Il dilemma di Meloni: Fratelli d’Italia, FN e il prezzo della coerenza atlantica
Il 12 agosto Giorgia Meloni ha liquidato Roberto Vannacci come “un’operazione costruita per favorire la sinistra”. Tre giorni prima Futuro Nazionale aveva pubblicato la prima parte del suo programma, con la Russia citata tredici volte, più delle pensioni. Due dichiarazioni pubbliche, tredici giorni di distanza, la stessa area elettorale contesa. Chi ha ragione conta meno di ciò che entrambe le mosse rivelano: una coalizione che non sa più decidere se la propria politica estera sia un principio o una variabile negoziabile.
Due destre, due Atlantici
Fratelli d’Italia ha costruito la propria credibilità internazionale su un atlantismo quasi ostentato. Dal 2019 a oggi i suoi eurodeputati hanno votato contro il Cremlino nel 90% dei casi sui dossier legati alla Russia, un dato che li colloca, insieme a Forza Italia, tra le forze più dure d’Europa, più della Lega, più di Podemos, più di certi settori del Partito Democratico che la propaganda vorrebbe irreprensibili. Non è un dettaglio: è la merce di scambio che ha permesso a Meloni di sedersi ai tavoli che contano, di garantire a Bruxelles e Washington che la destra postfascista italiana non fosse una minaccia sistemica ma un partner affidabile.
Futuro Nazionale nasce da un calcolo opposto. Vannacci chiede lo stop alle armi a Kiev, la riapertura del gas russo “a prezzi vantaggiosi”, un dialogo esplicito con Mosca in nome di una “visione realista e multipolare”. Cita Aleksandr Dugin, il teorico che ha fornito l’impalcatura ideologica all’espansionismo putiniano, più spesso di quanto citi gli stipendi. Guarda con favore all’America First di Trump ma condanna l’attacco all’Iran: non è filoamericano, è filo-sovranista, categoria diversa che include Washington solo quando conviene. È il rossobruno travestito da destra nazionale, la stessa area in cui Mosca, tramite l’ambasciata, ha mandato applausi al congresso di un partito che si definisce “né di destra né di sinistra” ma parla con la voce di Lavrov.
Qui la distanza non è tattica. È strutturale. FdI ha scelto l’Occidente come cornice, Futuro Nazionale lo tratta come un’opzione tra le altre.
Lo storico di un rapporto nato dalla scissione
Futuro Nazionale non arriva da fuori. Nasce a febbraio 2026 da una scissione della Lega, con Vannacci che lascia il partito di Salvini portandosi dietro parlamentari e, a marzo, l’assorbimento di Indipendenza, il movimento di Gianni Alemanno. È quindi un competitor generato dall’interno del centrodestra, non un’invasione esterna: sottrae voti soprattutto alla Lega, ma sempre di più anche a Fratelli d’Italia, e intercetta l’astensione.
I rapporti tra le due forze sono passati per tre fasi nel giro di sei mesi. Prima l’understatement, quando FdI trattava Vannacci come fenomeno mediatico destinato a esaurirsi. Poi l’attacco frontale, culminato nel discorso alla Camera in cui Meloni ha accusato i parlamentari di FN di aver votato più volte con l’opposizione, sottraendo fiducia al governo proprio mentre si professano “vera destra”. L’affondo era chirurgico: non l’accusa di estremismo, che avrebbe alimentato la retorica vittimista di Vannacci, ma quella di incoerenza verificabile, un fatto parlamentare, non un’opinione. Infine, dopo l’estate, l’ambiguità calcolata: Meloni chiude pubblicamente (“operazione per la sinistra”), mentre dentro Fratelli d’Italia si consolida la convinzione opposta, condivisa da tutti tranne Giovanni Donzelli e il filo-ucraino Fazzolari, che senza il simbolo di Vannacci sulla scheda elettorale il centrodestra rischi la sconfitta nel 2027.
Questa oscillazione non è debolezza caratteriale. È l’effetto di un dilemma matematico che la strategia comunicativa non può risolvere.
Il dilemma matematico
I numeri raccontano una tenaglia. Fratelli d’Italia oscilla tra il 26 e il 28%, in calo rispetto ai picchi di inizio legislatura. Futuro Nazionale è passato da fenomeno di nicchia a quinta o quarta forza politica italiana, tra il 6,5% e il 7,8% a seconda dell’istituto, superando la Lega e talvolta Forza Italia. Il centrodestra tradizionale, FdI più Lega più Forza Italia, si ferma al 41,6%, sotto la soglia del 42% fissata dalla nuova legge elettorale Stabilicum per accedere al premio di maggioranza. Con Futuro Nazionale dentro, la simulazione Youtrend porta la coalizione a 222 seggi alla Camera, un margine solido. Senza, in un ipotetico ballottaggio, il centrodestra vince di misura contro Schlein ma perde contro Conte.
Il dato controintuitivo, quello che complica ogni lettura semplice, secondo me è questo: più di un elettore su due di Giorgia Meloni vuole Vannacci in coalizione. Non è un fenomeno esterno che erode la base di FdI dall’esterno. È la base di FdI che chiede alla propria leader di integrare ciò che lei stessa, in pubblico, bolla come manovra ostile.
Cosa non ha fatto Fratelli d’Italia
Meloni ha scelto finora la strategia del silenzio strategico alternato a scariche verbali, mai una linea coerente. Ha lasciato che Vannacci occupasse per mesi lo spazio dell’autenticità radicale, quello che il governo, per necessità di responsabilità istituzionale, ha dovuto smussare. Non ha offerto una sponda programmatica chiara né ha isolato il fenomeno con altrettanta chiarezza: lo ha attaccato quando cresceva troppo, lo ha ignorato quando sembrava contenibile. È la tattica di chi rincorre i sondaggi anziché guidarli.
