicare le coperture degli asset dislocati nel Paese del Golfo. Così come la volontà di non colpire un unico bersaglio, ma un intero team di pseudo negoziatori stanziati in uno Stato del Golfo Persico che, ad ogni buon conto, rappresentano l’attuale “cupola” dell’organizzazione terrorista.
Informazioni convergenti hanno quindi confermato la composizione della delegazione di Hamas a Doha, della quale facevano parte Khalil al-Hayya – capo di Hamas a Gaza, Zaher Jabarin – capo di Hamas in Cisgiordania, Khaled Mesha’al – capo di Hamas all’estero. Nizar Awadallah – membro dell’Ufficio Politico, Tahir Nunu – membro dell’Ufficio Politico e Responsabile delle Relazioni Pubbliche, Husam Badran – membro dell’Ufficio Politico, Mousa Abu Marzouk – vicepresidente dell’Ufficio Politico, nonché Mohammad Darwish – presidente del Consiglio della Shura di Hamas e capo della famiglia che nel lontano 2006 detenne il caporale dell’Idf, Gilad Shalit, catturato durante un raid.

L’operazione è stata resa possibile dalla “sorpresa perfetta”, ossia dall’inganno perpetrato dagli USA contro Hamas i cui rappresentanti sarebbero stati convocati ad un incontro in una località predeterminata per gli incontri trilaterali, come confermato da alti funzionari israeliani che hanno aggiunto che l’operazione era stata pianificata per mesi e che si attendeva unicamente la tempistica precisa.
I commentatori di Gaza hanno descritto la proposta di Trump di questa settimana come un inganno di Stati Uniti e Israele, che ha portato a un incontro di tutti alti funzionari di Hamas a Doha in uno specifico lasso di tempo. Di fatto, hanno comunque sottovalutato il ruolo del Qatar che, sebbene oggi abbia espresso una condanna “di facciata” per la violazione del diritto internazionale in relazione alla violazione della sua sovranità (invocato a piacimento quando non si tratti di ospitare noti terroristi sul proprio suolo…), è notoriamente conosciuto come membro attivo della Fratellanza musulmana e finanziatore dei maggiori gruppi islamisti.
Peraltro, domenica il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva dichiarato sul social Truth che Israele aveva accettato i termini della sua nuova proposta e che Hamas avrebbe dovuto seguire l’esempio. “Ho avvertito Hamas sulle conseguenze della non accettazione”, ha scritto. “Questo è il mio ultimo avvertimento. Non ce ne sarà un altro”.
Tornando alla ricostruzione egli eventi, identificata la palazzina dell’Ufficio politico di Hamas che ospitava la delegazione della leadership del gruppo terrorista, nel quartiere Katara, dall’antico nome della penisola qatariota, Netanyahu ha opportunamente informato il Presidente USA, Donald Trump dell’imminente attacco.

La probabile “pecca”, non trascurabile, rimane quella dell’errata individuazione dell’obiettivo. Infatti, fonti convergenti, non avevano condotto alla palazzina che in passato ospitava Ismail Hanyeh, reale sede della riunione prestabilita e dove si erano tenuti i precedenti incontri, ma un altra sede seppur non distante da quella segnalata.
Inoltre, i leader di Hamas avrebbero lasciato la sala riunioni durante la preghiera pomeridiana e si trovavano nella vicina moschea quando è avvenuto l’attacco, mentre l’ufficio sede della riunione sarebbe stato colpito da missili lanciati da aerei dell’IAF. A quanto risulta, il cellulare del leader al Hayya, sottoposto a tracciamento, sarebbe rimasto nella sala riunioni, il che rappresenterebbe la ragione principale del parziale fallimento dell’operazione.
