Psicologie che cambiano il mondo.
Come idee, mode e semplificazioni trasformano, indebolendolo sistemicamente, l’Occidente (senza “colpevoli”, ma fin troppe surrettizie “connivenze”).
Le società occidentali attraversano da decenni una trasformazione profonda, culturale, sociale e psicologica. È una metamorfosi che non riguarda soltanto l’economia o la politica, ma il modo stesso in cui gli individui percepiscono se stessi, interpretano le proprie emozioni, attribuiscono significato al benessere o al malessere, concepiscono il ruolo della comunità e dell’identità personale.
Molti si chiedono: quanto hanno inciso le idee della psicologia moderna su questo cambiamento? È una domanda ricorrente, spesso posta in modo provocatorio: “Quale psicologo ha rovinato l’Occidente?”, oppure: “Quale teoria psicologica ci ha resi fragili, narcisisti, ipersensibili, dipendenti dalla terapia o incapaci di affrontare la vita?”.
Queste domande nascono da un timore diffuso: che alcune idee psicologiche, nate nel XX e XXI secolo, abbiano contribuito a creare un’umanità più fragile, più concentrata su se stessa, più incline a leggere in termini patologici ciò che un tempo veniva considerato semplicemente parte dell’esperienza umana.
Ma per affrontare seriamente l’argomento, bisogna partire da una premessa fondamentale: non esiste un singolo psicologo “colpevole”, un autore o una teoria responsabile del declino dell’Occidente. Questa visione personalistica è non solo storicamente scorretta, ma anche ingenua. Le culture cambiano attraverso processi lenti, complessi, multilivello: interagiscono economia, politica, tecnologia, mercato, sistemi educativi, movimenti sociali, religioni, media, industria culturale e, naturalmente, teorie psicologiche che spesso diventano popolari solo perché rispondono a esigenze già presenti nella società.
Ciò che possiamo fare — e che è utile farlo — è analizzare le idee psicologiche che, nel passaggio dalla teoria alla cultura di massa, sono state distorte, semplificate o rese funzionali a interessi commerciali e politici, producendo effetti controversi o inattesi.
Questo editoriale vuole proprio proporre un viaggio attraverso queste idee: un percorso storico e critico che parte da Freud e arriva ai moderni influencer della salute mentale; che esamina la “self-esteem movement”, la psicologia positiva mal tradotta, il neuroscientismo commerciale; che mostra come l’Occidente sia diventato una “società psicologicizzata”, in cui l’identità personale, la sofferenza e il benessere sono filtrati attraverso categorie psicologiche, spesso più pop che scientifiche.
1.Freud, la psicoanalisi pop e la nascita dell’individuo psicologico
Sigmund Freud non ha “rovinato” l’Occidente, e anzi la sua opera — al di là delle critiche, molte delle quali giustissime — ha avuto un impatto culturale straordinario. Ma il modo in cui la psicoanalisi è stata recepita dal grande pubblico, soprattutto tra gli anni ’50 e ’70, è una storia diversa.
Dal lettino all’immaginario collettivo
La psicoanalisi è stata la prima teoria moderna a costruire un’immagine dell’essere umano come individuo psicologico totale, un soggetto composto di traumi, impulsi, emozioni rimosse, conflitti interni, desideri indicibili.
Nel passaggio alla cultura pop, però, è accaduto qualcosa di importante e problematico:
- l’idea che “la causa del malessere è sempre dentro di te” ha oscurato il ruolo dei fattori sociali, economici e comunitari;
- si è diffusa una cultura dell’introspezione infinita, dell’analisi interminabile, del “capire se stessi” come scopo anziché come strumento;
- il discorso psicologico è diventato terreno fertile per narcisismi, autoreferenzialità, culto della soggettività.
Non è colpa di Freud: è colpa di un Freud semplificato, commercializzato, adattato all’industria editoriale e culturale.
La psicoanalisi pop ha fatto credere che guardarsi dentro fosse la via maestra per qualsiasi soluzione, individualizzando problemi che erano spesso sociali, economici, relazionali. Questa è stata una delle prime tappe della trasformazione dell’Occidente in una cultura psicocentrica: tutto è dentro, tutto è nell’io, tutto parte da te.
