Dalla raccolta informativa alla manipolazione della percezione: il nuovo fronte della guerra cognitiva
Abstract
La vicenda della raccolta di informazioni sui turisti israeliani presenti in Italia pone interrogativi che superano la dimensione della cronaca e investono il più ampio tema della sicurezza nazionale e della resilienza democratica. L’analisi proposta prende in esame la possibilità che iniziative apparentemente circoscritte possano, in determinati contesti, produrre effetti più ampi sul piano della percezione collettiva, della polarizzazione sociale e della fiducia nelle istituzioni.
Attraverso la lente della guerra cognitiva e delle operazioni ibride, l’articolo analizza il ruolo della raccolta informativa, dell’amplificazione mediatica e della risposta istituzionale quali elementi capaci di incidere sul comportamento di una società. La prospettiva proposta non intende anticipare valutazioni investigative né attribuire responsabilità, ma interrogarsi sugli effetti strategici che fenomeni di questo tipo potrebbero generare all’interno di una democrazia.
In tale prospettiva, la dinamica esaminata non riguarda esclusivamente l’Italia: mutatis mutandis, fenomeni analoghi potrebbero interessare altri Paesi europei, incidendo sulla coesione interna dell’Unione Europea e, più in generale, sulla resilienza dello spazio euro-atlantico. La capacità di preservare fiducia nelle istituzioni, coesione sociale e stabilità democratica diventa quindi parte integrante della sicurezza collettiva europea e dell’Alleanza Atlantica.
Dalla cronaca alla strategia
Alcuni recenti articoli di Francesca Musacchio su Il Tempo hanno portato, ma meglio farei a dire che hanno cercato di portare all’attenzione dell’opinione pubblica una vicenda che avrebbe meritato di essere presa con ben altra attenzione di quella che pare esserle stata dedicata, se si esclude –per quanto a noi ufficialmente reso noto dalla medesima giornalista– l’allarme lanciato dall’ex PM Antiterrorismo Antonio Rinaudo, magistrato attivo a Torino dal 1977 al 2018.
Al centro della questione vi è la diffusione di un sistema di segnalazione finalizzato a raccogliere informazioni relative alla presenza di turisti israeliani in Italia, alle strutture che li ospitano e ai luoghi da loro frequentati.
Una vicenda che, al di là delle valutazioni giudiziarie che spetteranno agli organi competenti quando e se si decideranno a prendere in esame la cosa, pone interrogativi che non possono essere relegati alla sola dimensione della cronaca.
Il tema, infatti, riguarda la sicurezza, la prevenzione di possibili fenomeni di intimidazione e la capacità delle istituzioni di individuare tempestivamente segnali che possano preludere a forme più gravi di minaccia che tutto lascia intendere non tarderanno a tradursi in azione.
La riflessione proposta da Francesca Musacchio richiama un punto fondamentale: fenomeni di questo tipo non possono essere liquidati come semplici provocazioni o come manifestazioni isolate di estremismo.
Ed infatti la creazione di strumenti di raccolta di informazioni su cittadini identificati sulla base della loro nazionalità o della loro appartenenza percepita a una determinata comunità rappresenta un elemento che, dati i tempi, in una società democratica, dovrebbe essere osservato con estrema attenzione.
Nello specifico, come ha ben evidenziato la Musacchio, a fare la differenza sarebbe la funzione che quei dati potrebbero assumere una volta “organizzati, classificati e messi a disposizione di chi intende colpire persone, strutture e attività economiche sulla base dei loro rapporti con cittadini israeliani”: una valutazione che condivido anche con quanto dichiarato dall’attento dott. Rinaudo che a tale proposito ha commentato il tutto con le seguenti parole:
“L’obiettivo è coordinare tutta una serie di iniziative sul turismo legato a Israele. Poi si vuole colpire quelle aziende in base alla nazionalità dei clienti. E qui che sta il rilievo della sicurezza nazionale perché si può arrivare a incitare ad attentati”.
