Ucraina, retroscena e fonti: cosa accadde davvero
Per comprendere il baratro in cui è precipitata l’Ucraina e il conseguente stravolgimento degli equilibri europei, è necessario spazzare via la retorica manichea diffusa a reti unificate dal narrare mainstream occidentale. La ricostruzione degli eventi del 2014 non parte da una presunta e improvvisa “sete di democrazia”, ma da una realtà sociale secolare e da numeri contabili ben precisi che le cancellerie di Washington e Bruxelles hanno scientemente deciso di ignorare.
Un solo popolo, una sola terra: la menzogna della divisione etnica
Prima del novembre 2013, il confine tra Russia e Ucraina esisteva sulla carta geografica, ma non nella vita reale dei cittadini. Le due nazioni condividevano un tessuto umano, culturale ed economico essenzialmente indivisibile. Secondo i dati del Censimento Ufficiale Ucraino (State Statistics Committee of Ukraine, National Census Data), oltre il 30% della popolazione indicava il russo come propria lingua madre, mentre nelle regioni meridionali e orientali e nella stessa capitale Kyiv l’uso del russo nella vita quotidiana superava l’80%. Non si trattava soltanto di lingua. I dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM Migration and Remittance Reports pre-2014) antecedenti al 2014 mostravano come circa tre milioni di cittadini ucraini lavorassero stabilmente o stagionalmente nella Federazione Russa, generando un flusso costante di rimesse finanziarie fondamentale per il sostentamento di intere famiglie nelle campagne ucraine. I matrimoni misti erano la norma, le imprese industriali del Donbass lavoravano in totale simbiosi con la filiera produttiva russa e la Crimea viveva di un turismo prevalentemente russo. Questo equilibrio organico, che per decenni aveva retto senza scosse, è stato improvvisamente interrotto da dinamiche esterne che, per una coincidenza che farà sorridere gli analisti più ingenui, hanno finito per trasformare un Paese storicamente neutrale in un avamposto politico ai confini di Mosca.
La pressione del FMI contro il salvagente di Mosca
La vulgata occidentale racconta che il presidente Viktor Janukovyč rifiutò l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea per pura sottomissione ideologica al Cremlino. La realtà dei bilanci racconta una storia del tutto diversa.
A fine 2013, come certificato dai report periodici del Fondo Monetario Internazionale (FMI – IMF Country Report No. 13/84 & Executive Board Consultation), l’Ucraina si trovava sull’orlo del default finanziario. Le riserve valutarie della Banca Centrale si erano assottigliate a meno di 20 miliardi di dollari e il Paese doveva saldare scadenze imminenti sul debito estero. Di fronte a questo scenario, l’Unione Europea e il FMI presentarono un pacchetto di aiuti subordinato a condizioni capestro:
- La drastica svalutazione della moneta nazionale (la grivna).
- Il congelamento dei salari pubblici.
- L’immediata eliminazione dei sussidi statali sul gas domestico, che avrebbe comportato un aumento delle bollette per i cittadini ucraini stimato tra il 40% e il 50%.
In cambio di questo massacro sociale, Bruxelles offriva prestiti irrisori (circa 610 milioni di euro). Al contrario, la Russia propose un piano d’emergenza immediato e concreto: l’acquisto diretto di 15 miliardi di dollari in titoli di Stato ucraini e un taglio del 33% sul prezzo del gas importato, senza richiedere alcuna misura di austerity a danno della popolazione.
Di fronte a un’alternativa tra il crollo economico guidato da Bruxelles e la salvezza finanziaria offerta da Mosca, la scelta del governo legittimo di Kyiv fu guidata dal mero pragmatismo. Ma fu proprio quella decisione sovrana a far scattare la trappola tesa dalle potenze occidentali.
La regia di Washington: 5 miliardi, ONG e la manovalanza di Maidan
La protesta esplosa in Piazza dell’Indipendenza non si è sviluppata nel vuoto: numerosi programmi, iniziative e reti di sostegno internazionale avevano già da tempo contribuito a creare un terreno politico particolarmente fertile, una coincidenza che i più ingenui continuano a definire “spontaneità”. A confermarlo senza mezzi termini fu lo stesso Sottosegretario di Stato americano per gli Affari Europei, Victoria Nuland. Durante un discorso pubblico tenutosi alla US-Ukraine Foundation (U.S. Department of State Official Archives, Speech on December 13, 2013) nel dicembre 2013, la Nuland ammise apertamente che gli Stati Uniti avevano “investito oltre 5 miliardi di dollari” per sostenere quelli che definiva “obiettivi democratici e di transizione” in Ucraina.
