Ci sono temi che in Italia restano ancora tabù. Nomi che, a quasi un secolo di distanza, continuano a incutere paura, diffidenza o opportunismo. Parlare di Mussolini è uno di questi. Ma chi fa informazione non può scegliere la prudenza al posto della verità, né tacere per convenienza. La verità, soprattutto quando è scomoda, va cercata e raccontata. Abbiamo intervistato Caio Mussolini, pronipote del Duce, perché la storia non può essere raccontata a metà. Va ascoltata in tutte le sue voci, senza censure né pregiudizi. Non si tratta di nostalgia, di riabilitazione o di revisionismo: si tratta di giornalismo. In un tempo in cui porre domande può diventare un rischio se non coincidono con la narrazione dominante, interrogare la storia è un dovere. Anche – e soprattutto – quando dà fastidio.
Nel primo volume della collana, “Mussolini e il Fascismo. L’altra storia”, Lei propone una lettura che mette in discussione molti dogmi consolidati. Da dove nasce l’esigenza di scrivere questa “altra storia” e qual è l’obiettivo che si è posto con questa riproposizione?
“L’altra storia nasce da un’esigenza personale e familiare. A più di ottant’anni dall’uccisione del mio bisnonno, ritengo non sia più accettabile continuare a mistificare o a raccontare la storia in modo parziale. Di quella storia io ho avuto modo di ascoltare le voci dirette: i racconti dei miei nonni, di zia Edda e di altri parenti, ma anche le testimonianze di tante persone che avevano vissuto quel periodo in prima persona. Quelle parole, così diverse da ciò che trovavo sui libri di scuola o nella narrazione comune, mi spinsero sin da bambino a studiare la storia del Ventennio quasi per ‘difesa personale’. Nel tempo ho letto molti testi di storia seri, documentati, ma spesso complessi e di difficile lettura. Da qui è nata l’idea di realizzare una collana di saggi storici con un’ampia e solida bibliografia, quindi inattaccabili sul piano delle fonti, ma scritti in modo sintetico, chiaro e scorrevole, accessibili a un pubblico più vasto. I temi affrontati sono molti, perché quel periodo storico fu estremamente articolato: solo comprendendo la corretta concatenazione dei fatti è possibile restituirne una visione equilibrata e, finalmente, completa”.
Il tema è complesso. Cosa risponde a eventuali accuse di revisionismo storico?
“Oscar Wilde, già nel 1891, affermava che “l’unico dovere che abbiamo verso la storia è quello di riscriverla”. E Benedetto Croce, dal canto suo, ricordava che “ogni vera storia è storia contemporanea”. Chi oggi mi definisce “revisionista” o è in malafede, oppure ignora il significato stesso del termine. Io mi considero piuttosto – per usare un efficace neologismo coniato da Gianpaolo Pansa – un “completista”, ossia qualcuno che desidera vedere e raccontare la storia nella sua interezza. È quasi pleonastico sottolineare che la storia è, per natura, revisione continua: si arricchisce e si trasforma con la scoperta di nuovi documenti, con l’apertura degli archivi, con l’emergere di nuove testimonianze. Eppure, in Italia, il termine “revisionista” è stato spesso usato come un’accusa, specialmente da certa sinistra, per delegittimare studiosi che si limitavano a mettere in discussione le narrazioni ufficiali. Basti pensare a Renzo De Felice o allo stesso Gianpaolo Pansa, entrambi tacciati di revisionismo solo perché ebbero il coraggio di smentire le falsità imposte dalla vulgata dominante. Oggi, accusare qualcuno di essere “revisionista” è diventata l’ultima arma di chi ha perso la sinderesi per attaccare chi osa raccontare la storia in modo diverso da quello che piace loro. Del resto, senza il cosiddetto “revisionismo”, continueremmo ancora a credere che le 22.000 vittime polacche di Katyn fossero state uccise dai nazisti, quando invece dal 1990 – dopo il crollo dell’Unione Sovietica – sappiamo che i veri responsabili di quell’eccidio furono i sovietici”.
