InGazzati: violenze, danneggiamenti e caos. Cui prodest?
Alla luce degli avvenimenti di ieri, lunedì 22 settembre, che hanno contrassegnato la giornata di mobilitazione nazionale dal risonante slogan “Blocchiamo tutto”, a sostegno di “Gaza e contro il Decreto sicurezza”, è lecito pensare ad un punto di non ritorno in riferimento alle tensioni sfociate in deliberati scontri e vandalismi posti in atto dai pacifinti in piazza.
Il bilancio della giornata è grave: incidenti a macchia di leopardo si sono verificati a Torino, Bologna, Trieste, Napoli, Catania e, soprattutto Milano; circa 80 feriti tra agenti delle Forze di polizia e antagonisti; danneggiamenti a infrastrutture, imbrattamenti deliberati, blocchi stradali che hanno indotto la gente normale all’esasperazione ed alla frustrazione. Autotrasportatori, semplici lavoratori, turisti, mezzi di soccorso, bloccati per ore sulle arterie delle principali città italiane non hanno potuto raggiungere le loro mete perché impediti nel transito da manipoli di decerebrati in “lotta per Gaza assediata, contro il genocidio in atto, contro la repressione di stato, contro il Governo Meloni, il sionismo, l’imperialismo” e quant’altro torni utile a una minoranza ridotta a cavalcare ogni ondata di sdegno verso chicchessia per tentare una rimonta impossibile.
Il tutto dopo avere reclutato ad hoc le frange più violente degli antagonisti militanti, dai “Black bloc” agli anarcoinsurrezionalisti, ai sociopatici di importazione delle periferie sino a giungere alle sigle più che note del sindacalismo di base e dei collettivi universitari fomentati dai caporioni fuori età rappresentati da vecchi brigatari impegnatissimi a ripresentare ciò che la storia ha condannato e sepolto.
Non ci stupisce, quindi, il fatto che proprio venerdì pomeriggio su una banchina della Stazione Centrale di Milano dove era appena giunto un convoglio proveniente da Roma, sia stato rinvenuto e consegnato ad un nostro rappresentante, un volantino stampato fronte e retro sulla classica carta patinata lucida, che ripropone i numeri 15-16 di “lotta comunista” datati maggio giugno 1967 e ristampati, come da precisa indicazione, nel dicembre 2023 in seno ad una “sottoscrizione per la stampa leninista”.


Tale documento presenta, oltre che i classici contenuti propagandistici dei gruppi leninisti della sinistra comunista, la peculiarità di alcune sintomatiche sottolineature vergate con un evidenziatore che pongono in risalto alcune frasi assai indicative e riferibili all’attuale momento di conflittualità, peraltro ingiustificata, che stiamo vivendo.
Pur evidenziando in toto il volantino rinvenuto che, come prassi, verrà consegnato ai competenti organi investigativi, appare opportuno riportare le frasi contemplate ne corpo del documento nella loro interezza:
“Il capitalismo prepara, come sempre, le condizioni della guerra. Si può dire di più: il capitalismo è di per se stesso la guerra e, siccome tutto il mondo è capitalistico, la guerra è oggi la condizione permanente dell’umanità. Dal primo decennio del secolo (scorso NDR) lo sviluppo del capitalismo ha finito d’essere relativamente pacifico perché è stato questo sviluppo stesso a produrre l’imperialismo e a far si che i paesi capitalistici più sviluppati avessero la forza economica e quindi militare, di imporre le loro necessità di espansione e i loro interessi ai paesi capitalistici meno sviluppati e quindi più deboli o a paesi coloniali o semicolonialii quali subivano un processo di diffusione del capitalismo al loro interno”.
“Solo i marxisti conseguenti, solo i leninisti sono riusciti a sottrarsi a questo condizionamento dell’imperialismo e a trasformare una guerra imperialista in una rivoluzione proletaria perché si sono schierati contro tutti i fronti dell’imperialismo contro tutti i paesi capitalistici grandi o piccoli, contro tutte le correnti ‘interventiste’ da quelle ‘democratiche’ a quelle ‘socialiste’.
“La borghesia araba, allevata e foraggiata da intrallazzi con gli imperialisti europei e americani, da tempo ha raggiunto la carta sovietica al suo gioco. Quella israeliana, la carta stalinista l’ha giocata e spesa bene nel 1947 quando URSS e USA appoggiavano il sionismo per scalzare dal Medio Oriente le esauste potenze anglo-francesi che rispolveravano persino il panarabismo, lo armavano, lo organizzavano per rimanere a galla…del petrolio”.
