I costi dell’immigrazione clandestina e dell’accoglienza
Nel 2025 in Italia sono nati 355.000 bambini. È il numero più basso dal dopoguerra. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, contro una soglia di sostituzione di 2,1. Non è un rallentamento. È un collasso strutturale, e noi lo trattiamo come una notizia di stagione.
Nello stesso anno lo Stato ha speso, per stime prudenti, tra 4,7 e 8,1 miliardi di euro per la gestione dell’immigrazione irregolare: accoglienza, rimpatri, sanità d’emergenza, contenzioso legale. Alcune stime, se si include l’intera voce immigrazione, salgono fino a 25 miliardi. Questa non è una cifra neutra. È una scelta di allocazione, rinnovata ogni anno senza dibattito.
Ogni euro speso per gestire chi non ha titolo a restare è un euro non speso per chi dovrà nascere e restare per sempre.
Questo dossier mette le due cifre una accanto all’altra e ne trae una tesi verificabile: anche una frazione della spesa per gli irregolari, reindirizzata verso famiglie e neonati, finanzierebbe centinaia di migliaia di nuove nascite. Non è un’opinione. È aritmetica applicata a un bilancio pubblico.
Il contesto demografico
Nel 2025 i nati sono stati 355.000, in calo del 3,9% sul 2024 e del 33% sul 2012. I decessi sono stati 652.000. Il saldo naturale è negativo per 297.000 persone: una città come Bolzano che scompare ogni anno, e nessuno la rimpiazza.
Nati nel 2025: 355.000, minimo storico dal dopoguerra.
Tasso di fecondità: 1,14 figli per donna, minimo storico; soglia di sostituzione 2,1.
Saldo naturale 2025: meno 297.000 persone; proiezione: meno 570.000 l’anno entro il 2059.
Popolazione residente: 58,9 milioni oggi; 55 milioni nel 2050; 45,8 milioni nel 2080.
Forza lavoro 15-64 anni: 63,4% oggi; 55,3% previsto nel 2050.
L’Istat proietta una perdita di 13 milioni di residenti entro il 2080. Il rapporto tra lavoratori e pensionati, oggi 1,6 a 1, scenderà a 1,2 senza correzione di rotta. Un quarto della popolazione ha già più di 65 anni. Nel 2080 sarà più di un terzo. Chi continua a definire questo processo un fenomeno naturale, contro cui nulla si può fare, sta compiendo una scelta politica travestita da rassegnazione.
Gli immigrati regolari residenti in Italia sono 5,56 milioni. Se l’immigrazione compensasse davvero la denatalità, il saldo naturale sarebbe in equilibrio. Non lo è. La compensazione migratoria non è un fatto osservato. È una promessa mai mantenuta, ripetuta per evitare di affrontare la causa reale del crollo: un Paese in cui mettere al mondo un figlio è diventato un atto economicamente sconsigliato.
Il costo della spesa per l’immigrazione irregolare
Le stime disponibili collocano la spesa annua per la gestione degli irregolari tra 4,7 e 8,1 miliardi di euro. La forbice è ampia perché le voci di costo sono disperse tra ministeri, prefetture ed enti locali, e perché una parte della spesa, quella per il lavoro sommerso e il mancato gettito, resta indiretta e stimata per difetto.
Accoglienza (CAS, SAI, MSNA): 2,0-3,0 miliardi €/anno. Fino a 44 €/giorno nel SAI; 60-90 € per i minori non accompagnati.
Sanità d’emergenza: 1,0-2,0 miliardi €/anno. Cure urgenti tramite tessera STP e pronto soccorso.
Contenzioso e gratuito patrocinio:</strong> 0,5-0,8 miliardi €/anno. 507 milioni solo per il patrocinio gratuito.
Rimpatri: 0,03-0,05 miliardi €/anno. 3.000-6.000 € a rimpatrio; punte di 500.000 € per accordi come quello con l’Albania.
CPR e trattenimento: 0,2-0,3 miliardi €/anno. 60-80 € al giorno per persona trattenuta.
Costi indiretti: 1,0-2,0 miliardi €/anno. Sicurezza, ordine pubblico, gettito fiscale mancato.
