Guerra invisibile e manipolazione sociale: dalla piazza di Milano alla strategia cognitiva globale.
Il 22 settembre a Milano si è tenuta una manifestazione pro Palestina che, come molte altre in Europa, ha attirato migliaia di persone. Al centro dei cortei non vi era soltanto la denuncia della tragedia umanitaria di Gaza, ma anche un sottofondo politico che richiama dinamiche più ampie: l’uso della sofferenza come strumento di legittimazione ideologica e di destabilizzazione.
L’elemento più evidente è la retorica della “difesa dei bambini palestinesi”, immagine potente e incontestabile, che tuttavia nasconde un dato cruciale: Hamas utilizza quei bambini come scudi umani. Nessuna piazza, però, si mobilita per denunciare questa pratica disumana, che rappresenta la vera radice del sacrificio di innocenti. Questo silenzio selettivo rivela quanto il dibattito pubblico sia manipolabile e quanto il conflitto israelo-palestinese sia diventato terreno fertile per operazioni psicologiche condotte su scala globale.
L’Italia, in questo scenario, non è affatto estranea. Il riferimento inevitabile è al Lodo Moro, quell’accordo non scritto che negli anni Settanta e Ottanta avrebbe garantito ai gruppi terroristici palestinesi una sostanziale immunità sul territorio italiano in cambio della promessa di non colpire obiettivi nazionali. Una scelta che, allora, venne giustificata come necessaria per salvaguardare la sicurezza interna, ma che oggi mostra tutti i suoi effetti collaterali: la costruzione di una consuetudine all’impunità.
È proprio questa eredità a rendere il nostro Paese una piattaforma vulnerabile. Gruppi e movimenti legati a reti più ampie sfruttano la libertà di manifestazione non soltanto per denunciare le tragedie di Gaza, ma anche per veicolare messaggi che hanno come obiettivo quello di destabilizzare l’Occidente dall’interno. Dietro slogan apparentemente umanitari si nasconde una più sottile operazione cognitiva: spostare l’attenzione pubblica, delegittimare le istituzioni democratiche, alimentare divisioni.
La manifestazione di Milano, dunque, non va letta soltanto come un episodio di cronaca politica, ma come un tassello di un mosaico più vasto. La retorica sulla Palestina diventa strumento per amplificare un sentimento anti-occidentale che serve ad attori esterni e interni interessati a incrinare la coesione sociale. È un esempio concreto di quella “guerra invisibile” che si combatte ogni giorno sotto i nostri occhi senza che ne percepiamo immediatamente i contorni.
Il terrore come attesa
“Il terrore non è l’attacco, ma l’attesa.” Questa frase, attribuita a David Barnea, direttore del Mossad, racchiude la tensione di un’epoca in cui la potenza non si misura solo in termini di bombe, eserciti o confini, ma nella capacità di suscitare dubbi, instabilità, paura.
Non è un caso che a pronunciarla sia il capo del Mossad, un’agenzia di intelligence che ha fatto della guerra psicologica e dell’operazione sotto copertura una delle proprie cifre distintive. Lungi dall’essere una semplice minaccia, quella dichiarazione rappresenta un segnale preciso: non serve più colpire direttamente per vincere. È sufficiente insinuare il sospetto, disgregare la coesione interna di un Paese, alimentare la sensazione che la sicurezza non esista. In altri termini: il fronte di battaglia non è più soltanto geografico, ma cognitivo e sociale.
Questo articolo esplora come l’informazione, i dati, la tecnologia e l’intelligenza (umana e artificiale) stiano diventando le armi principali in un conflitto invisibile. Il caso esemplare è la contrapposizione tra Israele e Iran, dove operazioni segrete, spionaggio e propaganda digitale mostrano come un Paese possa minare un avversario senza invadere il suo territorio.
Ma le dinamiche non si fermano lì: i social media, gli influencer e l’intelligenza artificiale sono ormai strumenti decisivi per plasmare la percezione collettiva e orientare la politica globale.
Informazione come merce primaria: l’individuo come target
Negli ultimi vent’anni, la trasformazione digitale ha reso l’informazione la risorsa strategica più preziosa. Non parliamo soltanto di grandi banche dati o server governativi, ma di micro-informazioni raccolte quotidianamente: dai nostri spostamenti registrati dal GPS, alle preferenze di consumo, fino alle emozioni espresse in un commento o in un like. Questi flussi di dati, apparentemente banali, costituiscono una mappa dettagliata delle vulnerabilità individuali e collettive.
Il punto cruciale è che l’oggetto del controllo non è la società in astratto, ma il singolo individuo. Attraverso i cinque canali percettivi – vista, udito, tatto, olfatto e percezione cinestesica – è possibile costruire messaggi mirati, capaci di suscitare emozioni, paure o entusiasmi. È su questo terreno che si gioca la battaglia cognitiva.