2.La “self-esteem movement”: quando l’autostima diventa un obbligo
Tra gli anni ’60 e ’90 negli Stati Uniti si sviluppò un’idea potente, affascinante e seducente: basta aumentare l’autostima dei bambini per migliorare la società.
Un sogno semplice, democratico, facile da vendere.
L’idea fu sostenuta da psicologi come Nathaniel Branden e da istituzioni educative come il California Task Force on Self-Esteem, che diventò un modello nazionale.
Il messaggio:
- ogni bambino è speciale;
- ogni frustrazione va evitata;
- la competizione fa male;
- le critiche danneggiano la crescita;
- il successo nasce dalla percezione di valere, non dal merito.
Il risultato?
Per decenni, molte scuole americane (e poi occidentali) hanno adottato sistemi educativi che:
- premiavano tutto;
- evitavano voti negativi;
- riducevano la frustrazione;
- enfatizzavano l’unicità individuale.
Solo negli anni 2000 i promotori stessi hanno riconosciuto gli effetti indesiderati:
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- giovani molto meno resistenti allo stress;
- maggiore vulnerabilità emotiva;
- scarsa tolleranza alla critica;
- identità fragili, basate sul sentirsi speciali anziché sul diventarlo.
Non è la psicologia ad aver sbagliato: è l’interpretazione ideologica e politica di una moda psicologica, trasformata in ingegneria sociale.
3.Behaviorismo pop: quando l’essere umano diventa un algoritmo
Il behaviorismo di Skinner, nella sua forma accademica, è una teoria raffinata: studia il comportamento osservabile e i meccanismi di apprendimento basati su rinforzi e punizioni. Ma nel passaggio al mondo del lavoro, dell’educazione e del marketing tra gli anni ’50 e ’90, il behaviorismo è diventato una sorta di manuale semplificato per manipolare le persone.
Gli abusi culturali del behaviorismo semplificato
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- sistemi scolastici basati solo su premi e punizioni;
- aziende che strutturavano la produttività come una sequenza di “ricompense”;
- gamification costante come strategia di motivazione;
- visione dell’essere umano come animale addestrabile.
La conseguenza è stata un’umanità dipendente da rinforzi esterni, poco autonoma emotivamente, sempre più orientata alla ricompensa immediata, un tratto che ritroviamo oggi nei social network, che di fatto sono macchine skinneriane.
Ancora una volta la responsabilità di quanto avvenuto non va ascritta al behaviorismo scientifico, ma alla sua banale versione commerciale.
4. Psicologia positiva: il lato oscuro dell’ottimismo obbligatorio
Martin Seligman e la psicologia positiva originale hanno portato un contributo prezioso alla scienza del benessere: studi rigorosi su resilienza, gratitudine, flusso, relazioni positive.
Ma ciò che è arrivato al grande pubblico è stato qualcosa di molto diverso.
La versione pop diceva:
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- pensa positivo e tutto si risolve;
- la gratitudine cura tutto;
- la sofferenza è colpa tua perché “non sei abbastanza positivo”.
Si è diffusa una cultura del benessere semplificato, quasi magico:
-
- se stai male, la colpa è della tua mente;
- se soffri, non stai pensando in modo giusto;
- se fallisci, è perché non visualizzi abbastanza.
Il risultato è stato duplice:
- negazione delle emozioni negative, percepite come disturbanti o sbagliate;
- colpevolizzazione individuale, perché se tutto dipende dal pensiero personale, allora la responsabilità del dolore non è più sociale, economica o relazionale: è sempre tua.
Questa interpretazione ha alimentato l’industria dei life coach non regolamentati, dei guru della crescita personale e dei percorsi motivazionali dai contenuti spesso pseudoscientifici.
5. L’ascesa della cultura della terapia: quando il linguaggio clinico colonizza la vita quotidiana
Dal 2000 in poi, e soprattutto nell’era dei social media, è emersa una tendenza evidente: psicologizzare tutto.
Molte esperienze comuni — tristezza, ansia, imbarazzo, insicurezza, stanchezza, conflitti relazionali — vengono oggi lette come diagnosi: depressione, disturbo d’ansia, attaccamento disorganizzato, narcisismo patologico, burnout.
Le cause di questa esplosione psicologica sono molteplici:
-
- l’espansione del mercato della salute mentale;
- la crescente legittimazione culturale della terapia (di per sé positiva);
- i social media che diffondono contenuti psicologici superficiali;
- il bisogno degli individui di trovare spiegazioni semplici a emozioni complesse;
- la crisi delle comunità, che rende l’individuo solo con il proprio malessere.