Il totale prudenziale è 4,7-8,1 miliardi l’anno. Alcune ricostruzioni giornalistiche, sommando l’intera voce immigrazione e non solo la componente irregolare, arrivano a 25 miliardi. Questo dossier lavora sulla stima più conservativa, quella dei soli irregolari, per non prestare il fianco all’obiezione più facile: quella di aver gonfiato i numeri.
Gli irregolari presenti sul territorio sono stimati tra 300.000 e 400.000, circa il 5-7% della popolazione straniera totale. Il saldo fiscale netto di questo segmento è stimato negativo per 4,2-7,6 miliardi l’anno: chi lavora senza contratto versa poco o nulla; chi ha bisogno di cure urgenti le riceve comunque, giustamente, ma a carico della collettività.
Quanto costa un figlio in Italia oggi
Crescere un figlio dalla nascita ai 18 anni costa in media 156.000 euro, con una forbice tra 107.000 e 205.000 a seconda del reddito familiare. Per le famiglie a basso reddito il costo si ferma, si fa per dire, a 143.000 euro. Per il ceto medio-alto supera i 320.000.
Assegno Unico: 175 €/mese per figlio, range 58-227 € secondo ISEE; 2.100 €/anno.
Bonus asilo nido: fino a 3.600 €/anno, per ISEE sotto 25.000 euro.
Costo medio nido pubblico: 6.532 €/anno per bambino, a carico dei Comuni.
Lo Stato italiano spende, per ogni bambino che nasce, meno di quanto spende per gestire chi è entrato senza autorizzazione a restarci.
Non è un giudizio morale sulle persone. È un confronto tra due poste di bilancio, entrambe legittime nella loro origine, entrambe rivedibili nella loro proporzione.
Cosa si potrebbe finanziare, a parità di spesa
Se si prende la stima prudenziale di 8 miliardi l’anno e la si converte in strumenti di sostegno alla natalità già esistenti, l’ordine di grandezza cambia la conversazione. Con 8 miliardi si potrebbero finanziare, alternativamente:
- Assegno Unico pieno (2.100 €/figlio): circa 3,8 milioni di figli.
Copertura integrale del costo di un figlio (8.500 €/anno): circa 940.000 figli. - Asilo nido pubblico gratuito (6.532 €/bambino): circa 1,2 milioni di bambini 0-3 anni
- Bonus nido pieno (3.600 €/famiglia): circa 2,2 milioni di famiglie.
Con l’ipotesi più ampia, 25 miliardi, includendo l’intera voce immigrazione e non solo gli irregolari, le stesse misure coprirebbero fino a 11,9 milioni di figli per l’Assegno Unico o 3,8 milioni di bambini per l’asilo nido gratuito. Questo dossier non fonda la propria tesi su questa cifra massima: resta ancorato agli 8 miliardi, la stima più difendibile.
Tre scenari di policy
Scenario A. Assegno Unico raddoppiato
Portare l’Assegno Unico da 175 a 350 euro al mese per tutti i figli costa circa 8 miliardi aggiuntivi l’anno, l’equivalente esatto del risparmio prudenziale sugli irregolari. Impatto atteso sulla natalità: +10-15%, da 355.000 a 400.000-410.000 nascite l’anno.
Scenario B. Asili nido gratuiti per tutti
Coprire integralmente il costo del nido per 3 milioni di bambini costa circa 19,6 miliardi. Gli 8 miliardi degli irregolari ne finanzierebbero meno della metà; il resto richiederebbe una riallocazione interna più ampia. Impatto atteso: +15-20%, perché agisce sulla barriera che le famiglie italiane citano più spesso, il costo dell’infanzia prescolare, non l’assegno mensile.
Scenario C. Bonus nascita una tantum
Un bonus di 10.000 euro per ogni nuovo nato, sul modello di Singapore, costerebbe 3,55 miliardi l’anno ai livelli attuali: meno della metà del risparmio disponibile. È lo scenario meno costoso e, prevedibilmente, quello con l’impatto atteso più contenuto, +5-10%.
Tre scenari, tre livelli di ambizione, un solo vincolo di bilancio già disponibile. La domanda non è se lo Stato possa permetterseli. La domanda è perché non li abbia già scelti.
