Domani, 15 agosto 2025, l’Alaska diventerà per qualche ora il crocevia della geopolitica mondiale. A incontrarsi saranno Donald Trump e Vladimir Putin, in un vertice che, almeno sulla carta, dovrebbe esplorare la possibilità di una fine della guerra in Ucraina. Nelle ipotesi sul tavolo c’è anche un’inedita “tregua aerea”: sospensione temporanea dei bombardamenti russi contro le città ucraine e, in parallelo, stop agli attacchi di Kiev contro le infrastrutture energetiche e aeroportuali russe.
Un embrione di cessate il fuoco? Forse. Ma, secondo un’analisi firmata dal giornalista Maxim Trudolyubov su Meduza (testata russa con sede in Lettonia, dichiarata “organizzazione indesiderabile” e bloccata in Russia) questo accordo sarebbe soprattutto un colpo di teatro a beneficio di Mosca.
L’autore non usa mezzi termini: la “tregua aerea” conviene alla Russia perché ridurrebbe la pressione mediatica internazionale, darebbe l’immagine di un Cremlino disponibile al dialogo e, allo stesso tempo, non costringerebbe Putin a fermare l’offensiva di terra in Ucraina. Una mossa di facciata, dunque, che consentirebbe al regime di continuare a guadagnare terreno senza il contraccolpo delle immagini di città ucraine bombardate trasmesse ogni sera nei telegiornali di mezzo mondo.
Ma c’è di più. Trudolyubov sostiene che il Cremlino stia orchestrando una doppia strategia: da un lato, aprirsi alla diplomazia internazionale (compresa questa “tregua aerea”) per apparire ragionevole; dall’altro, consolidare un sistema repressivo stabile e capillare, capace di neutralizzare qualsiasi dissenso o sviluppo politico alternativo. Un meccanismo che rischia di intrappolare la Russia in uno stato di assedio permanente anche dopo la fine del conflitto.
Alaska e la pace che spaventa il Cremlino
Per capire il ragionamento dell’autore, bisogna partire da una premessa scomoda: la fine della guerra, per il Cremlino, non è necessariamente un obiettivo desiderabile. Per molti popoli e governi, la chiusura del conflitto significherebbe lutto certo, ma anche ricostruzione e ricalcolo politico. Per Mosca, invece, sarebbe un pericolo. La guerra ha permesso a Putin di giustificare leggi eccezionali, censura, repressioni mirate e un controllo quasi totale dello spazio informativo. Senza questa cornice di emergenza, il rischio è che i cittadini comincino a chiedere conto dei costi economici e umani, delle responsabilità politiche e militari e, peggio ancora, a immaginare alternative di governo. È per questo che, secondo Meduza, il Cremlino sta già preparando un passaggio narrativo: dal “tempo di guerra” alla “situazione permanente di assedio”. Un concetto elastico, che consente di mantenere lo stesso impianto repressivo anche in assenza di bombardamenti, sostituendo al nemico esterno quello interno o potenziali minacce globali.
Dopo l’Alaska, la repressione mirata del Cremlino
Trudolyubov descrive l’evoluzione del sistema repressivo russo in tre fasi. Nel 2022, le prime settimane dell’invasione furono caratterizzate da arresti di massa, proteste represse brutalmente, leggi lampo per punire chiunque diffondesse “fake news” sull’esercito. Nel 2023 e 2024, la protesta di piazza era praticamente scomparsa, la censura consolidata e la macchina della repressione iniziava a selezionare i bersagli.
Oggi, nel 2025, la logica è diversa. Non più arresti indiscriminati, ma casi esemplari con pene durissime. È la cosiddetta “stabilità repressiva”: meno procedimenti, ma più severi, per instillare paura preventiva. Due nomi bastano a illustrare il metodo: Nadine Geisler, condannata a 22 anni per tradimento e finanziamento del terrorismo dopo aver aiutato rifugiati ucraini; Olga Komleva, 12 anni per presunta collaborazione con la fondazione anticorruzione di Navalny e diffusione di notizie “false” sull’esercito. Non serve colpire tutti, basta che tutti sappiano cosa rischiano.
Controllo digitale e memoria: il futuro secondo Mosca
Al cuore della strategia di Mosca c’è anche un’espansione tecnologica e culturale. Sul fronte digitale, il Cremlino lavora alla costruzione di un “autoritarismo digitale” in grado di monitorare, limitare e indirizzare il comportamento online dei cittadini. Non ancora ai livelli della Cina, ma la direzione è chiara. Sul fronte culturale, si riscrive la storia: revoca delle riabilitazioni alle vittime delle purghe staliniane, modifica della memoria ufficiale delle repressioni passate. Il messaggio è che la durezza politica è parte integrante dell’identità nazionale. Un popolo “allenato” ad accettare la repressione sarà meno incline a opporsi quando questa si ripresenterà, sotto qualsiasi forma.
Russia futura: il piano del Cremlino oltre l’Alaska
Nessuno al Cremlino si illude che Putin sia eterno. Per questo la partita è già aperta su come garantire la sopravvivenza del sistema in una Russia post-Putin. La strategia? Transizione controllata, con le stesse regole e facce nuove. Una continuità mascherata, in cui le élite oggi fedeli possano domani diventare eredi legittimi, senza rischiare rivoluzioni o cambi di rotta. Per riuscirci è fondamentale eliminare o neutralizzare chi propone visioni alternative: rimodulazione dei vertici dell’FSB, processi per crimini di guerra, riforme istituzionali. Ogni progetto di “ora zero”, un punto di svolta improvviso con nuove regole, è visto come un pericolo da estirpare sul nascere.
Il futuro già scritto nello stato di assedio permanente
Il quadro che emerge dall’analisi di Trudolyubov è inquietante per i russi e forse anche per l’Europa. Il Cremlino non si limita a gestire il presente, ma sta già plasmando il futuro. Gli anni di propaganda e repressione hanno addestrato la società ad accettare decisioni calate dall’alto. In un dopoguerra senza shock politici, i nuovi leader potranno governare senza dover spiegare nulla. La popolazione sarà abituata a scelte obbligate, a un’agenda definita altrove, a un sistema che appare immutabile.
In questo contesto, il vertice in Alaska assume un significato diverso: non tanto un passo verso la pace, quanto una tappa in una strategia più ampia, in cui la diplomazia è solo una facciata e il vero obiettivo è preservare il potere. L’eventuale “tregua aerea” non sarebbe che un’interruzione selettiva del rumore della guerra, utile a Mosca per apparire moderata, mentre dietro le quinte si consolida lo stato di assedio permanente.
E quando la guerra finirà, perché prima o poi finirà, la Russia rischia di scoprire che l’assedio non era contro l’Ucraina, ma contro se stessa.