“Dovranno passare dieci anni prima che il rafforzamento del capitalismo europeo presenti il tentativo di reingresso concorrenziale nel Medio Oriente e provochi un altro squilibrio dei rapporti internazionali ed interni nella zona”.
“Mancavano all’appello i maoisti, i filo-cinesi confermare il ruolo da noi individuato al loro apparire. Puntuali come gli altri, hanno scelto non il proletariato mediorientale ma la borghesia araba, non l’internazionalismo ma la guerra, non la rivoluzione di classe che unisca arabi e israeliani, ma la lotta tra Stati, non il disfattismo rivoluzionario di Lenin ma il nazionalsocialismo di Nasser”.
Non stupisce tanto il rilevare come questi deliranti, antistorici e contraddittori proclami vengano riproposti in questi tempi, quanto come molti credano fermamente di ripercorrere i medesimi itinerari di “lotta” che portarono il nostro Paese sull’orlo della catastrofe con la nascita dei primi gruppi terroristici: dalle Brigate Rosse a prima linea, dai Gruppi di azione partigiana ai Nuclei armati proletari, tutti indistintamente sostenuti da alleanze consolidate con i paritetici gruppi terroristi arabo-palestinesi quali Al Fath (traslitterato in al- Fatah), Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Settembre nero.
Da qui abbiamo riflettuto sui contenuti del documento rinvenuto.
Ebbene, dall’analisi comparativa del testo emergono numerose correlazioni con i contenuti dei website del (nuovo)PCI e dei CARC, sia in merito al lessico utilizzato si anche nel target, Israele.
In definitiva il contenuto del volantino proposto condivide agilmente il “nucleo tematico” centrale dei discorsi ufficiali del (n)PCI e dei CARC, ossia, la critica netta alla guerra ed al supposto correlato imperialismo; l’enfasi sulla rivoluzione come risposta alla guerra o crisi; l’internazionalismo come valore urgente ed il richiamo a un ordine sociale alternativo parallelo ad una rottura con il sistema esistente.
Un’analisi prospettica rileva come il terreno seminato da tali vetusti richiami alla rivoluzione proletario, al governo di blocco popolare, accompagnati da forti spinte antisemite (mascherate da antisionismo), intenda portare ad un rifiorire della lotta armata contro obiettivi predeterminati. Da esponenti politici a installazioni militari, a personaggi elencati nell’ormai famoso elenco delle “Entità sioniste” a tutt’oggi presente nel website del (n)PCI.

In tutto ciò, la rappresentazione delle piazze di ieri conferma, anche se in parte, le prospettive da noi riportate. L’apparizione di un deltaplano in volo avvenuto durante una manifestazione a sostegno della Palestina a Calenzano (Firenze) accolto da applausi e cori pro-Gaza che induceva a ricordare l’utilizzo di tale mezzo nella strage perpetrata contro i civili israeliani il 7 ottobre 2023, induce a pensare come il gesto non sia stato frutto di un azione folkloristica ma un chiaro riferimento al terrorismo di Hamas. Le violenze alla Stazione Centrale di Milano sono state condotte per lo più da gruppi di maghrebini e black bloc nostrani, entrambi attirati dall’attenzione mediatica che le loro “eroiche gesta” avrebbero destato ma, nell’occasione, innalzati al ruolo di “combattenti” in nome della causa comune dei manifestanti della lotta contro lo Stato di Israele e contro l’Esecutivo in carica.
L’imposizione della volontà di pochi a scapito di quella della maggioranza non può certo essere giustificata dalla causa proposta. La realtà dei fatti parla di uno sciopero flop, di una partecipazione alle manifestazioni che, sebbene diffusa, numericamente è stata al pari di un qualsiasi corteo “pro-week end lungo” che è ormai prassi consolidata. Tutti, tanti, troppi, si sono chiesti semplicemente: ma che c’entra Gaza con la violenza urbana in Italia? Perché istigare le Forze di Polizia ad una reazione? Perché vandalizzare stazioni, porti, bloccare la viabilità?