Il problema non è la terapia in sé — anzi, la terapia è uno strumento fondamentale e spesso salvifico. Il problema è la terapia come identità, il vedere se stessi come un soggetto clinico prima ancora che umano.
Effetti sociali:
-
- medicalizzazione dell’esperienza umana;
- inflazione della diagnosi, spesso auto-diagnosi;
- percezione di fragilità strutturale;
- dipendenza emotiva da consulenze, contenuti, professionisti.
Molti psicologi clinici riconoscono oggi questo fenomeno come uno dei rischi della “società terapeutica”: quando tutto diventa psicologia, la psicologia smette di curare e diventa un filtro deformante da usare per promuovere le sempre più frequenti fidelizzazioni market–oriented
6. Le ideologie iper-individualiste: l’io al di sopra di tutto
Tra gli anni ’80 e 2000, complice la cultura neoliberista e il mito dell’autorealizzazione, si è affermata in Occidente una nuova ideologia psicologica: l’individuo come progetto permanente, autosufficiente, autonomo, performante.
Si tratta di una concezione che molti psicologi sociali, sociologi e filosofi criticano da anni: l’idea che il gruppo, la comunità e i legami siano ostacoli allo sviluppo del sé.
Gli effetti sono visibili ovunque:
-
- solitudini epidemiche;
- crollo della partecipazione civica;
- fragilità dei legami familiari e sociali;
- identità frammentate e precarizzate;
- pressione costante a “migliorarsi”, “ottimizzarsi”, “realizzarsi”.
L’individuo moderno, invece di essere liberato, è diventato un imprenditore di se stesso, responsabile di ogni fallimento, colpevole di ogni debolezza. La psicologia — intesa come narrazione, non come scienza — ha così fornito un linguaggio perfetto per il capitalismo contemporaneo: l’individuo che compete con se stesso, che deve performare, che deve trovare dentro di sé la causa di ogni problema.
7. Neuroscientismo commerciale: l’illusione che tutto sia un circuito
A partire dagli anni 2000, con la diffusione delle neuroscienze, è emersa una nuova ideologia psicologica: la riduzione dell’essere umano a circuiti neuronali.
Le neuroscienze serie non dicono questo; studiano correlati cerebrali di comportamenti e funzioni mentali. Ma la cultura pop ha tradotto il tutto in una nuova forma di determinismo biologico.
Le versioni commerciali e mediatiche dicono:
- siamo “programmati” in un certo modo;
- la chimica decide tutto;
- la personalità è un set di connessioni neuronali.
E da qui nasce un’enorme industria di:
- neuro-prodotti;
- integratori “per aumentare la dopamina”;
- percorsi di “ripogrammazione cerebrale”;
- tecnologia della produttività neurale.
La conseguenza è un nuovo tipo di scusa morale: “non è colpa mia, è il mio cervello”. Una regressione rispetto alla complessità psicologica, relazionale e sociale dell’essere umano.
8. Dalla psicologizzazione alla “società psicologica”: come ci siamo trasformati
Ricapitolando, l’Occidente non è cambiato per colpa di Freud, della psicologia positiva o del behaviorismo in sé. È cambiato per una lunga serie di processi culturali:
- la commercializzazione delle teorie psicologiche;
- la semplificazione mediatica dei concetti clinici;
- l’industrializzazione del benessere;
- la frammentazione delle comunità;
- la crisi dei modelli educativi e familiari;
- l’erosione della dimensione collettiva;
- l’individualizzazione del successo e del fallimento.
La psicologia in quanto tale non è stata la causa, ma il linguaggio –e molti psicologi lo strumento– con cui l’Occidente ha tradotto le proprie crisi e le proprie illusioni.
Alla implicita, a questo punto, domanda se esista una via d’uscita, la risposta è affermativa, ma serve una cultura psicologica adulta
In altri termini per uscire dall’impasse attuale non serve rifiutare la psicologia, né tornare a modelli sociali tradizionali. Serve sviluppare una cultura psicologica più matura, più complessa, meno ideologica e questo passaggio non può prescindere da una presa di coscienza dei professionisti del settore.