Nel secondo libro in uscita dal Titolo “L’Impero, gli Ebrei e la Guerra. L’altra storia“, affronta uno dei temi più delicati della storia italiana: la questione ebraica. Lei sostiene che il fascismo non nacque antisemita e che, fino al 1938, gli ebrei furono parte integrante dello Stato. Su quali elementi storici fonda questa interpretazione?
“Esiste una vastissima bibliografia sull’argomento, per lo più ignorata o volutamente taciuta al grande pubblico. Per analizzare i rapporti tra Mussolini, il fascismo e la comunità ebraica – rapporti complessi e articolati, con molteplici sfaccettature – ho scelto di partire dagli studi di Renzo De Felice e da diversi autori ebrei, tra cui Hannah Arendt, oltre che dagli archivi del Ministero degli Esteri e da numerose altre fonti che mi hanno permesso di comprendere più a fondo quel periodo storico. De Felice stesso affermava che Mussolini non fosse antisemita, e credo che il legame con Margherita Sarfatti – ebrea veneziana, sua amante, musa ispiratrice e figura di spicco della cultura fascista fino alla metà degli anni Trenta – ne costituisca una conferma evidente.Va ricordato, inoltre, che molti italiani di origine ebraica ricoprirono ruoli di primo piano durante il fascismo sin dagli anni iniziali del regime.Tra questi figurano i “martiri della rivoluzione fascista” Gino Bolaffi, Bruno Mondolfo e Duilio Sinigaglia. E in seguito Aldo Finzi, Sottosegretario agli Interni e membro del Gran Consiglio del Fascismo; Guido Jung, Ministro delle Finanze dal 1932 al 1935; Maurizio Rava, Vice Governatore della Libia e Generale della Milizia Fascista; Paolo Orano, Rettore dell’Università di Perugia; Giorgio Del Vecchio, Rettore dell’Università di Roma; Giuseppe Toeplitz, Direttore della Banca Commerciale Italiana; Dante Almansi, già Vice Capo della Polizia”.
Lei cita episodi come la Legge Falco del 1930, che definisce un atto a favore delle comunità israelitiche o la Scuola Marittima di Civitavecchia, dove giovani ebrei del Betar si formarono sotto il fascio littorio. Possiamo dire che, almeno in una prima fase, l’Italia di Mussolini ebbe un atteggiamento favorevole al sionismo?
“Certamente, e non soltanto nella prima fase del regime, ma – paradossalmente – anche durante la Repubblica Sociale Italiana. Mussolini ebbe, in più momenti, un atteggiamento filosionista, soprattutto in chiave anti-inglese. Dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano, infatti, la Palestina, anziché diventare uno Stato sovrano, era stata trasformata in protettorato britannico. L’Inghilterra, con il suo comportamento arrogante e le continue interferenze nel Mediterraneo, era considerata dal regime fascista il principale nemico dell’Italia: le sue azioni piratesche e le angherie politiche e commerciali arrecavano al nostro Paese danni economici e d’immagine rilevanti. Lo testimoniano chiaramente i rapporti redatti dal diplomatico Renato Pietromarchi, allora funzionario del Ministero degli Esteri. In questa prospettiva, Mussolini curò i contatti con Zeev Jabotinsky, leader del sionismo revisionista, sostenendone l’attività contro la cosiddetta “perfida Albione”. Alcuni allievi del movimento giovanile Betar, formatisi presso la scuola navale di Civitavecchia dal 1934, andarono poi a costituire il nucleo originario della futura Marina israeliana. Inoltre, nel dopoguerra, ex militari della Decima MAS contribuirono alla nascita del reparto incursori della Marina israeliana, segno di una continuità significativa, ma poco nota. Per quanto riguarda la Legge Falco, essa nacque con l’obiettivo di riordinare e uniformare giuridicamente le comunità ebraiche italiane, che fino ad allora erano regolate da norme di epoca pre-unitaria. La legge – dal titolo completo “Norme sulle Comunità israelitiche e sulla Unione delle Comunità medesime” – fu approvata con Regio Decreto n. 173 del 30 ottobre 1930. Prende il nome da Mario Falco, giurista di origini ebraiche e membro, insieme ad Angelo Sacerdoti e Dario Sereni, della commissione istituita dal Ministro Rocco. La riforma fu accolta con favore dalla quasi totalità della comunità ebraica italiana, e ricevette ampia eco sulla stampa dell’epoca. Sul giornale Israel, il presidente Dario Sereni e il rabbino capo Angelo Sacerdoti scrivevano: “La nuova legge, che