Risposte altrettanto banali: per attirare l’attenzione, per fare mero proselitismo, per raccogliere i consensi dei tanti disadattati, dei clandestini in lotta contro una società che rifiuta il loro stile di vita incivile o il loro Credo ortodosso altrettanto improponibile.
Cui prodest? Alla radicalizzazione delle masse, alla mobilitazione dei gruppi antagonisti, alla preparazione di terreni di scontro sociale non disdicendo quello frontale con i tutori dell’ordine il tutto al fine di appellarsi ad ogni forza popolare in grado di opporsi all’ordine costituito e voluto da un voto altrettanto popolare che ha dato il proprio consenso alla formazione di un Governo di centro destra.
(Funerale di un martire a Khan Younis)
E Gaza? E lo stato palestinese? E lo sterminio? Da mesi si discute animatamente su questi punti. Le risposte ai quesiti intendiamo riproporle con un linguaggio semplice. Gaza, ovvero, la Striscia di Gaza, è un territorio concesso agli arabo palestinesi governato da un’entità terrorista, ovvero Hamas. Questa stessa formazione armata, ha scatenato il conflitto con lo Stato di Israele con un’efferata strage in danno di civili (si badi bene, non solo ebrei, ma arabo-israeliani, cristiani ed anche palestinesi residenti) il 7 ottobre 2023 e, non certo sorpresa dalla reazione delle Forze di difesa israeliane, ha utilizzato i propri concittadini come scudi umani, costringendoli per mesi a non abbandonare le proprie abitazioni, a condurre gli ostaggi catturati nell’azione del 7 ottobre all’interno della rete di cunicoli sottostante la “Striscia” e a proporre una narrazione propria della situazione emergenziale della zona, facendo ricorso a clamorose fake prodotte e pubblicate con la complicità di organi di informazione consenzienti se non schierati in chiave antisemita.
La richiesta del riconoscimento di uno stato palestinese non è storia di oggi.
Yasser Arafat, non compianto leader dell’Olp, ottenne nel 1974 il riconoscimento della rappresentanza del popolo palestinese dall’Onu, dopo reiterati proclami inneggianti alla “creazione di uno stato palestinese creato dopo la dissoluzione di Israele”.
Da allora si è assistito ad un proliferare di violenze indiscriminate, attentati, incursioni terroristiche in danno di inermi civili ebrei e non ebrei, israeliani o occidentali, colpevoli di appartenere a realtà alleate o comunque, schierate in sostegno dello Stato di Israele.
(Esecuzione da parte di Hamas di presunti collaborazionisti a Gaza)
Un qualsiasi “Stato” è formato da elementi essenziali, quali: una comunità di cittadini liberi, che occupa un territorio definito da confini delineati ed organizzato sotto un governo legittimo.
Da qui, per logica, il riconoscimento di uno “stato palestinese” è improponibile, poiché vengono a mancare tutte le parti essenziali per la proclamazione del medesimo. I cosiddetti palestinesi, rifiutati da tutti gli Stati arabi confinanti con Israele (Egitto, Libano e Giordania), altro non sono che una popolazione eterogenea che risiede in un territorio frammentato senza un reale confine, in perenne conflitto con Israele, afflitto da una tirannia feroce composta da Hamas, Jihad islamica e fazione minoritarie, quindi, non certo da un governo legittimo. La leadership guidata da Mahmud Abbas, meglio noto come Abu Mazen, il 90enne presidente dell’Autorità nazionale palestinese dal 2005, nella realtà dei fatti è un Premier senza alcun potere se non quello di rappresentare uno Stato inesistente. Osteggiato dalle organizzazioni terroristiche, vive perennemente sotto scorta e fatto salvo che per sporadiche e futili dichiarazioni rilasciate ai media, non gode di alcuna stima anche e soprattutto per la prevalenza di estremisti anche all’interno del suo governo fantoccio.
In conclusione occorre ricordare che il vivere democratico è sinonimo di convivenza pacifica, anche tra opposti schieramenti. Il diritto soggettivo è limitato dal confine con il diritto altrui, laddove esistono anche i “doveri” del cittadino, costituzionalmente sanciti che impongono il rispetto delle leggi anche quando le stesse non convergano con ogni personale interpretazione. Una minoranza che intende imporre i propri dogmi alla maggioranza dei cittadini di uno Stato deve seriamente riflettere prima di intraprendere un percorso che altro non porta ad un’azione-reazione violenta. Pensateci.