Tre le direzioni possibili:
- Distinguere tra psicologia scientifica e psicologia pop. Non tutto ciò che parla di emozioni è psicologia. Non tutto ciò che sembra terapeutico è terapia.
- Recuperare il ruolo della comunità e dei legami. Non esiste benessere individuale senza contesto relazionale. L’individuo non è un progetto isolato.
- Riconoscere la complessità dell’essere umano. Siamo biologici, psicologici, sociali, culturali. Nessuna teoria, da sola, può spiegarci.
La narrativa corrente di fronte a tutto quanto sin qui esposto tende per lo più a parlare di un Occidente trasformato e non ancora distrutto, per somma giustamente facendo propria l’idea, per altro corretta, della non ascrivibilità della responsabilità di tutto questi al “cattivo psicologo” di turno in quanto allo stato attuale siamo giunti dopo decenni caratterizzati da:
-
- idee affascinanti;
- teorie innovative;
- mode culturali;
- semplificazioni mediatiche;
- industria del benessere;
- ansie sociali;
- bisogni identitari.
Tutte cose che hanno fatto sì che la psicologia diventasse il linguaggio per antonomasia con cui ancora oggi interpretiamo la realtà –dal lavoro alle relazioni, dalla politica alla famiglia, dal trauma al successo– come un qualcosa che discende da un consolidato modus operandi che in parte rappresenta un progresso, ed in parte si configura come un rischio. Un rischio che per certo non può essere affrontato mettendosi alla ricerca di un fantomatico colpevole, bensì comprendendo che alle criticità odierne si è giunti grazie ad un processo articolatosi per oltre un secolo.
Uscire da questa condizione non può che passare per la costruzione di un rapporto più sano, maturo e responsabile con la dimensione psicologica che ci consenta di recuperare ciò che l’Occidente ha perso: una visione dell’essere umano non come individuo isolato, ma come parte di una comunità, di una storia, di una relazione.
Peccato che questo auspicio rischi di restare tale a causa del fatto che se vi è un luogo in cui la cultura psicologica contemporanea si è diffusa più rapidamente e in modo più distorto, questo luogo sono i social media.
E tanto dicasi non perché essi siano malvagi in sé, né perché impongano una visione del mondo, ma perché rappresentano l’ecosistema perfetto per trasformare concetti complessi in slogan, emozioni profonde in hashtag, diagnosi cliniche in meme, sofferenze reali in contenuti virali.
In questo senso i social media non hanno inventato la psicologizzazione dell’Occidente, ma l’hanno accelerata, amplificata e resa onnipresente, creando un ambiente in cui la mente, l’identità e la sofferenza diventano contenuto da condividere e capitale sociale da spendere.
La nascita della “psico-infosfera”: milioni di esperti, poche competenze
A partire dagli anni 2010, piattaforme come YouTube, Instagram, TikTok e Twitter (oggi X) hanno iniziato a saturarsi di contenuti psicologici: spiegazioni semplificate sull’ansia, l’attaccamento, i traumi, il narcisismo, il gaslighting, la depressione.
Il fenomeno ha caratteristiche ben precise:
- Democratizzazione del linguaggio psicologico: chiunque può commentare, spiegare, interpretare concetti complessi.
- Viralizzazione del disagio: i contenuti che parlano di sofferenza emotiva ottengono tassi altissimi di engagement.
- Autorità apparente: l’algoritmo premia la frequenza, non la competenza. Un creator costante diventa più autorevole di uno specialista competente.
- Psicologia come intrattenimento: il dolore diventa un format: “10 segnali che sei in un rapporto tossico”, “5 modi per superare un trauma”, “Se fai così hai un attaccamento ansioso”.
La conseguenza è la creazione di una psico-infosfera in cui le persone vivono immerse in concetti psicologici, spesso senza gli strumenti per interpretarli in modo corretto.
In questo contesto la sofferenza acquista valorialitá identitarie ascrivibili di fatto ai social media che introducono un elemento nuovo: la sofferenza non è solo raccontata, ma performata.
Il fatto, poi, che l’identità digitale spesso si strutturi intorno a tre assi, ovverosia attorno a ciò che provo, a ciò che mi ha ferito ed a ciò che sto cercando di superare, crea un duplice effetto:
- essendo un incentivo all’iper-esposizione emotiva: chi parla del proprio trauma ottiene più like, più attenzione, più empatia. In altri termini il dolore diventa un asset;
- consente di assumere una Identità costruita sul malessere. Se la mia community mi conosce come “quella con l’ansia”, “quello che ha sofferto di narcisismo paterno”, “quella con l’attaccamento insicuro”… cambiare diventa difficile. L’identità patologica diventa stabile, riconoscibile, remunerativa.