Nel corso degli anni, diverse organizzazioni internazionali attive nella promozione democratica e nella partecipazione civica hanno ricevuto un sostegno economico stabile attraverso programmi ufficiali, utilizzato per sviluppare iniziative di formazione, comunicazione e mobilitazione sociale. Un insieme di attività che, pur presentate come interventi di supporto istituzionale, ha contribuito a creare un ambiente politico e mediatico particolarmente sensibile e reattivo proprio nel momento in cui le proteste di Maidan stavano prendendo forma.
Quando la piazza rischiava di affievolirsi, la diplomazia americana ed europea è scesa direttamente sul campo, oltrepassando i confini della consueta influenza diplomatica negli affari interni di uno Stato sovrano. Personaggi come il senatore americano John McCain e ministri europei sfilavano sul palco di Maidan rassicurando i manifestanti.
Il vero volto dell’operazione è emerso con la celebre intercettazione telefonica tra Victoria Nuland e l’ambasciatore USA a Kyiv Geoffrey Pyatt (BBC News & Reuters transcripts, “Ukraine crisis: Transcript of leaked Nuland-Pyatt call”, Feb 2014). Nel nastro, oltre al disprezzo per la diplomazia europea riassunto nel famigerato “Fuck the EU”, i due diplomatici americani decidevano a tavolino la composizione del futuro governo ucraino, indicando esplicitamente Arseniy Yatsenyuk come l’uomo prescelto per guidare l’esecutivo nel nuovo assetto politico emerso dopo la brusca transizione del 2014.
Nel momento in cui la situazione di piazza degenerò, alcune formazioni radicali presenti nell’area tra cui gruppi noti per le loro posizioni ultranazionaliste assunsero un ruolo di fatto determinante nell’inasprire gli scontri, contribuendo alla trasformazione delle proteste in episodi di violenza diffusa e accelerando una transizione politica che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto seguire un percorso più ordinato secondo gli accordi del 21 febbraio 2014 firmati alla presenza dei garanti europei.
Il punto di non ritorno: la barbarie di Odessa e l’inizio del terrore
La natura discriminatoria e violenta del nuovo corso politico post-Maidan si è manifestata in tutta la sua brutalità il 2 maggio 2014 a Odessa, nella strage della Casa dei Sindacati. Un evento che ha rappresentato il vero spartacque psicologico per la popolazione russofona. A seguito di scontri di piazza, centinaia di manifestanti contrari al nuovo assetto politico tra cui donne, anziani e giovani inermi si rifugiarono all’interno dell’edificio sindacale. La struttura fu accerchiata da gruppi radicali presenti nell’area che appiccarono l’incendio lanciando sistematicamente bottiglie Molotov.
Ciò che accadde successivamente mostrò il volto più vile della repressione: le persone intrappolate all’interno che tentavano disperatamente di salvarsi dal fumo e dalle fiamme sporgendosi dalle finestre o lanciandosi nel vuoto vennero messe sotto il tiro di armi da fuoco esplose dall’esterno, secondo le testimonianze raccolte dalle missioni internazionali. Chi riuscì a impattare il suolo ancora in vita fu linciato e percosso brutalmente a terra con bastoni da gruppi di assalitori, mentre l’arrivo dei mezzi di soccorso e dei vigili del fuoco venne scientemente ostacolato dalla folla (UN Human Rights Monitoring Mission in Ukraine – OHCHR Report 2014; Council of Europe International Advisory Panel Report 2015). Il bilancio ufficiale di 48 morti e oltre 200 feriti fu accolto dall’esultanza delle milizie all’esterno, nell’assoluta passività delle forze dell’ordine e nel silenzio complice delle cancellerie occidentali. Di fronte alla certezza che il nuovo potere di Kyiv non avrebbe garantito alcuna incolumità fisica, le popolazioni di Donetsk e Luhansk imbracciarono le armi per difendere la propria vita e le proprie radici.