Parole che purtroppo lasciano intendere che pochi a livello istituzionale paiono essersi resi conto del fatto che questa vicenda dovrebbe essere osservata da ben altra prospettiva e non soltanto chiedendosi chi abbia promosso un’iniziativa di questo tipo e quale uso immediato possa essere fatto delle informazioni raccolte ponendosi il seguente quesito:
Quali effetti potrebbe produrre una simile operazione se fosse inserita all’interno di una strategia più ampia di destabilizzazione, e non configurarsi come un qualcosa meramente volto a promuovere azioni discriminatorie verso questa o quella struttura alberghiera, ovvero verso coloro che ospitano cittadini israeliani, vendono loro immobili, o intrattengono rapporti commerciali?
Quella che segue non è, né potrebbe essere, una ricostruzione di fatti accertati. Non pretende di attribuire responsabilità a soggetti determinati né di sostituirsi alle valutazioni che competono agli organi investigativi.
Vuole essere, piuttosto, una riflessione di carattere strategico, fondata su una domanda che ritengo meriti di essere posta.
E se la schedatura dei turisti israeliani non fosse il vero obiettivo dell’operazione, ma soltanto il punto di partenza?
E se la raccolta di quei dati fosse funzionale a una strategia più ampia, volta non soltanto a discriminare cittadini israeliani o le attività economiche che con essi intrattengono rapporti, ma a produrre effetti molto più profondi sul tessuto sociale e istituzionale del Paese?
Per affrontare questa ipotesi occorre provare a osservare la vicenda da una prospettiva diversa: quella di chi pianifica operazioni di influenza, guerra cognitiva o destabilizzazione. In questa logica, il bersaglio reale raramente coincide con quello apparente –o quanto meno non si limita a quello– e l’azione iniziale rappresenta spesso soltanto il primo tassello di una strategia destinata a svilupparsi nel tempo, attraverso la progressiva manipolazione delle percezioni, dei comportamenti e della fiducia collettiva
Guerra cognitiva e operazioni ibride: il nuovo terreno dello scontro
Negli ultimi anni, negli studi strategici occidentali, si è affermata –purtroppo con eccessivo ritardo– una consapevolezza destinata a modificare profondamente il modo di concepire la sicurezza nazionale visto che le guerre contemporanee –non mi stancherò mai di sottolinearlo– non si combattono soltanto attraverso eserciti, armi e attacchi convenzionali.
Sempre più spesso vengono combattute intervenendo sulla percezione della realtà, sulla fiducia nelle istituzioni e sulla capacità di una società di mantenersi coesa davanti alle crisi per mezzo della promozione con ogni mezzo possibile della sua polarizzazione.
È ciò che viene definito guerra cognitiva.
In questa prospettiva il bersaglio principale non è necessariamente costituito dalle infrastrutture o dalle persone essendo rappresentato dai processi attraverso i quali cittadini, istituzioni e opinione pubblica interpretano gli eventi e assumono decisioni.
Parallelamente si sono sviluppate le cosiddette operazioni ibride, nelle quali strumenti diversi vengono combinati tra loro: propaganda, disinformazione, pressione economica, attività cibernetiche, operazioni psicologiche e, nei casi più estremi, terrorismo.
L’obiettivo non è sempre quello di ottenere una vittoria militare di tipo tradizionale.
Molto spesso è quello di modificare il comportamento di una società inducendola ad agire sulla base della paura, della sfiducia o della percezione di vulnerabilità cosicché quando cittadini e istituzioni iniziano a modificare spontaneamente le proprie scelte per effetto del timore, una parte dell’obiettivo strategico è già stata raggiunta perché è quello il momento in cui prende il via il lento processo di implosione della stessa.
È proprio partendo da questa premessa che la vicenda della schedatura dei turisti israeliani può essere osservata sotto una luce diversa. Ed in questo senso la domanda da porsi potrebbe non essere soltanto “Chi raccoglie quei dati?”, ma “Quali effetti produce, o può produrre, l’esistenza stessa di quella schedatura, soprattutto se adeguatamente amplificata sul piano mediatico?”
La schedatura dei turisti israeliani: e se il vero obiettivo fosse un altro?
La schedatura, infatti, potrebbe rappresentare soltanto il primo tassello di un processo più ampio visto che una raccolta di informazioni, da sola, avrebbe un’efficacia limitata.
La sua forza aumenterebbe enormemente se accompagnata da una forte esposizione pubblica, se diventasse cioè oggetto di discussione collettiva e di crescente attenzione mediatica.