È così che per molti giovani, ma non solo, il linguaggio psicologico diventa uno strumento per definire se stessi, spesso senza filtri clinici e, soprattutto, senza confronto con professionisti.
Da qui prende le mosse un interessante effetto, ovverosia l’effetto “specchio rotto”: diagnosi ovunque, clinica da nessuna parte. In cosa consista questo effetto è presto detto a partire dalla osservazione del fatto che i social media hanno introdotto una nuova forma di interpretazione di sé denominata auto-diagnosi algoritmica che può essere compresa con un semplice esempio:
- il soggetto esaminato vede un video sui segnali dell’ADHD.
- l’algoritmo rileva l’interesse e di conseguenza
- propone altri video sul tema.
- L’esposizione ripetuta crea una sensazione di riconoscimento.
- Il riconoscimento diventa identificazione, e
- l’identificazione diventa auto–diagnosi.
Il punto drammatico è che molte diagnosi psicologiche sono spettri complessi, richiedono anamnesi, contesto, distinzione tra tratti e disturbi, e soprattutto devono essere valutate in relazione alla storia della persona: tutte cose che in social media bypassano cancellando la complessità, cosicché tutto è sintomo, tutto è spiegazione, tutto è etichetta.
Questo produce due fenomeni paralleli:
- Sovra-diagnosi informale. Persone convinte (in buona fede) di soffrire di disturbi che non hanno.
- Sotto-diagnosi reale. Chi soffre davvero non si riconosce più, non sa distinguere la propria condizione dalle narrazioni virali.
E siamo allo “specchio rotto” che come tale riflette qualcosa, ma distorto, frammentato, deformato.
Social media come dispositivi skinneriani: dopamina, gratificazioni, ansia da performance
I social media sono strutturalmente costruiti su un modello behaviorista: rinforzi intermittenti, gratificazioni casuali, micro-ricompense costanti. Un sistema perfetto per:
- aumentare la dipendenza;
- mantenere gli utenti in uno stato di vigilanza emotiva;
- moltiplicare ansia, confronto sociale, senso di inadeguatezza.
La psicologia pop, diffusa dagli stessi social, non aiuta: spesso propone soluzioni individuali (respira, pensa positivo, fai journaling), ignorando che la matrice del disagio, sistemica e incorporata nel design della piattaforma, finisce per creare una dinamica paradossale che vede quegli stessi social che generano ansia, fragilità e dipendenza emotiva, offrire “contenuti psicologici” per affrontare ciò che loro stessi producono, generando un vero e proprio ciclo di auto-alimentazione del disagio.
Ma i problemi recati in dono, si fa per dire, a tutti noi dal digitale non finiscono qui. Mi riferisco al nuovo super-io digitale: la pressione a essere “migliori”.
Il nuovo moralismo psico–digitale
La cultura social ha trasformato la psicologia in una nuova forma di moralismo che impone di:
- essere consapevole;
- essere stabile;
- guarire;
- migliorarsi
- controllare le emozioni.
Non si tratta più di benessere, ma della richiesta di una vera e propria prestazione psicologica, di un sorta di super-io digitale che ci osserva sempre, che richiede autenticità performativa, equilibrio emotivo costante, crescita personale continua.
Siamo ancora nel solco dell’iper-individualismo: la responsabilità del benessere ricade sull’individuo, non sul contesto, non sulla comunità, non sulle condizioni di vita. I danni che questo fenomeno genera sono enormi anche senza un colpevole
Come nel resto della storia che abbiamo tracciato in tutta la prima parte di questo testo, anche qui non esiste un colpevole. Non lo sono i social media come entità astratte, non lo sono gli utenti, non lo sono nemmeno i creator che cercano di condividere contenuti utili: il problema è strutturale, sistemico, emergente, non intenzionale, ma –è fondamentale dirlo– i danni sono stati enormi.
- Di quali danni parliamo è presto detto:
- Esplosione delle auto-diagnosi.
- Identità psicologiche precoci e rigide.
