Quanto caro ci fu quell’ermo Lodo. Dagli anni ’70 una politica di compromessi, dialogo, pavidità e sottomissione.
Quando uno Stato perde il controllo di intere fette popolazione esogena, porzioni di territorio, capacità di combattere la criminalità con gli strumenti di legge, pur di non utilizzare i più banali strumenti di prevenzione aggressiva, lo Stato perde la propria ragion d’essere. In Italia stiamo per l’appunto assistendo a questo fenomeno. Una spiccata tendenza al compromesso, all’accordo sottobanco, alla marcata sottomissione, al pagamento di riscatti, una modalità ben delineata dagli anni ’70 del secolo scorso con l’infausto “lodo Moro”, già più volte trattato su queste pagine.
Proponiamo semplici esempi. Ove si recepiscano innumerevoli input su una “piazza di spaccio” in una data realtà urbana, i tutori dell’ordine e sicurezza pubblica, sarebbero tenuti ad intervenire con servizi di prevenzione, raccolta di prove ed infine con un’azione repressiva volta all’arresto dei responsabili del traffico e spaccio delle sostanze stupefacenti ed alla successiva opera di prevenzione, affinché il fenomeno non abbia a riproporsi.
Quando diversi comitati di cittadini segnalano comportamenti illeciti posti in essere da bande di giovani delinquenti in una determinata località, il ruolo degli organi apicali della pubblica sicurezza impone di intervenire per porre fine a tali comportamenti che mettono a rischio l’incolumità dei cittadini. La magistratura e gli organi giudicanti, come da specifica delega costituzionale, debbono arrivare ad una severa punizione dei colpevoli.
Se si ricevono notizie convergenti su una data manifestazione non autorizzata, occorre evitare l’adunata dei partecipanti, provvedendo a sciogliere nell’immediatezza ogni assembramento, non certo ad attendere che antagonisti, estremisti, black block, si organizzino per colpire le forze delegate all’ordine pubblico. Ed in ogni caso, come previsto dal TULPS (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza), provvedere con ogni mezzo di coercizione all’estendersi dei disordini, senza attendere conseguenze irreparabili sia per gli agenti operanti sia anche per gli arredi urbani, la circolazione, i beni mobili ed immobili. Nulla di ciò avviene.
E ancora. Da anni, ad esempio, l’arrivo nei porti italiani di grandi portacontainer provenienti dal Sudamerica o dal Medio Oriente alimenta interrogativi ricorrenti. C’è chi osserva che, nonostante sequestri episodici, spesso descritti come una minima frazione dei traffici complessivi, continuerebbero a circolare armi e sostanze stupefacenti, incluse tipologie come “fentanil” e “captagon”, senza che si registrino interventi sistematici in grado di interrompere il fenomeno.
Nel tempo, analisi, articoli e segnalazioni sarebbero arrivati sulle scrivanie di vari organismi istituzionali, alle agenzie di intelligence, alle autorità territoriali, prospettando ipotesi sui possibili autori dei traffici, su provenienze e destinazioni, perfino su eventuali collegamenti con gruppi criminali strutturati. Nonostante ciò, secondo alcune letture, i risultati sembrerebbero “incredibilmente” limitati.
Approfondendo il tema, anche attraverso interlocuzioni informali con fonti di settore, emerge talvolta – come tesi e non come dato verificato – che certe dinamiche verrebbero tollerate o comunque non contrastate con la necessaria incisività. Secondo questa interpretazione, la ragione sarebbe la ricerca di un equilibrio interno: un Paese relativamente stabile, privo di attentati jihadisti, di conflitti tra clan o di ripercussioni legate a tensioni in Medio Oriente. In questa ricostruzione, il presunto “tacito compromesso” riguarderebbe traffici già noti agli apparati statali, con benefici indiretti per alcune realtà economiche “di copertura” e, secondo alcuni osservatori, con l’interessamento non sempre trasparente di figure politiche. Si tratta, è bene ribadirlo, di ipotesi circolate negli ambienti analitici, non di certezze.
Da qui nasce una domanda: ammesso che tale meccanismo esista davvero, è questo il prezzo che un Paese dovrebbe considerare accettabile?
C’è chi ritiene che una certa tendenza a minimizzare o a non valorizzare alcuni successi operativi del passato — come l’operazione condotta nel 2004 a Beirut dal SISMI (ora AISE) — possa rientrare in una più ampia postura prudenziale adottata negli anni. Così come alcuni osservatori si interrogano sugli accordi internazionali che, negli ultimi tempi, sarebbero stati avviati con governi o attori non sempre perfettamente allineati agli standard occidentali, inclusi esponenti siriani, iraniani e palestinesi.

PMX in una base di Hayat Tahrir al Sham a Idlib (Siria)

Nave cargo italiana ceduta all’Iran e convertita in nave da guerra con il nome Shahid Roudaki”
Altre ricostruzioni, mai confermate in via ufficiale, evocano perfino episodi delicati che avrebbero riguardato personale di sicurezza italiano sequestrato in Libano e liberato attraverso dinamiche non rese pubbliche, o l’invio in Siria di un contingente di Carabinieri per l’addestramento (!) della polizia del neonato regime di Al Jolani, con il sospetto che si sia giunti a un compromesso pur di risolvere la crisi.
Suona assai strano che il nostro Paese sia stato il primo a riaprire l’ambasciata a Damasco e che il ministro Tajani sia stato uno dei primi ad essere immortalato durante un incontro con l’ex jihadista ora a capo della Siria. Un’improvvisa conversione alla pace e al bene globale?
Sono scenari, analisi, ricostruzioni spesso non verificabili, che emergono ciclicamente nel dibattito tra esperti. Ma che, nella loro insistenza, alimentano una domanda di fondo: quanto siamo realmente disposti a non vedere, pur di preservare un’apparente stabilità? Forse, si potrebbe pensare non ai “Servizi deviati”, piuttosto ad una “deviazione dei Servizi”, indotta dalla politica di qualsivoglia colore?