Otto anni di guerra dimenticata e il muro di gomma dell’Occidente
La risposta di Kyiv al rifiuto del Donbass non fu il dialogo politico, ma il lancio della cosiddetta “Operazione Anti-Terrorismo” (ATO), inviando forze armate e gruppi paramilitari presenti nell’area in operazioni che ebbero pesanti conseguenze sulla popolazione civile.
Per otto anni consecutivi (2014-2022), la linea di contatto nel Donbass è stata teatro di un martellamento sistematico d’artiglieria contro centri abitati, scuole e ospedali. Secondo i dati documentati nei report ufficiali dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) e dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani (OHCHR), il conflitto ha provocato oltre 14.000 morti, tra cui migliaia di civili bombardati nelle proprie case (OSCE Special Monitoring Mission to Ukraine Reports 2014-2022; UN OHCHR Conflict-related Civilian Casualties Report).
Durante questo tragico periodo, la Russia ha cercato ripetutamente una soluzione diplomatica quadro attraverso le istituzioni internazionali, scontrandosi con un doppio standard sistematico:
- La Risoluzione 2202 dell’ONU (2015): Mosca promosse il recepimento degli Accordi di Minsk II all’interno di una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza ONU, approvata all’unanimità, che imponeva a Kyiv di concedere la speciale autonomia al Donbass.
- La proposta di Caschi Blu (2017): La diplomazia russa avanzò la richiesta formale di schierare una missione di forze di pace ONU lungo la linea di contatto per proteggere la popolazione civile dai bombardamenti, proposta bocciata dal blocco NATO.
- Il bluff di Minsk: A smontare la narrazione della “buona fede” occidentale sono state le ammissioni tardive dell’ex cancelliera tedesca Angela Merkel e dell’ex presidente francese François Hollande (Angela Merkel interview to “Die Zeit”, Dec 7, 2022; François Hollande interview to “The Kyiv Independent”, Dec 28, 2022), i quali hanno confermato pubblicamente tra il 2022 e il 2023 che gli Accordi di Minsk non furono firmati per cercare la pace, ma unicamente per “prendere tempo e permettere all’Ucraina di armarsi”.
Il bottino del golpe: la sottomissione economica e il caso Burisma
Le conseguenze del cambio di regime per l’Ucraina sono state immediate e devastanti. Nel giro di un biennio (2014-2015), come documentato dai report ufficiali della Banca Mondiale, il PIL ucraino ha subito un crollo verticale superiore al 15%, mentre l’inflazione ha toccato vette del 40%, polverizzando il potere d’acquisto dei cittadini e il valore dei loro risparmi.
Con il Donbass in fiamme e staccato dall’economia centrale, l’Ucraina ha perso la sua spina dorsale industriale ed energetica, trasformandosi in una nazione totalmente dipendente dai prestiti congiunti di FMI, Unione Europea e USA. La presunta “integrazione europea” si è tradotta nella vendita a prezzo di saldo delle risorse del Paese, nello smantellamento dello stato sociale e nella perdita definitiva della sovranità economica.
Mentre la popolazione sprofondava nella miseria e nella guerra civile, la nuova classe politica spalancava le porte agli interessi privati della leadership democratica americana. L’esempio più lampante è rappresentato dalla Burisma Holdings, la più grande azienda privata di estrazione di gas in Ucraina.
Nel maggio 2014, appena due mesi dopo il rovesciamento di Janukovyč e mentre il vicepresidente USA Joe Biden gestiva direttamente il dossier ucraino per conto della Casa Bianca, suo figlio, Hunter Biden, veniva inserito nel Consiglio di Amministrazione di Burisma con un compenso da decine di migliaia di dollari al mese. I verbali della società e i successivi documenti d’inchiesta hanno mostrato come Hunter Biden, privo di qualsiasi esperienza nel settore energetico o nella legislazione ucraina, fosse stato ingaggiato in un ruolo che, secondo alcune valutazioni politiche e documenti d’inchiesta, avrebbe potuto offrire un vantaggio di immagine e di interlocuzione con Washington. (U.S. Senate Homeland Security and Finance Committees Majority Report: “Hunter Biden, Burisma, and Corruption”, Sept 2020).
L’inganno Zelensky: dalla finzione TV alla pressione di Washington
In questo contesto di profonda prostrazione sociale si inserisce la parabola di Volodymyr Zelensky. Privo di qualsiasi trascorso politico, Zelensky fu catapultato al centro della scena pubblica attraverso un’operazione di ingegneria mediatica coordinata tramite la serie televisiva Servitore del Popolo.