io non esito a definire la migliore tra quelle recentemente emanate in altri Stati, procurerà un rifiorire degli istituti ebraici in Italia”. In segno di riconoscenza, le comunità ebraiche emisero anche una medaglia commemorativa, oggi assai rara, dedicata al governo fascista. Un’altra realtà poco conosciuta è la DELASEM (Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei), istituita nel 1939 per iniziativa dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane e presieduta da Dante Almansi. Con il pieno supporto del governo fascista, la Delasem si occupava di assistere gli ebrei italiani e stranieri in fuga dalle persecuzioni naziste in Europa. L’ufficio di Trieste curava l’emigrazione verso Eretz Israel, la Palestina britannica, o verso le Americhe; proprio per questo ruolo, la città fu chiamata allora Shaar Zion, la “Porta di Sion”, denominazione ricordata ancora oggi da una targa commemorativa. Infine, pochi sanno che nel 1938 il governo fascista stava valutando un piano per la creazione di una patria per gli ebrei perseguitati, da localizzare in Africa Orientale Italiana, nella regione dei Borana, presso Aresò, in Etiopia meridionale. L’idea naufragò per il disinteresse di inglesi e americani – nonostante Mussolini avesse scritto personalmente a Roosevelt l’11 gennaio 1939 per spingere il progetto – e per la contrarietà dei gruppi sionisti, che insistevano per stabilirsi esclusivamente in Palestina, considerata la loro Terra Promessa. E addirittura in piena guerra, nel verbale della riunione del Consiglio dei Ministri della R.S.I. del 16 dicembre 1943 – custodito presso l’Archivio Centrale dello Stato – dove si discute dell’Assemblea Costituente, il cui scopo era quello di discutere, redigere e predisporre la nuova Costituzione Repubblicana, partendo dal progetto preparato – su incarico del Governo – dal Ministro dell’Educazione Nazionale, Carlo Alberto Biggini, nelle note in calce al Verbale, viene riportato il progetto dal titolo “Alcune idee sul futuro assetto politico e sociale del popolo italiano” dove si legge: «Art. 14°) – Il popolo Italiano ritiene ogni questione di razza abolita e per quanto riguarda I semiti sosterrà nel campo internazionale, la opportunità di una sistemazione definitiva con la creazione dello stato ebraico. Con le guerre di conquista, con le invasioni, con le dominazioni più o meno lunghe a cui sono stati soggetti tutti i popoli nella storia si sono prodotte delle mescolanze che oggi una discriminazione non sarebbe più possibile per definire una omogeneità di razza. D’altra parte non è azzardato dire che la razza umana, benché abbia diversi aspetti di colore e di forma, diverse abitudini e costumi a seconda delle latitudini e della loro ubicazione, è una sola. Infatti si può constatare che tutti tendono progressivamente a modificarsi in tutti i campi verso un fine di miglioramento comune, ragione per cui il popolo italiano ritiene superflua ogni questione di razza». E subito dopo si legge: «Quanto ai semiti nessuno ignora la grandissima importanza che ha avuto in antico il piccolo popolo ebraico e quale sia stato il suo contributo alla nostra civiltà mediterranea. Dopo la conquista romana della Giudea il piccolo stato andò in frantumi ed essi si sparsero in tutto il mondo che si crede oggi raggiungano la cifra di 14 milioni. Da allora in poi alternate sono state in tutti i secoli le persecuzioni di ogni specie subite, e perciò si considera come necessario ridare ad essi la possibilità della creazione del loro Stato con le loro rappresentanze diplomatiche in tutti i paesi, così verrebbe a formarsi anche per loro una patria, un punto d’appoggio indispensabile alla loro esistenza». Converrete che sia sorprendente che in un momento così difficile della storia italiana – ricordiamo che era la fine del 1943, in piena guerra contro gli Alleati e sotto gli attentati partigiani – il Governo fascista della R.S.I. abbia comunque voluto trattare il tema del futuro sostegno alla creazione di uno stato ebraico e auspicare una soluzione alla questione della razza, arrivando a definirla «superflua», ed elogiando il «piccolo popolo ebraico e la grandissima importanza e il suo contributo alla civiltà mediterranea». Di tutti questi argomenti ne scrivo compiutamente nel mio libro”.