- Aumento della fragilità emotiva.
- Dipendenza da approvazione esterna.
- Crescita del narcisismo vulnerabile.
- Ansia generalizzata da prestazione.
- Superficializzazione di concetti clinici delicati.
- Erosione della capacità di regolare le emozioni senza pubblico.
- Crescente difficoltà a distinguere tra emozione e disturbo.
- Distruzione dei confini tra esperienza privata e spettacolo pubblico
e non serve avere a disposizione un colpevole per riconoscere la gravità delle conseguenze di questo processo globale, profondissimo, che ha trasformato il modo in cui l’Occidente pensa a sé stesso e alle proprie ferite.
Un processo che, come vedremo nel capitolo dedicato all’iper-psicologizzazione, di prossima pubblicazione, non riguarda solo i social media, ma l’intera traiettoria culturale occidentale degli ultimi cento anni ed ha finito per creare i presupposti per una vulnerabilità di particolare gravità in uno dei momenti storici più complessi della storia dell’intero pianeta.
Bibliografia ragionata
(La bibliografia è sta organizzata per aree tematiche, così da permettere una consultazione efficace rispetto ai temi qui trattati)
1. Psicoanalisi, Freud e cultura dell’introspezione
-
- Freud, S. Opere complete. Bollati Boringhieri.
- Roudinesco, E. La battaglia delle cento ore. Freud contro Jung.
- Roudinesco, E. Perché la psicoanalisi?
- Jacoby, R. The Repression of Psychoanalysis.
2. Psicologia del ‘900, individualismo e società
-
- Lasch, C. La cultura del narcisismo.
- Lasch, C. Il minimo io.
- Sennett, R. L’uomo flessibile.
- Rose, N. Governing the Soul: The Shaping of the Private Self.
- Taylor, C. L’età secolare.
3. Self-Esteem Movement e pedagogia dell’autostima
-
- Branden, N. The Psychology of Self-Esteem.
- Baumeister, R. et al. Does High Self-Esteem Cause Better Performance, Interpersonal Success, Happiness, or Healthier Lifestyles?
- Twenge, J., & Campbell, W. The Narcissism Epidemic.
- California Task Force to Promote Self-Esteem. Toward a State of Esteem (1989).
4. Behaviorismo e semplificazioni nel mondo del lavoro
-
- Skinner, B.F. Science and Human Behavior.
- Skinner, B.F. Walden Two.
- Schwartz, B. The Paradox of Choice.
- Pink, D. Drive: The Surprising Truth About What Motivates Us.
5. Psicologia positiva e sue distorsioni
-
- Seligman, M. Authentic Happiness.
- Seligman, M. Flourish.
- Ehrenreich, B. Bright-sided: How the Relentless Promotion of Positive Thinking Has Undermined America.
6. Terapia, medicalizzazione e società psicologicizzata
-
- Furedi, F. Therapy Culture.
- Illouz, E. Cold Intimacies: The Making of Emotional Capitalism.
- Illouz, E. Saving the Modern Soul.
- Horwitz, A. & Wakefield, J. The Loss of Sadness.
7. Neuroscientismo, riduzionismi e bio-ideologie
-
- Rose, N. & Abi-Rached, J. Neuro: The New Brain Sciences and the Management of the Mind.
- Legrenzi, P. & Umiltà, C. Neuromania.
- Tallis, R. Aping Mankind.
8. Social media, identità e cultura psicologica digitale
-
- Turkle, S. Alone Together.
- Turkle, S. Reclaiming Conversation.
- Haidt, J. & Twenge, J. The Anxious Generation (2024).
- Chayko, M. Superconnected.
- Goffman, E. La vita quotidiana come rappresentazione.
- Bail, C. Breaking the Social Media Prism.
- Van Dijck, J. The Culture of Connectivity.
- Boyd, D. It’s Complicated: The Social Lives of Networked Teens.
9. Iper-individualismo, capitalismo emotivo e società contemporanea
-
- Han, B.C. La società della stanchezza.
- Han, B.C. La società della trasparenza.
- Bauman, Z. Modernità liquida.
- Bauman, Z. Vite di scarto.
10. Diagnosi, sofferenza e confini del patologico
-
- Gergen, K. The Saturated Self.
- Conrad, P. The Medicalization of Society.
- APA. DSM-5.
- WHO. ICD-11.