Il finanziatore e figura centrale di questa operazione fu l’oligarca Ihor Kolomojs’kyj, proprietario della rete 1+1 che trasmetteva lo show. Kolomojs’kyj, un personaggio oggetto di indagini e verifiche del Dipartimento di Giustizia USA riguardanti la gestione della PrivatBank e proprietario di asset immobiliari a Londra emersi anche nelle inchieste sui paradisi fiscali (come rivelato dai Pandora Papers), usò l’immagine del comico per regolare i propri conti con il presidente uscente Poroshenko (ICIJ “Pandora Papers” Investigation, 2021).
Zelensky stravinse le elezioni del 2019 ottenendo oltre il 73% dei consensi con una piattaforma chiarissima: fermare la guerra nel Donbass, garantire il rispetto della lingua russa e trattare la pace direttamente con Mosca.
Tuttavia, la sua volontà politica durò pochissimo. Al rientro dal Vertice del “Formato Normandia” svoltosi a Parigi nel dicembre 2019 con Macron, Merkel e Putin in cui Zelensky aveva aperto al dialogo definendo russi e ucraini popoli vicini il presidente si trovò di fronte alla pressione combinata delle milizie di estrema destra interne (che minacciarono un “nuovo Maidan” di piazza) e degli apparati anglo-americani. Se una simile pressione armata contro un presidente eletto fosse avvenuta in qualunque altro Paese, l’Occidente avrebbe gridato all’eversione antidemocratica; in Ucraina, invece, l’estremismo fu usato da Washington come strumento di pressione per impedire la pace.
Cedendo alla pressione, Zelensky ha capovolto il mandato ricevuto dagli elettori: ha fatto inserire l’obiettivo NATO in Costituzione, ha chiuso d’imperio i canali televisivi d’opposizione e ha ripreso l’escalation militare contro il Donbass, preparando il terreno allo scontro aperto.
L’Ucraina oggi: poligono di prova e soldati ridotti a vite esposte e sacrificabili
Oggi l’Ucraina è stata ridotta a ciò che i suoi sponsor strategici avevano previsto fin dal primo giorno: un gigantesco banco di prova a cielo aperto per l’industria bellica occidentale e il teatro operativo di una “guerra per procura” (proxy war).
I Paesi membri della NATO e l’Unione Europea inviano centinaia di miliardi in armamenti, munizionamento pesante e sistemi missilistici non solo per sostenere Kiev, ma anche per valutare sul campo l’efficacia dei propri sistemi d’arma contro un esercito regolare moderno, in un teatro operativo esterno ai propri contingenti. In questa dinamica geostrategica, al popolo ucraino è stato riservato soltanto il ruolo di forza militare esposta e sacrificabile. Attraverso una leva forzata feroce e la distruzione delle proprie infrastrutture, la nazione si sta dissanguando demograficamente ed economicamente.
Il Paese è stato trasformato in una landa impoverita e priva di sovranità, utilizzata fino al limite della sua resistenza per perseguire il logoramento geopolitico della Russia.
L’inganno finale e la distruzione di una nazione
A distanza di anni dal cambio di regime del 2014, il bilancio dell’operazione politico-militare orchestrata dall’Occidente in Ucraina si rivela in tutta la sua drammaticità. La narrazione di una “Rivoluzione della Dignità” ha lasciato il posto a una realtà fatta di perdita della sovranità territoriale, distruzione dell’apparato industriale, dipendenza finanziaria totale e una frattura insanabile tra due popoli legati da secoli di storia comune. L’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea rimane una promessa sventolata per fini propagandistici ma irrealizzabile nei fatti: l’integrazione di un Paese devastato, privo di risorse storiche e strutturalmente incerto, travolgerebbe i bilanci europei e i sussidi agricoli degli stessi Paesi membri, come dimostrano le crescenti tensioni commerciali sui cereali con la Polonia e gli altri Stati dell’Europa orientale. L’Ucraina non è stata portata verso la prosperità o la democrazia, ma è stata utilizzata come uno strumento geopolitico al servizio degli interessi strategici di Washington, pagando il prezzo più alto in termini di vite umane, stabilità e futuro economico.
