Bin Salman e USA: una visita importante.
Su Donald Trump la si può pensare in molti modi ma è innegabile che dal suo attivismo stiano arrivando progetti e ipotetiche svolte per il futuro in scacchieri complessi come quello del Medio Oriente.
La visita del Principe saudita Mohammed Bin Sulman è l’ultimo tassello in ordine di tempo, assieme alle spole continue dei suoi inviati Witkoff e Kushner nell’area, indirizzato alla ricerca di una quadratura del cerchio che abbia come punto di approdo il ritorno al tavolo degli Accordi di Abramo di Israele e Arabia Saudita.
Un tavolo indispensabile a soffocare le velleità di Iran e Turchia, la prima distruttiva verso lo Stato Ebraico, la seconda di egemonizzante dell’intero quadrante mediorientale, in una sorta di ritorno ai fasti dell’Impero Ottomano.
Il viaggio alla Casa Bianca del Principe saudita, accolto con grandi onori dal presidente americano, con tanto di stormo di F35 in volo sulle teste del regnante e del Tycoon non avveniva dal 2018 e Biden non fu così cerimonioso con Bin Salman.
Indubbiamente sul piano dei diritti umani il regno saudita deve ancora risolvere molte contraddizioni e le proteste della vedova del reporter Jamal Kashoggi, assassinato e fatto a pezzi nell’ambasciata saudita di Istanbul, sono la cartina tornasole di un potere che utilizza la brutalità come arma di controllo e questo aspetto non si può certo derubricare.
Del resto lo stesso emirato del Qatar, in consolidata competizione con la corona saudita per il primato economico e finanziario, rappresenta un esempio di come i governi mondiali siano miopi e distratti sul tema dei diritti e seguitino ad incrementare il volume di affari con i potentati del Golfo.
Un esempio per tutti i mondiali di calcio FIFA svoltisi in Qatar nel 2022, macchiati dal sangue degli operai stranieri morti sul lavoro a centinaia, in barba al rispetto di ogni diritto e tutela di sicurezza sul lavoro e quelli assegnati all’Arabia Saudita per il 2034, che il regno accoglie con lo slogan “Growing Toghether”, crescere assieme.
Ci si augura che la crescita saudita avvenga sul tema del rispetto di principi democratici, di uguaglianza dei cittadini, delle libertà di pensiero e di fede, tematiche sulle quali la famiglia regnante Bin Salman dovrà lavorare ancora molto per arrivare ad adottare principi moderni e libertari.
Non è un caso che tanto il Qatar quanto l’Arabia Saudita stiano investendo forte sullo sport di alto livello per “ripulire” l’immagine dei due paesi sul piano reputazionale e in queste ore è presente alla Casa Bianca, con il Principe saudita, anche la stella calcistica portoghese Cristiano Ronaldo, ingaggiato dal regno a suon di petrodollari come altri top player del football internazionale.
Donald Trump intanto, per imbonire il Principe, oltre che proporre affari promette la vendita di F35 al regno.
Israele chiede comprensibilmente che la ratifica dell’acquisto degli aerei avvenga contemporaneamente alla firma degli Accordi di Abramo.
Una firma che andrebbe a consolidare il cammino che il sovrano sta comunque compiendo sul piano dei diritti umani con il riconoscimento di libertà individuali alle donne, le prime timide aperture verso le altre confessioni religiose, almeno nello sviluppo del turismo, l’informatizzazione e l’alfabetizzazione del paese.
Un cammino lento ma necessario. Mille i miliardi di dollari investiti dal fondo sovrano saudita negli USA.
Questo elemento ovviamente lo rende un “amicone” dell’amministrazione americana con accordi che vanno dal nucleare a usi civili all’intelligenza artificiale fino alla Difesa appunto con le forniture di aerei e carri armati statunitensi a Riyad.
Intanto, Bin Salman ed Erdogan gareggiano per il controllo della nuova Siria di Al Jolani e entrambi lo certificano a Donald Trump ed è parte del loro grande match per l’egemonia del mondo islamico.Nel mentre il regime iraniano, nell’ombra e silente si riarma e va avanti nelle sue mire aggressive di potenza nucleare.
Israele resta a guardare, spettatore estremamente interessato e consapevole, come era prima della tragedia delle stragi del 7 ottobre, che la strada impervia ma necessaria degli Accordi abramitici debba essere perseguita e che ogni sforzo vada fatto per arrivare ad un obiettivo che risolva, finalmente, anche le questioni dell’area, comprese quelle con i dirimpettai palestinesi.Ma il capitolo Iran rimane aperto e da risolvere, prima o poi.