Il primo obiettivo, in questa prospettiva, potrebbe non consistere della mera raccolta dei dati, ma –per quanto assurda possa apparire la cosa– che la raccolta stessa a partire da un certo momento in poi diventi un elemento centrale del dibattito pubblico in quanto in questa fase ciò che maggiormente conta non è la mole dei dati raccolti, ma il dubbio che tra quei dati vi possano essere anche i propri, quelli dei propri cari ed amici a causa della delazione di un insospettabile conoscente, di un vicino sornione, di un collega di lavoro problematico, di un figlio di diverso sentire politico…
Il secondo passaggio consisterebbe nel determinare la cornice interpretativa attraverso cui il fenomeno viene percepito.
Presentare la vicenda come una minaccia rivolta esclusivamente ai cittadini israeliani rischierebbe infatti di far perdere di vista un elemento fondamentale: gli effetti indiretti che una simile dinamica potrebbe produrre sulla società, nello specifico italiana, nel suo complesso.
Ed è proprio qui che emerge il livello più delicato dell’analisi.
Ogni operazione di questo tipo produce effetti prima ancora di un eventuale atto violento in quanto stimola percezioni, modifica comportamenti, ed influenza le valutazioni di rischio compiute da cittadini, imprese e istituzioni.
Albergatori, ristoratori, commercianti, imprenditori e organizzatori di eventi potrebbero iniziare a interrogarsi sul livello di esposizione derivante dall’accogliere cittadini israeliani o dall’avere rapporti con realtà percepite come vicine alla comunità ebraica.
Non sarebbe necessario imporre divieti.
Non sarebbe necessario impartire ordini.
Potrebbe essere sufficiente alimentare un clima nel quale il dubbio diventi un elemento permanente nelle decisioni quotidiane.
La paura, infatti, rappresenta uno degli strumenti più efficaci nelle strategie di influenza: modifica i comportamenti prima ancora che intervengano i fatti.
Fatti che a tempo debito daranno la stura ad una reazione generalizzata difficilmente fronteggiabile razionalmente da parte di chi sino a quel momento ha ben poco meditato su quanto stava accadendo attorno a tutti noi nella pressoché totale indifferenza istituzionale.
Il ruolo delle istituzioni e la dimensione informativa della risposta dello Stato
In questo quadro assume particolare rilievo un aspetto dell’intervento del dott. Rinaudo che, a mio avviso, merita un’ulteriore riflessione. Mi riferisco all’invito da lui rivolto alle Procure della Repubblica affinché episodi di questo tipo siano oggetto della massima attenzione investigativa.
Si tratta di un invito del tutto legittimo, pienamente comprensibile e coerente con l’esigenza di prevenire possibili sviluppi criminali del fenomeno. Tuttavia, se lo si osserva attraverso la lente della guerra cognitiva e delle operazioni ibride, emerge un ulteriore livello di analisi che, almeno sul piano metodologico, merita di essere considerato. Ogni risposta istituzionale, infatti, soprattutto quando viene accompagnata da una comunicazione pubblica, produce inevitabilmente informazioni che possono essere osservate e analizzate da chiunque monitori il funzionamento del sistema-Paese.
Nella logica del confronto asimmetrico non vengono osservati soltanto gli obiettivi potenziali, ma anche le modalità di reazione dell’apparato statale, i tempi di risposta delle istituzioni, il grado di coordinamento tra gli uffici e perfino le eventuali differenze territoriali nell’attivazione degli strumenti investigativi. Si tratta di elementi che, almeno in linea teorica, potrebbero consentire a un osservatore ostile di individuare le aree nelle quali la percezione del rischio appare meno elevata o nelle quali la capacità di risposta istituzionale risulta meno immediata.
È proprio questo il motivo per cui, in uno scenario di guerra cognitiva, anche il modo in cui lo Stato comunica la propria reazione assume un rilievo strategico. Una risposta uniforme, tempestiva e coordinata trasmette inevitabilmente un’immagine di coesione e resilienza; eventuali disomogeneità, al contrario, potrebbero essere interpretate come indicatori di vulnerabilità. Non perché lo siano necessariamente, ma perché tali potrebbero apparire agli occhi di chi è interessato a individuare possibili punti di debolezza.