In passato, la gestione di queste informazioni era complessa e frammentaria. Oggi, con l’ausilio di algoritmi e intelligenza artificiale, l’elaborazione di grandi volumi di dati consente di individuare pattern e di adattare i messaggi con una precisione chirurgica. Non serve distruggere infrastrutture materiali per mettere in crisi un Paese: basta far credere ai cittadini che lo Stato non sia più in grado di proteggerli.
Dal dato al condizionamento: social media, AI e territorio psicologico
Se il dato è la materia prima, i social media rappresentano il veicolo. È attraverso piattaforme come Facebook, X (ex Twitter), Instagram o TikTok che l’informazione viene manipolata e veicolata. Gli algoritmi che regolano i feed non sono neutrali: selezionano e amplificano contenuti capaci di generare emozioni forti, perché l’emozione garantisce attenzione e interazione. In questo contesto, la paura e l’odio sono spesso più redditizi della ragione.
Gli influencer svolgono un ruolo chiave. Non sono semplici testimonial di prodotti, ma figure capaci di orientare opinioni politiche e sociali. In molti casi, vengono incentivati economicamente o logisticamente per promuovere messaggi precisi. Così, chi appare come un volto spontaneo e vicino al pubblico diventa in realtà un vettore strategico di propaganda.
La società contemporanea, fortemente individualista e segnata da precarietà economica, è terreno fertile per queste dinamiche. Le persone, private di reti di sicurezza collettive e di riferimenti stabili, sono più vulnerabili a messaggi semplici e radicali. È in questo contesto che la rabbia e la frustrazione possono essere canalizzate verso obiettivi specifici, alimentando proteste, rivolte o movimenti estremisti.
L’intelligenza artificiale amplifica ulteriormente il fenomeno. Oltre a generare contenuti in massa, essa consente di personalizzarli. Un messaggio politico può essere presentato in cento varianti diverse, adattate ai gusti, alle paure e alle aspettative di ciascun utente. Deepfake, bot e account automatizzati moltiplicano l’impatto, riducendo drasticamente i costi della propaganda.
Guerra ibrida e operazioni psicologiche: una panoramica
Il concetto di guerra ibrida si afferma negli anni Duemila per descrivere conflitti in cui strumenti convenzionali e non convenzionali vengono combinati. Alla forza militare si affiancano operazioni economiche, cyber-attacchi, disinformazione e infiltrazioni. L’obiettivo non è annientare l’avversario sul campo, ma minarne la stabilità politica e sociale.
Durante la Guerra Fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica utilizzavano la propaganda e la disinformazione per guadagnare influenza. Ma rispetto a quel periodo, oggi cambia la scala: i messaggi raggiungono miliardi di persone in tempo reale, grazie a internet e ai social media. La capacità di diffusione e di segmentazione rende la guerra psicologica più potente e meno controllabile.
Nell’ottica della guerra ibrida, la popolazione civile non è un semplice spettatore ma diventa l’arma principale. Creare divisione, sfiducia, instabilità interna è più efficace che vincere una battaglia tradizionale.
Il caso Iran-Israele: strategia del Mossad e dimostrazioni di vulnerabilità
Un esempio concreto di guerra cognitiva applicata è la strategia israeliana verso l’Iran. Operation Rising Lion, condotta nel 2025, ha combinato attacchi aerei, sabotaggi informatici e infiltrazioni interne. Secondo analisti internazionali, il vero risultato non è stato la distruzione fisica di siti nucleari, ma la dimostrazione della vulnerabilità del regime iraniano.
David Barnea, commentando l’operazione, ha parlato di “giorni storici per Israele”, sottolineando come l’Iran sia stato colpito non solo nelle infrastrutture ma nella percezione della propria invulnerabilità. In altre parole, l’obiettivo era psicologico.
La vicenda di Babak Shahbazi, giustiziato a Teheran con l’accusa di spionaggio per Israele, si inserisce in questo quadro. Secondo ONG per i diritti umani, Shahbazi avrebbe subito torture e un processo sommario. Indipendentemente dalla veridicità delle accuse, l’effetto prodotto è stato duplice: rafforzare la narrativa iraniana sulla minaccia esterna e al tempo stesso confermare, agli occhi della popolazione, che il nemico era già all’interno del Paese.
Ogni episodio di questo tipo contribuisce a creare un clima di paranoia e sfiducia reciproca. La sensazione che ovunque possano celarsi spie o traditori indebolisce la coesione sociale, rendendo la popolazione più controllabile.
Hamas, antisemitismo, Occidente: il contesto più ampio della manipolazione globale
Il 7 ottobre 2023, Hamas ha lanciato un attacco contro Israele che molti osservatori hanno definito militarmente insensato. Dal punto di vista strettamente operativo, infatti, non poteva avere successo a lungo termine. Eppure, la conseguenza immediata è stata quella di provocare una reazione massiccia dell’IDF, con migliaia di vittime e un impatto mediatico globale.
