Sul suo nome ci sarebbe il via libera di Israele, Stati Uniti e Lega Araba. Samir Hulileh, economista, ex alto funzionario dell’Autorità Nazionale Palestinese, uomo d’affari legato a reti economiche e diplomatiche che vanno dal Golfo agli Stati Uniti, potrebbe diventare il nuovo “governatore” di Gaza. 69 anni, residente a Ramallah, Samir Hulileh sarebbe il candidato che molti attori internazionali vedrebbero nella Striscia di Gaza quando le armi taceranno. Una figura che, nelle intenzioni dei promotori, potrebbe traghettare la Striscia verso una ricostruzione supervisionata da un’Autorità transitoria, né sotto Hamas né sotto l’Anp, ma con legittimità sufficiente per mantenere l’ordine e garantire sicurezza.
L’idea, raccontata dal quotidiano israeliano Ynet, sarebbe maturata in mesi di colloqui dietro le quinte, con il supporto del lobbista canadese-israeliano Ari Ben-Menashe, ex agente dell’intelligence di Tel Aviv. Ben-Menashe, assolto negli USA negli anni ’80 dallo scandalo Iran-Contra, avrebbe confermato di lavorare al “piano Hulileh” in coordinamento con funzionari statunitensi, immaginando un’operazione sotto l’ombrello della Lega Araba e il sostegno di Egitto e Arabia Saudita. Obiettivo: un’autorità di ricostruzione capace di gestire dai 600 ai 1.000 camion di aiuti al giorno, aprire quattro o cinque valichi commerciali senza restrizioni, smantellare l’arsenale residuo di Hamas e della Jihad Islamica e attrarre fino a 53 miliardi di dollari di investimenti. Un’impresa difficile ma non impossibile.
Un incarico che nasce dall’urgenza
L’urgenza di un volto nuovo a Gaza non nasce adesso. Israele, dopo il 7 ottobre 2023, ha definito quattro obiettivi intoccabili: impedire un secondo massacro, riportare a casa gli ostaggi, distruggere le capacità militari di Hamas e ristabilire la deterrenza regionale. Quel giorno oltre 1.200 persone furono uccise e 251 rapite. Un trauma che ha spinto Gerusalemme a un’operazione militare prolungata, focalizzata su Gaza City, centro nevralgico dei tunnel, dei depositi d’armi e dell’apparato politico-amministrativo del gruppo terroristico.
Ma la battaglia non è solo militare. Hamas, oltre alle milizie, controlla un apparato mediatico globale ben rodato, alimentato da Qatar e Iran. Da decenni, reti televisive come Al-Aqsa TV, agenzia al-Wafa e Shihab e giornali come Al-Risala sono state costruite per colpire segmenti specifici della popolazione e diffondere propaganda anti-israeliana. Questo sistema integra influencer, portavoce civili e militari e sfrutta piattaforme internazionali come Al-Jazeera e Middle East Eye, con il supporto diretto di ministeri e media qatarioti. Parallelamente, l’Iran ha fornito addestramento mediatico attraverso il conglomerato IRTVU, collegato alle Guardie Rivoluzionarie, replicando il modello di Hezbollah.
Il peso della guerra psicologica
Dal volto mascherato di Abu Obaida, portavoce militare che diffonde video di soldati israeliani uccisi, fino al portavoce del ministero della Salute di Gaza, Ashraf al-Qudra, che oggi vive in Qatar pur essendo tra le fonti più citate dai media internazionali, l’ecosistema comunicativo di Hamas è calibrato per influenzare l’opinione pubblica globale. Anche il sistema sanitario, epurato nel 2007 da figure legate a Fatah e rimpiazzato da fedelissimi al movimento terroristico, è parte della macchina: ospedali usati come basi logistiche, tunnel scavati sotto le strutture, ostaggi detenuti e in alcuni casi assassinati al loro interno.
In questo contesto, Israele ha spesso lasciato l’arena della diplomazia pubblica quasi vuota, permettendo a Hamas di dominare il racconto mediatico internazionale. Un vuoto che Hulileh, nella sua visione, immagina di colmare con un’autorità in grado di coordinare aiuti e infrastrutture, ma anche di gestire la narrazione, sottraendo spazio a un apparato di propaganda ben più collaudato.
Il calcolo geopolitico
Ogni settimana di operazioni militari aumenta il costo politico per Israele: frizioni con Washington, pressioni da Londra, Berlino e Parigi, avvertimenti al Consiglio di Sicurezza ONU. Eppure, per Netanyahu e il suo governo, un ritiro senza il disarmo di Hamas è impensabile. Qui la carta Hulileh diventa interessante per Gerusalemme: un volto palestinese non legato ad Hamas, sostenuto da capitali arabi e internazionali e in grado di operare in una cornice che includa il controllo delle armi e la cooperazione regionale.
Il “giorno dopo” tra rischi e opportunità
E a proposito del giorno dopo, attualmente sarebbero tre gli scenari in discussione: il presidio militare prolungato israeliano, una transizione arabo-internazionale o un’Autorità Palestinese riformata. Nessuno privo di rischi e la candidatura di Hulileh si colloca a metà strada proprio tra i primi due punti, con l’idea di una gestione civile sostenuta da forze arabe, ma sotto la garanzia politica di Stati Uniti e Israele. Tuttavia, restano ancora nodi pesanti da sciogliere. In particolare. la disponibilità reale degli attori regionali, il finanziamento e soprattutto la sicurezza, in un territorio dove Hamas conserva cellule armate e una rete clandestina radicata e ben difesa da trappole esplosive e dai cecchini in abito civile che aspirano al ruolo di shahid, non sottovalutando la diffusa mappa di mine anti-uomo ed anticarro posizionate in incroci stradali vitali e quartieri controllati da Hamas.
Gaza oggi, infatti, è un banco di prova per la capacità di Israele di concludere un conflitto senza aprirne subito un altro. La nomina di Samir Hulileh a governatore potrebbe rappresentare una via d’uscita politica a una guerra che si combatte tanto nei vicoli di Gaza City quanto nei feed dei social media e nelle stanze diplomatiche di Washington, Doha e Teheran. Ma la sua riuscita dipenderà da un presupposto irrinunciabile per Israele e, a parole, anche per diversi Paesi arabi: che Hamas, il gruppo terroristico che ha dato avvio a questa crisi, sia privato per sempre delle sue armi e della sua capacità di colpire.