Da questa prospettiva, sarebbe stato forse opportuno interrogarsi anche sulle modalità comunicative della risposta istituzionale. Non certo perché l’attività investigativa dovesse essere evitata — essa rappresenta uno strumento essenziale di prevenzione e tutela — bensì perché, qualora si ipotizzi anche solo in via teorica che un’iniziativa di questo tipo possa inserirsi in una più ampia strategia di destabilizzazione, ogni comunicazione pubblica finisce inevitabilmente per produrre effetti che vanno ben oltre il suo contenuto immediato.
Nelle moderne strategie di influenza, infatti, anche la risposta dello Stato entra a far parte dello spazio informativo osservato da chi ricerca vulnerabilità. Sotto questo profilo, l’invito rivolto pubblicamente alle Procure assume una duplice valenza: da un lato rafforza l’azione di prevenzione e tutela; dall’altro contribuisce inevitabilmente ad accrescere la percezione pubblica della rilevanza del fenomeno, prima ancora che ne sia stata pienamente accertata la consistenza. Anche questo costituisce un elemento che, nella logica della guerra cognitiva, non dovrebbe essere sottovalutato.
È proprio in questo senso che un’iniziativa inizialmente riconducibile all’azione di un numero ristretto di soggetti potrebbe, anche attraverso un’involontaria amplificazione mediatica e istituzionale, acquisire una dimensione nazionale. Ed è questa una delle caratteristiche più insidiose delle moderne operazioni di influenza: il valore strategico di un’azione non dipende soltanto dalla sua reale consistenza, ma soprattutto dalla capacità di amplificarne gli effetti nella percezione collettiva.
Quando potrebbe diventare maturo il momento di un’escalation?
Se questa chiave di lettura avesse un fondamento, la domanda successiva sarebbe inevitabile: quando potrebbe diventare più favorevole il momento per un eventuale salto di qualità?
Naturalmente nessuno può prevedere con certezza tempi, modalità o circostanze di un possibile attacco. Tuttavia, ragionando esclusivamente in termini strategici, il momento di maggiore efficacia per un’azione violenta non coinciderebbe necessariamente con quello di massima attenzione sul fenomeno. Nella logica di chi intendesse massimizzarne l’impatto psicologico, potrebbe risultare più favorevole una fase nella quale una tensione già presente fosse stata progressivamente alimentata fino a raggiungere un elevato livello emotivo.
In questa prospettiva, un picco mediatico legato al conflitto mediorientale, una nuova fase di forte polarizzazione politica o un momento di particolare esposizione del tema israeliano potrebbero rappresentare, in astratto, un contesto nel quale un’eventuale azione violenta produrrebbe effetti psicologici e sociali ben superiori rispetto alle sue sole conseguenze materiali.
Perché, in una strategia di destabilizzazione, il vero obiettivo non sarebbe soltanto provocare vittime. Sarebbe soprattutto modificare il comportamento collettivo. Un attentato contro cittadini israeliani potrebbe infatti produrre conseguenze che andrebbero ben oltre le persone direttamente colpite. Se esclusa, poiché le organizzazioni terroristiche hanno storicamente spesso mirato anche a colpire indiscriminatamente civili per massimizzare l’impatto psicologico delle proprie azioni – il messaggio percepito potrebbe diventare molto più ampio: non più il rischio circoscritto a una determinata comunità, ma la sensazione che chiunque possa essere esposto al pericolo facendone in qualche modo ricadere la colpa sulla comunità ebraica non identificata ovviamente come tale, ma bollata con la più attualmente politically correct –si fa per dire– accusa di filo-sionismo.
Ed in questo senso storicamente gli esempi non mancano.
È proprio in questo passaggio che la paura rischierebbe di trasformarsi in un potente fattore di condizionamento sociale. Alcuni potrebbero iniziare a considerare come elemento di rischio non soltanto chi commette un reato, ma anche chi intrattiene rapporti con Israele o con la comunità ebraica. Potrebbe così prendere forma una distinzione artificiale tra “noi” e “loro”, alimentata non tanto dall’odio quanto dall’istinto di autoprotezione. Ed è proprio questo il terreno sul quale, storicamente, hanno trovato alimento discriminazioni, esclusioni e persecuzioni.
Il rischio della doppia polarizzazione
Vi è, tuttavia, un ulteriore effetto che una simile dinamica potrebbe produrre.