La scelta di Hamas appare quindi più politica che militare. Ha prodotto polarizzazione in Occidente, proteste di piazza, divisioni interne e, soprattutto, un’ondata di antisemitismo. Questa reazione non è spontanea, ma trova terreno fertile nelle dinamiche di manipolazione già attive da anni sui social.
La domanda cruciale è: chi ha convinto Hamas che un attacco del genere avrebbe avuto senso strategico? Alcuni analisti ipotizzano l’intervento indiretto di attori esterni – come Russia e Cina – interessati a destabilizzare l’Occidente e a ridurne la capacità di concentrazione su altri fronti geopolitici, dall’Ucraina al Pacifico. Non ci sono prove definitive, ma il sospetto resta forte.
In ogni caso, il risultato è evidente: l’attacco del 7 ottobre ha superato i confini regionali, diventando un catalizzatore di tensioni globali. La guerra cognitiva non si ferma ai confini di Israele o della Palestina, ma si riflette nelle opinioni pubbliche occidentali, divise tra sostegno e opposizione, alimentando ulteriormente l’instabilità.
Implicazioni etiche, giuridiche e per la democrazia
L’uso crescente della manipolazione informativa solleva interrogativi profondi. Quali limiti etici dovrebbero esserci nell’utilizzo di tecniche psicologiche per influenzare le masse? E come distinguere la propaganda da un legittimo discorso politico?
Il caso Shahbazi mette in luce anche il problema della giustizia: confessioni estorte, processi lampo, esecuzioni che diventano strumenti politici. In simili contesti, i diritti fondamentali dell’individuo sono sacrificati sull’altare della sicurezza nazionale.
Ma la questione non riguarda solo regimi autoritari. Anche nelle democrazie occidentali, la gestione delle informazioni da parte di governi e piattaforme digitali solleva dubbi di accountability. Quanto sappiamo davvero su come i nostri dati vengono utilizzati? E fino a che punto siamo consapevoli di far parte di una catena di manipolazione che ci coinvolge in prima persona?
Infine, la difesa della democrazia non può limitarsi a strumenti giuridici o militari. Richiede un investimento culturale: alfabetizzazione digitale, consapevolezza critica e capacità di distinguere tra informazione verificata e manipolazione. Senza questo, ogni società diventa vulnerabile.
In ultima analisi la guerra invisibile che si combatte oggi non ha fronti definiti né uniformi da riconoscere. Il campo di battaglia è la mente umana, e l’arma principale è l’informazione. Israele e Iran offrono un esempio attuale e drammatico di questa dinamica, ma il fenomeno riguarda l’intero sistema internazionale.
La vera vittoria non si misura più in chilometri conquistati o in mezzi militari distrutti, ma nella capacità di plasmare percezioni, condizionare opinioni e orientare comportamenti. Questo rende la guerra psicologica e cognitiva uno strumento di lungo periodo, potenzialmente più destabilizzante delle guerre tradizionali.
Per resistere, le società devono investire nella resilienza cognitiva: educazione, pensiero critico, fiducia nelle istituzioni democratiche. Solo così sarà possibile difendersi da un conflitto che non si vede ma che, ogni giorno, condiziona le nostre vite.
Bibliografia:
Lodo Moro https://www.youtube.com/watch?v=u82l1aYj8x8
Reuters, Iran executes man accused of spying for Israel, state media says, 17 settembre 2025. https://www.reuters.com/world/middle-east/iran-executes-man-accused-spying-israel-2025-09-17
Al Jazeera, Iran executes man it says spied for Israel; activists say false confession. https://www.aljazeera.com/news/2025/9/17/iran-executes-man-it-says-spied-for-israel-activists-say-false-confession
Iran Human Rights, Babak Shahbazi 10th Israel espionage defendant hanged in 5 months. https://iranhr.net/en/articles/8028
Hudson Institute, How Israel’s Operation Rising Lion Dismantled Iran: A Case Study in Cognitive Warfare. https://www.hudson.org/defense-strategy/how-israels-operation-rising-lion-dismantled-iran-within-case-study-art-deception
ProPublica, The Man Running Israel’s Intelligence Operation. https://www.propublica.org/article/david-barnea-mossad
Times of Israel, Historic days for Israel: Mossad chief says crippled Iran nuclear threat. https://www.ynetnews.com/article/rkk611jtegg
Samuel Woolley, The Reality Game: How the Next Wave of Technology Will Break the Truth, PublicAffairs, 2020.
NATO Innovation Hub, Cognitive Warfare, 2021.
RAND Corporation, The Emerging Risk of Virtual Societal Warfare, 2019.