La svolta del 1938 segna un punto di rottura. Lei sostiene che le leggi razziali furono imposte più dalla situazione internazionale e pressioni tedesca che da un antisemitismo interno. Allora, quale fu la reale responsabilità dell’Italia in quella decisione?
“Le leggi razziali rappresentarono il più grave errore politico di Mussolini e del fascismo. Detto questo, il mutamento di atteggiamento del Duce verso il sionismo internazionale – da non confondere con gli italiani di religione ebraica – va collocato nel contesto successivo alla guerra d’Etiopia del 1935 e alla guerra civile spagnola. Dopo l’impresa africana, l’Italia subì le “ingiuste” sanzioni economiche imposte dalla Società delle Nazioni. In quella fase, Mussolini aveva cercato l’appoggio dei rappresentanti del sionismo internazionale per ottenere sostegno diplomatico e attenuare le pressioni contro l’Italia. Tuttavia, gran parte di quel movimento si schierò a favore dell’Inghilterra e della Francia e contro l’Italia fascista. Da questo episodio nacque il cambiamento di linea del regime nei confronti del sionismo. È però importante sottolineare che tale cambio di atteggiamento non riguardava gli ebrei italiani, né quelli di altri Paesi che non avevano preso posizione contro l’Italia. Le discriminazioni introdotte dalle leggi razziali – ingiuste e moralmente inaccettabili – furono in Italia applicate in modo relativamente blando rispetto ad altri contesti europei. La maggior parte degli italiani, infatti, non condivideva né approvava quelle misure, percepite come un’imposizione politica più che come una convinzione ideologica. È utile ricordare che la cosiddetta “questione razziale” non fu un fenomeno esclusivamente italiano, ma diffuso in tutto il mondo occidentale. Negli Stati Uniti, ad esempio, la segregazione razziale terminò solo nel 1964, con l’approvazione del Civil Rights Act. In Italia, invece, il razzismo “biologico” emerse soltanto dopo la proclamazione dell’Impero, e lo stesso Manifesto della Razza del 1938, menzionava gli ebrei in un solo articolo su dieci, il nono, a dimostrazione di come l’impianto iniziale fosse più coloniale che antisemitico”.
Nel libro scrive che “discriminare non significa perseguitare”, una frase che può spiazzare. In che senso va interpretata e quale differenza intende tracciare tra il razzismo fascista e quello nazista?