Un clima diffuso di paura potrebbe infatti alimentare una reazione altrettanto pericolosa nei confronti di cittadini di origine mediorientale o appartenenti alle comunità islamiche, innescando una contrapposizione speculare rispetto a quella originaria. Da una parte potrebbe accentuarsi l’antisemitismo; dall’altra potrebbe crescere una diffidenza indiscriminata verso intere comunità, indipendentemente da qualsiasi responsabilità individuale. Pur muovendo da presupposti differenti, entrambe le dinamiche finirebbero per produrre il medesimo risultato: l’indebolimento della coesione nazionale.
Ed è proprio questo il punto centrale. Una strategia di destabilizzazione non ha necessariamente bisogno di conquistare consenso. Le è sufficiente alimentare la divisione, rendere più difficile la convivenza civile e diffondere la percezione che lo Stato non sia più in grado di garantire sicurezza e tutela a tutti i cittadini.
In questa prospettiva, l’antisemitismo, pur rimanendo un fenomeno reale e gravissimo che deve essere contrastato con assoluta fermezza, potrebbe rappresentare non il fine ultimo dell’operazione, bensì uno degli strumenti attraverso i quali esasperare le tensioni sociali.
È per questa ragione che la vicenda non può essere letta soltanto come un episodio di antisemitismo o come una minaccia rivolta alla comunità israeliana. Se inserita all’interno di una più ampia strategia di destabilizzazione, essa assumerebbe una dimensione diversa: il bersaglio potrebbe non essere costituito soltanto dalle persone direttamente coinvolte, né esclusivamente dalla comunità ebraica, ma dal sistema-Paese nel suo complesso.
L’Italia occupa una posizione strategica nel Mediterraneo, è uno dei principali membri dell’Alleanza Atlantica e rappresenta uno snodo essenziale sotto il profilo politico, logistico ed economico. Indebolirne la coesione sociale, alimentarne la polarizzazione interna o minarne la fiducia nelle istituzioni significherebbe produrre effetti destinati a estendersi ben oltre i confini nazionali.
È in questa chiave che la creazione di un clima di paura reciproca, la contrapposizione tra comunità, l’emergere di diffidenze generalizzate e la progressiva erosione del senso di appartenenza a un comune spazio civile potrebbero configurare ciò che, ormai molti anni fa, definii l’apertura di un “secondo fronte”: non un fronte militare, ma un fronte interno, combattuto sul terreno della percezione, della fiducia e della stabilità democratica.
Limitare la lettura della vicenda alla sola dimensione dell’antisemitismo rischierebbe, pertanto, di risultare riduttivo. Qualora tale fenomeno fosse inserito in una più ampia strategia di destabilizzazione, esso rappresenterebbe soltanto uno degli strumenti attraverso i quali alimentare tensioni sociali, esasperare le contrapposizioni e rendere progressivamente più fragile la capacità di reazione dello Stato
Una minaccia che riguarda l’Italia nel suo complesso
Per questo motivo credo che la vicenda della schedatura dei turisti israeliani debba essere affrontata con grande attenzione, ma anche con equilibrio. La risposta non può essere soltanto repressiva: deve essere anche preventiva, culturale e strategica. Occorre individuare ogni comportamento illecito e proteggere chiunque venga preso di mira per la propria nazionalità, religione o appartenenza percepita. Ma occorre anche comprendere che, nelle moderne strategie di conflitto, la dimensione psicologica e comunicativa è spesso importante quanto quella materiale.
Il rischio più grande non è soltanto quello di un eventuale attentato. È il progressivo deterioramento della fiducia reciproca, il convincimento che ogni relazione possa trasformarsi in un potenziale pericolo, fino a fare della paura il criterio attraverso cui una società organizza sé stessa e interpreta la realtà.
Se questa lettura avesse anche solo un fondo di verità, il bersaglio finale non sarebbe Israele, né la comunità ebraica, e nemmeno quella musulmana. Il vero obiettivo sarebbe la capacità dell’Italia di rimanere una società aperta, coesa e capace di reagire senza rinunciare ai principi che la definiscono come democrazia.
Perché una democrazia non viene indebolita soltanto quando viene colpita. Viene indebolita quando inizia a dubitare di sé stessa. Ed è proprio questo, forse, il livello più profondo della sfida che abbiamo davanti
