Il ddl antisemitismo che non introduce reati, pene o sanzioni è stato bollato come «liberticida». Poi, a pochi metri dalla Camera dei deputati, nella manifestazione, convocata il 9 settembre 2026 contro il provvedimento, sono comparsi i vessilli di Hamas, Hezbollah e del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Non simboli generici della causa palestinese. Hamas è l’organizzazione terroristica responsabile dell’assalto del 7 ottobre 2023, del massacro di civili in Israele e del sequestro degli ostaggi trascinati nella Striscia di Gaza. Hamas e il Fronte popolare figurano nella lista terroristica dell’Unione europea. Nello stesso elenco è inserito il braccio militare di Hezbollah, il movimento sciita libanese sostenuto dall’Iran. Mentre davanti a Montecitorio si gridava «Criticare Israele non è antisemitismo», un settore della piazza era già andato molto oltre qualsiasi critica al governo israeliano: esponeva le insegne del terrorismo. In un lato della piazza alcuni partecipanti hanno continuato a esporre bandiere di Hezbollah, Hamas e del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Quando un uomo ha cercato di strappare il vessillo di Hezbollah, altri manifestanti sono intervenuti per recuperarlo. Ne sono nate spinte e alcuni strattonamenti. Ma la bandiera è rimasta. Non tutta la piazza, quindi, si è riconosciuta in quei simboli. È una distinzione necessaria. Ma sarebbe altrettanto falso ridurre l’accaduto a una provocazione immediatamente isolata. Le bandiere erano più di una e sono rimaste visibili. E dalla manifestazione sono arrivati anche slogan di sostegno ad Hamas. La tensione è tornata alla fine del presidio. Alle 16 la maratona oratoria è stata chiusa per liberare la piazza nell’orario concordato con la Questura. Alcuni esponenti del Coordinamento per la solidarietà con il popolo palestinese, pare gli stessi che avevano sventolato la bandiera di Hezbollah, pretendevano di intervenire. Uno di loro si è impossessato del microfono, ha contestato +Europa, il Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra, ha attribuito l’origine del ddl al governo guidato da Giuseppe Conte e ha concluso: «Qui si parla di antisionismo, non di antisemitismo». È precisamente qui che crolla l’alibi della libertà di critica. Contestare Benjamin Netanyahu, le decisioni del suo governo o le operazioni militari israeliane è pienamente legittimo. Lo è anche opporsi al disegno di legge e chiederne la modifica. Esporre la bandiera di Hamas significa invece scegliere il simbolo dell’organizzazione che ha pianificato ed eseguito il massacro del 7 ottobre. Sventolare quella di Hezbollah significa richiamare un movimento armato il cui braccio militare è sottoposto alle misure antiterrorismo europee. Mostrare quella del Fronte popolare significa portare davanti al Parlamento il vessillo di un’altra organizzazione inclusa nell’elenco terroristico dell’Unione. Non è una critica a Netanyahu. È sostegno simbolico a chi pratica il terrorismo.
Il presidio era cominciato alle 13 in piazza Capranica. Circa mille persone si sono poi spostate fino a piazza Montecitorio dietro lo striscione «No al ddl antisemitismo». Un minuto di silenzio, cinque minuti di rumore, cartelli con le scritte «Stop al genocidio», «Difendiamo il diritto di critica sempre» e «Contro ogni forma di razzismo». Avevano aderito o partecipavano, tra gli altri, la Rete No Bavaglio, che riunisce giornalisti e addetti alla comunicazione, Amnesty International Italia, l’Associazione ricreativa e culturale italiana, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia e Bds Italia, articolazione del movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. Sul fronte politico erano presenti esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e +Europa, oltre ai Giovani Democratici.
La presenza di partiti e associazioni non consente di attribuire automaticamente a ciascuno la responsabilità dei vessilli. Riccardo Ricciardi, deputato del Movimento 5 Stelle, e Laura Boldrini, deputato del Partito Democratico, avevano lasciato la manifestazione prima del loro arrivo. La precisazione esclude accostamenti personali non dimostrati. Non cancella però il disastro politico di una mobilitazione costruita attorno alla denuncia di un presunto bavaglio e finita sotto i simboli di organizzazioni collocate dall’Unione europea nella propria architettura antiterrorismo.
Il disegno di legge, approvato dal Senato il 4 marzo e ora all’esame della Camera, adotta la definizione operativa di antisemitismo formulata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, insieme ai suoi undici indicatori. I critici temono che alcuni di quegli esempi possano restringere gli spazi della contestazione politica a Israele. Il testo ufficiale, però, stabilisce fin dall’articolo 1 che restano ferme «la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di riunione e di associazione». Non contiene norme penali. Non prevede sanzioni. Delinea una strategia nazionale fondata su monitoraggio, formazione nelle scuole e nelle università, contrasto all’odio in rete, preparazione delle Forze dell’ordine e campagne d’informazione.
Angelo Bonelli, deputato e co-portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra, sostiene che la legge rischi di diventare uno strumento contro chi contesta legittimamente Netanyahu e i ministri israeliani Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Riccardo Magi, deputato e segretario di +Europa, chiede garanzie più precise per evitare che amministrazioni, università o organismi disciplinari possano usare indicatori ambigui contro opinioni politiche. Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno presentato un emendamento per stabilire che «non è considerato antisemitismo l’espressione della libera critica alle azioni politiche del governo dello Stato di Israele». Al Senato era stata proposta anche la definizione della Dichiarazione di Gerusalemme, che circoscrive l’antisemitismo a discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei e le istituzioni ebraiche in quanto tali.
È un confronto parlamentare legittimo. Ma la piazza ha prodotto anche altro. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha accusato il ddl di confondere l’odio contro gli ebrei con il sionismo, le critiche a Israele e le denunce delle violazioni dei diritti umani. Maya Aissa, esponente della Comunità palestinese di Roma, è arrivata a sostenere che «il sionismo e il fascismo sono due facce della stessa medaglia». Poi sono apparse le bandiere di Hamas e Hezbollah. Il confine che si chiedeva alla legge di non oltrepassare è stato oltrepassato da una parte della manifestazione.
Le bandiere hanno intanto riaperto lo scontro nel Partito Democratico. Al Senato il gruppo si era astenuto, ma sei senatori riformisti avevano votato a favore. Alla Camera restano tre linee: il no dell’ala guidata da Boldrini, l’astensione indicata dalla segreteria e il sì dei riformisti, tra i quali Fassino, Lia Quartapelle e Lorenzo Guerini. Fonti parlamentari del centrosinistra hanno definito i vessilli comparsi al presidio «un boomerang».
Il voto sui circa sessanta emendamenti ammessi in commissione Affari costituzionali è slittato alla prossima settimana dopo che Giuseppina Castiello, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, ha lasciato i lavori per un impegno istituzionale. Il nuovo calendario sarà definito dall’Ufficio di presidenza e l’esame dovrebbe riprendere martedì. Paolo Emilio Russo, deputato di Forza Italia e relatore di maggioranza, assicura che il provvedimento arriverà regolarmente in Aula il 2 ottobre. Prima ancora del voto, però, i vessilli di Hamas, Hezbollah e Fronte popolare erano già comparsi davanti alla Camera.