“È corretto affermare – come sostiene De Felice – che le leggi razziali del 1938 discriminavano, ma non perseguitavano: fino al colpo di stato del 25 luglio 1943, giorno della caduta di Mussolini, e al successivo tradimento dell’8 settembre – con la dissoluzione dello Stato – nessun ebreo in Italia fu privato della libertà personale o deportato. Invero, già durante la Seconda guerra mondiale, uno dei punti di maggiore attrito tra il governo italiano e quello tedesco riguardava la “questione ebraica”. Lo storico ebreo Léon Poliakov, nel volume ‘Il nazismo e lo sterminio degli ebrei’ (pp. 219-220), descrive l’atteggiamento del regime fascista come uno “scudo protettore” a favore degli ebrei – non solo italiani, ma anche stranieri -, un atteggiamento che si manifestò in Italia, in Croazia, in Grecia, nell’Egeo e in Tunisia, ovunque giungessero le truppe italiane. Anche lo studioso israelita Menachem Shelah, nel libro ‘Un debito di gratitudine (verso l’Italia)’, sottolinea il forte contrasto e il conflitto aperto tra la politica italiana e quella tedesca nei confronti degli ebrei. Perfino uno storico dichiaratamente antifascista come Mario Avagliano riconosce che “in Francia, Jugoslavia e Grecia i comandi italiani intervenivano spesso a difesa degli ebrei, sottraendone molti ai tedeschi e salvandoli dalla persecuzione e dalla deportazione”. Anche Hannah Arendt, nel suo celebre saggio ‘La banalità del male’ (pp. 182-187), evidenzia la diversità dell’atteggiamento italiano. Scrive infatti: “Il sabotaggio italiano della soluzione finale aveva assunto proporzioni serie, soprattutto perché Mussolini esercitava una certa influenza su altri governi fascisti — quello di Pétain in Francia, di Horthy in Ungheria, di Antonescu in Romania e anche di Franco in Spagna. Finché l’Italia continuava a non massacrare i propri ebrei, anche gli altri Stati satelliti della Germania potevano cercare di fare altrettanto”. Purtroppo, durante la Repubblica Sociale Italiana, la situazione cambiò radicalmente: il governo di Mussolini si trovava ormai in posizione di inferiorità militare rispetto ai tedeschi, e dopo l’8 settembre 1943 ebbe inizio la vera tragedia per molti ebrei in Italia, con le deportazioni nei campi di sterminio da parte dei nazisti”.
Il filo conduttore della collana sembra essere la ricerca di una verità storica condivisa, oltre i pregiudizi e le narrazioni ideologiche. Secondo Lei, oggi l’Italia è pronta ad affrontare la propria storia senza preconcetti né revisionismi strumentali?
“Purtroppo, il percorso verso una riflessione davvero condivisa su quel periodo storico resta ancora oggi molto difficile. Ne parlo già nell’introduzione del mio primo libro, dove ribadisco che lo scopo di questa collana dedicata all’“Altra Storia” è proprio quello di offrire una visione più completa e meno faziosa di un’epoca complessa, superando le semplificazioni e le distorsioni diffuse dalla vulgata dominante negli ultimi ottant’anni, per trovare finalmente una visione condivisa di quel periodo. Solo così potremo lasciarci davvero alle spalle il passato e concentrarci sui tanti problemi che affliggono il nostro presente. Io ci sto provando, anche se devo ammettere che non è affatto semplice. Mi permetta di fare due esempi concreti. Il primo riguarda la prefazione del mio libro: ho cercato in ogni modo una figura di spicco di sinistra, con l’onestà intellettuale e il coraggio sufficiente per mettere in discussione la narrazione tradizionale — qualcuno che potremmo definire un “Pansa del 2025” – ma purtroppo, non sono riuscito a trovare nessuno disposto ad accettare. Il secondo esempio riguarda invece un episodio più recente: un’intervista rilasciata a una giornalista per il Canale 14 israeliano, registrata a Firenze alla fine di aprile di quest’anno. È durata oltre un’ora, durante la quale ho affrontato temi delicati e complessi, come i rapporti tra il fascismo e gli ebrei. Ebbene, a oggi — più di sei mesi dopo — quella intervista non è ancora andata in onda. Mi dicono per difficoltà nella traduzione…”.
Come interpreta le campagne antifasciste di oggi. Esiste davvero un ‘pericolo di ritorno al fascismo’?
“Non esiste nessun pericolo di ritorno al fascismo, inteso come fascismo storico del ventennio, in Italia. Oggi l’antifascismo in assenza di fascismo è l’unico collante che resta al variopinto mondo della sinistra in un momento dove hanno perso il contatto con il popolo, con la classe lavoratrice, gli operai. Gli togli lo spauracchio dell’antifascismo e non hanno più nulla. Ma questa puerile e ridicola mistificazione è arrivata al capolinea e le persone di senno non ci cascano più”.