Nelle prime ore di ieri pomeriggio, ottenuto contezza dell’isolamento dell’obiettivo e della garanzia di ridurre ogni effetto collaterale, i velivoli dell’IAF, F18 e alcuni F16, hanno ottenuto il “via libera” al decollo, supportati da aerei da trasporto per i droni armati e due Tanker per il rifornimento in volo. Itinerario dei velivoli e degli obiettivi sono stati permanentemente monitorati dall’unità stanziale 8200 in collaborazione con l’Aman che, oltre a permettere il rilevamento a distanza di eventuali contromisure elettroniche, ha continuato a tracciare i movimenti della delegazione di Hamas, seppur con un accettabile margine di errore, rivelatosi comunque, non trascurabile.
Il raid su Doha, durato pochi minuti e compiuto da due squadriglie di aerei da combattimento, ha fruttato la distruzione delle palazzine occupate dai membri di Hamas con un primo sciame aeronautico dei caccia seguito da una seconda ondata di droni che hanno eliminato quanto sfuggito ai bombardamenti. Successivamente all’azione è stata diffusa una dichiarazione congiunta del portavoce delle Forze di Difesa israeliane e del portavoce dello Shin Bet: “L’Idf e il Servizio Segreto Interno Shabak, tramite l’Aeronautica Militare di Gerusalemme, hanno recentemente colpito in modo mirato la leadership dell’organizzazione terroristica di Hamas. I membri della leadership colpiti hanno guidato le attività dell’organizzazione terroristica per anni e sono direttamente responsabili dell’esecuzione della strage del 7 ottobre, (peraltro festeggiata proprio a Doha, negli stessi uffici colpiti dal raid di ieri, ndr). Prima dell’attacco sono state adottate misure per ridurre al minimo i danni ai civili, incluso l’uso di armamenti di precisione e ulteriori informazioni di intelligence. Le Forze di Difesa Israeliane e lo Shin Bet continueranno ad agire con determinazione per sconfiggere l’organizzazione terroristica Hamas, responsabile della strage del 7 ottobre. L’azione di oggi contro i principali capi terroristi di Hamas è stata un’operazione completamente indipendente israeliana. Israele l’ha iniziata, Israele l’ha condotta e Israele si assume la piena responsabilità”.
Sino ad ora, le diverse fonti consultate hanno riferito informazioni contrastanti sull’esito dell’azione. Tuttavia, traspare da subito il parziale fallimento dell’eliminazione di tutti i principali componenti della delegazione di Hamas, ad eccezione della punta di diamante, Khalil Al-Hayya, unico gazawi nell’establishment di Hamas e vice di Yahya Sinwar, attuale responsabile dell’organizzazione. Nato a Gaza nel 1960, si era laureato all’Università islamica di Gaza, diventandone successivamente un docente prima di unirsi ad Hamas come membro fondatore. Promosso come consigliere nell’ufficio politico di Hamas, venne eletto al Consiglio legislativo palestinese nel 2006 e in seguito nominato come vice di Yahya Sinwar a Gaza.
Durante l’attacco, altri cinque membri minori della delegazione negoziale e le loro scorte sono stati eliminati. Si tratterebbe di Jihad Lubad, capo dello staff dell’alto funzionario di Hamas Khalil al-Hayya, leader del movimento a Gaza e capo della sua squadra negoziale; il figlio di al-Hayya, l’Imam Khalil al-Hayya, gli aiutanti Abdullah Abd al-Wahid, Moamen Hassouna e Ahmad Abd al-Malek. Un’unica fonte ha indicato che anche Saeed Mohammed al-Humaidi, un ufficiale membro delle forze di sicurezza interne del Qatar, sarebbe rimasto ucciso nell’attacco insieme ad altri componenti del dispositivo di scorta alla delegazione.
Dato certo, ed ampiamente positivo, è che i leader di Hamas non potranno più godere di un rifugio sicuro. Nessun Paese del Golfo si prenderà la responsabilità di ospitarli, tantomeno di difenderne l’immunità. Resta l’incognita iraniana, laddove il Paese dista poche centinaia di miglia marine dalle coste del Qatar. Ma Khamenei, nel frattempo indotto a ricorrere al suo rifugio dopo le prime segnalazioni da Doha, sarà così incauto da ospitare gli oramai sgraditi capi di Hamas?