L’errore più grave è di framing, non di calendario. Fratelli d’Italia ha lasciato che il tema si polarizzasse tra “prendere Vannacci” e “combattere Vannacci”, quando la vera domanda riguarda cosa la coalizione è disposta a cedere sulla politica estera per tenerlo dentro. Vannacci lo ha capito meglio di Meloni: ha già messo per iscritto le condizioni, un accordo “scritto, pubblico e verificabile con tempi precisi”, linea rossa sull’Ucraina, “niente armi e denaro senza strategia e obiettivi raggiungibili”. Non è un’apertura, è un ultimatum formulato come apertura. FdI non ha ancora prodotto una contro-proposta altrettanto esplicita. Ha preferito la retorica dell’incoerenza parlamentare, efficace come arma tattica, insufficiente come architettura di coalizione.
Come si sposano le distanze, se si sposano?
Tre strade, non due. La prima è l’assorbimento pieno: Vannacci entra, la coalizione si sposta a destra sulla politica migratoria e fiscale ma FdI tiene la delega degli Esteri, isolando Futuro Nazionale dalle leve che contano su Ucraina e Russia. È il modello già sperimentato con la Lega di Salvini, che negli anni ha votato gli aiuti a Kiev pur brontolando in pubblico: la disciplina di governo prevale sulla propaganda, a patto che chi comanda il dicastero degli Esteri resti saldamente in mano moderata.
La seconda è la marcia separata fino al voto, alleanza solo tecnica in extremis. Vannacci cresce in autonomia, massimizza la propria narrativa di alternativa vera, e solo a ridosso delle elezioni sigla un’intesa programmatica minima, sufficiente a sommare i voti senza fondere le identità. È lo scenario che diversi osservatori vicini a FdI considerano già in atto: lasciarlo crescere adesso, trovarlo a dicembre.
La terza, la più costosa per Meloni, è la vera concessione sull’Ucraina. Non whitewashing retorico ma cambio di sostanza: riduzione degli aiuti militari, apertura diplomatica esplicita verso Mosca. Qui la coalizione romperebbe con la Commissione europea, con la NATO, con l’immagine internazionale costruita in tre anni di governo. Il prezzo non sarebbe pagato dai sondaggi interni, ma dalla credibilità geopolitica dell’Italia a Bruxelles e Washington.
Ognuna delle tre strade ha un costo. Nessuna è gratuita. Ma la prima, quella dell’assorbimento con segregazione delle deleghe estere, è l’unica che non obbliga Fratelli d’Italia a rinnegare in un colpo solo tre anni di posizionamento atlantico.
Dove sta il bacino elettorale e perché non è dove pensa Meloni?
L’elettorato che Futuro Nazionale intercetta non è solo quello leghista in fuga. È fatto di tre componenti distinte. La prima è l’elettorato di FdI deluso dalla moderazione istituzionale, quello che considera la linea di governo troppo prudente su immigrazione, sicurezza, identità: qui Vannacci pesca dentro casa Meloni, non fuori. La seconda è l’astensione, il bacino più grande e meno raccontato: Vannacci stesso rivendica che l’obiettivo non è sottrarre voti agli altri partiti ma “riportare alle urne chi non crede più nella possibilità di cambiare”. La terza, minoritaria ma non trascurabile, è la componente esplicitamente filorussa e antiatlantica, quella che in altri contesti europei ha votato Rassemblement National o AfD: per questa fetta, nessuna concessione cosmetica di FdI sarà mai sufficiente, perché la domanda non è di policy ma identitaria.
Per Fratelli d’Italia, incrementare i consensi senza inseguire Vannacci sul terreno russo significa lavorare sulla prima e sulla seconda componente, non sulla terza. Sulla prima, il partito può competere sui contenuti identitari e securitari senza toccare la politica estera: remigrazione, cittadinanza, ordine pubblico sono terreni su cui FdI può inasprire la propria proposta restando dentro il perimetro atlantico. Sulla seconda, l’astensione, la partita si gioca sulla credibilità di governo più che sulla radicalità retorica: chi non vota più non lo fa per moderazione eccessiva, lo fa per sfiducia nel sistema tout court, e lì la soluzione non è imitare Vannacci ma dimostrare che il governo produce risultati verificabili.
La terza componente, quella filoputiniana per convinzione e non per protesta, è l’unica che Fratelli d’Italia non recupererà mai senza tradire se stessa. E forse è bene che resti così.
Il nodo che nessuno vuole nominare
Meloni ha scommesso finora sulla tenuta della stabilità istituzionale per prosciugare l’attrattiva delle sirene radicali. È una scommessa razionale, ma ha una scadenza: il 2027. Se il centrodestra tradizionale resta sotto il 42% e Futuro Nazionale resta fuori dalla coalizione, la vittoria non è garantita, e con essa la stessa politica estera atlantica che Meloni ha costruito rischia di finire nelle mani di un parlamento proporzionale ingovernabile, forse più permeabile alle pressioni russe di quanto un accordo esplicito con Vannacci potrebbe mai esserlo. Il paradosso finale è questo: per proteggere la propria coerenza atlantica, Fratelli d’Italia potrebbe dover fare esattamente ciò che quella coerenza le impedirebbe di fare senza costi.
Non è detto che la telefonata a Palazzo Chigi non arrivi mai. È solo detto che, quando arriverà, qualcuno dovrà spiegare agli alleati europei perché.
