Tre cacciatorpediniere Usa nei Caraibi, al largo del Venezuela, e una taglia da 50 milioni di dollari su Maduro. Aumenta la pressione americana su Caracas. A metà agosto 2025, l’amministrazione Trump ha dato il via a un massiccio dispiegamento navale a ridosso delle acque venezuelane: tre cacciatorpediniere lanciamissili della classe Arleigh Burke – USS Gravely, USS Jason Dunham e USS Sampson – sono salpati per un’operazione anti-narcotraffico che assume però toni apertamente politici. Le unità sono affiancate da aerei da pattugliamento P-8 Poseidon, altre navi e almeno un sottomarino nucleare d’attacco, che sarebbero arrivati nella notte tra il 19 e 20 agosto 2025 nelle acque internazionali al largo del Venezuela. Oltre 4.000 tra marinai e Marines sono coinvolti. Le navi, dotate del sofisticato sistema radar Aegis e capaci di trasportare truppe e armamenti di precisione, operano ufficialmente in acque internazionali. Il Pentagono parla di missioni di intelligence, sorveglianza e capacità di colpire obiettivi selezionati. Le fonti statunitensi parlano di un’operazione della durata di mesi, che mira a colpire i cartelli della droga latinoamericani considerati una minaccia alla sicurezza nazionale. Ma dietro la narrazione ufficiale si staglia un chiaro messaggio politico: Donald Trump, tornato al potere, ha deciso di alzare il livello dello scontro con il regime di Nicolás Maduro.
La tempistica parla da sola: il dispiegamento è stato eseguito entro 36 ore dall’annuncio avvenuto il 18 agosto scorso. Una dimostrazione di forza e prontezza militare che non lascia spazio a dubbi sulla determinazione americana. E il messaggio è diretto: l’operazione segna un ulteriore irrigidimento della linea di Washington contro Caracas. Già nei mesi precedenti, altre due navi da guerra erano state inviate nella regione. Trump ha inserito la lotta al narcotraffico come asse portante della sua strategia di sicurezza interna e lotta all’immigrazione illegale. A febbraio 2025, il Presidente ha designato come “organizzazioni terroristiche” gruppi come il Cartello di Sinaloa e il venezuelano Tren de Aragua, per poter agire con misure straordinarie. In parallelo, la taglia su Maduro è stata portata a 50 milioni di dollari, il doppio rispetto alla cifra precedente.
Casa Bianca: “Il regime di Maduro non è il governo legittimo del Venezuela, ma un cartello narco-terrorista”
Secondo la Casa Bianca, Maduro sarebbe a capo del “Cartel de los Soles”, un’organizzazione criminale radicata nelle forze armate venezuelane, responsabile del traffico di cocaina adulterata con fentanil e diretta verso il territorio statunitense. Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha dichiarato che Trump userà “ogni elemento del suo potere” per colpire i responsabili. Ha aggiunto che il regime di Maduro “non è il governo legittimo del Venezuela, ma un cartello narco-terrorista”.
La reazione di Caracas è stata immediata e durissima. Il 18 agosto, proprio mentre trapelavano le notizie sul dispiegamento USA, Maduro è intervenuto in un discorso televisivo affiancato dai vertici militari, giurando di “difendere i mari, i cieli e le terre” venezuelane. Ha definito l’iniziativa americana “un’idea bizzarra e strampalata di un impero in declino”. Il governo venezuelano ha poi attivato un “piano speciale” di difesa territoriale che prevederebbe la mobilitazione di oltre 4,5 milioni di miliziani tra riservisti e volontari armati. Le “unità popolari” dovranno essere pronte a imbracciare “fucili e missili”, secondo l’appello di Maduro ai lavoratori e ai contadini. Misure straordinarie sono scattate anche sul fronte interno. Il governo ha imposto un divieto temporaneo di volo per droni su tutto il territorio nazionale, evocando il fallito attentato del 2018 contro Maduro, quando un drone esplose durante una parata. Nel frattempo, il ministro delle Comunicazioni, Diosdado Cabello, ha confermato che anche le forze navali venezuelane sono state dispiegate nel Mar dei Caraibi, in assetto di difesa.
Lo scontro si è immediatamente spostato anche sul piano diplomatico. Il ministro degli Esteri Yván Gil ha respinto le accuse statunitensi, accusando Washington di voler mascherare con l’alibi del narcotraffico un’aggressione imperialista. “Mentre Washington minaccia, il Venezuela avanza costantemente in pace e sovranità”, ha affermato Gil, definendo le mosse USA un segno del fallimento della politica estera americana in America Latina.
Da parte sua, Cuba si è subito schierata con il governo venezuelano. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha denunciato un’aggressione contro un paese fratello, accusando gli Stati Uniti di comportarsi come un “giudice globale” senza legittimità internazionale. Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha definito “fraudolenta” la taglia su Maduro e ha condannato le minacce statunitensi come un atto unilaterale e illegale. A suggellare l’alleanza, una delegazione ufficiale cubana – guidata dal vice primo ministro – ha visitato Caracas nei giorni caldi della crisi. Durante la cerimonia per il 99° anniversario della nascita di Fidel Castro, Maduro ha ricevuto gli ospiti cubani al Palazzo Miraflores e ha lanciato un messaggio chiaro: “Cuba e Venezuela devono restare più uniti che mai nella lotta contro i suprematisti dell’impero gringo”.
Al momento nessuna visita di Maduro a Cuba è stata confermata, contrariamente alla versione che circola sui social secondo al quale un aereo con a bordo il presidente venezuelano sarebbe involo verso l’Avana e sarebbe “misteriosamente scomparso” dai radar proprio durante il sorvolo del Mar dei Caraibi dove opera la marina statunitense. Le fonti ufficiali indicano che il presidente venezuelano è rimasto nel Paese, impegnato a rafforzare le relazioni con l’Avana attraverso scambi diplomatici e dichiarazioni pubbliche, ma senza trasferte ufficiali.
Secondo le stesse fonti, il medesimo vettore con sigla con codice VCV3502 della compagnia aerea statale venezuelana Conviasa, partito 4 ore fa per L’Avana e rientrato in Venezuela, starebbe ripartendo proprio in questi minuti verso Cuba. I satelliti USA sorvegliano, comunque, il Venezuela, ottenendo informazioni in tempo reale sulle basi militari, sulla posizione dei bunker sotterranei, l’aeronautica militare e su armi e rifornimenti per l’esercito venezuelano e le residenze degli alti ufficiali militari.
Anche il Messico ha preso posizione
La presidente Claudia Sheinbaum ha smentito qualsiasi legame tra Maduro e i cartelli messicani, respingendo l’ipotesi di interventi armati stranieri con il pretesto della lotta al narcotraffico. “Non abbiamo alcuna evidenza di legami tra il governo venezuelano e il cartello di Sinaloa”, ha dichiarato, prendendo le distanze dall’operazione americana.
Intanto, in molti osservano con crescente preoccupazione lo sviluppo degli eventi. Se da un lato diversi governi latinoamericani condividono l’esigenza di combattere il traffico di droga, dall’altro temono un’escalation militare al confine venezuelano. La presenza di unità navali statunitensi nei Caraibi riporta alla memoria scenari del passato e riapre vecchie ferite nella regione. Il rischio di una crisi regionale è concreto. E stavolta, il cortile di casa è davvero sotto pressione.