Il ritorno economico, non solo demografico
Un miliardo di euro l’anno reindirizzato agli assegni familiari finanzia circa 117.000 percorsi completi di crescita di un figlio, oppure 153.000 posti di asilo nido pubblico. Con 8 miliardi, quasi un milione di figli potrebbero essere sostenuti dalla nascita alla maggiore età.
Un nuovo nato oggi diventa forza lavoro tra vent’anni. Il contributo fiscale medio di un adulto occupato è stimato tra 7.000 e 7.500 euro l’anno. Su un orizzonte di 40-50 anni, un miliardo investito in natalità genera un ritorno fiscale stimabile tra 7 e 8 miliardi. Nessun altro capitolo di spesa pubblica in discussione oggi offre un moltiplicatore paragonabile su un orizzonte così lungo, ed è proprio per questo che il dibattito lo evita: i suoi frutti maturano oltre il ciclo elettorale che dovrebbe finanziarlo.
Le obiezioni più comuni, e perché non bastano
«Gli irregolari lavorano e pagano le tasse.» In parte è vero. Molti lavorano, spesso in nero, ma quel poco che versano non compensa i costi sanitari, giudiziari e di accoglienza a loro carico. Il saldo netto resta negativo per 4,2-7,6 miliardi l’anno. Un saldo positivo, se esistesse, sarebbe la prima cosa citata da chi difende lo status quo. Non lo è.
«I rimpatri costano troppo per essere la soluzione». Vero anche questo: un rimpatrio forzato costa tra 3.000 e 6.000 euro, con punte di 500.000 euro negli accordi più complessi. Ma mantenere una persona in accoglienza per un anno costa tra 16.000 e 33.000 euro. Il confronto non è tra rimpatrio gratuito e rimpatrio costoso. È tra due costi, di cui uno ricorrente ogni anno e l’altro una tantum.
“È disumano legare il bilancio dei bambini a quello dei migranti.” È esattamente il contrario: è disumano che due popolazioni vulnerabili, i migranti irregolari e le famiglie italiane che rinunciano a un figlio, restino invisibili l’una all’altra in un dibattito pubblico che non le mette mai a confronto.
I limiti di questa analisi
Un dossier onesto dichiara anche dove la propria tesi è più fragile, e questo lo è in almeno quattro punti.
Le stime di spesa per gli irregolari variano di un fattore superiore a cinque tra le fonti (da 4,7 a 25 miliardi), segno che la contabilità pubblica italiana non isola questa voce con la precisione necessaria a fondarvi una riforma di bilancio.
La letteratura demografica comparata, dalla Francia agli Stati scandinavi, mostra che i trasferimenti monetari da soli spostano la fecondità in modo modesto, spesso sotto le proiezioni ottimistiche del 10-20% qui riportate, se non accompagnati da politiche del lavoro, casa e conciliazione.
Sul piano giuridico, una parte della spesa per l’accoglienza discende da obblighi internazionali ed europei, in particolare il diritto d’asilo e il principio di non respingimento, non comprimibili per decisione di bilancio interna quanto le altre voci elencate.
Il numero di irregolari, stato tra 300.000-400.000 persone, suona quasi come irrisorio rispetto ai 59 milioni di residenti. Anche azzerando quella spesa, l’effetto sulla natalità nazionale resterebbe parziale: la leva più grande resta la riallocazione di risorse già interne al welfare esistente.
Questi limiti non annullano la tesi. La ridimensionano da soluzione unica a prima mossa possibile, la più immediata perché già finanziata, non l’unica necessaria.
Proposte in esame
Priorità 1. Ridurre la spesa per gli irregolari
Accelerare i rimpatri volontari assistiti, meno onerosi di quelli forzati.
Razionalizzare l’accoglienza, riducendo il ricorso ai CAS a favore di un SAI con criteri più stringenti.
Limitare il gratuito patrocinio per i ricorsi manifestamente infondati, con un risparmio stimato di 300-400 milioni l’anno.
Priorità 2. Reindirizzare il risparmio alle famiglie
Portare l’Assegno Unico a 250-350 euro mensili per tutti i figli.
Rendere gratuito l’asilo nido fino a un ISEE di 40.000 euro.
Introdurre un bonus nascita una tantum tra 5.000 e 10.000 euro.
Priorità 3. Istituire un fondo dedicato e misurabile
Creare un Fondo Natalità alimentato dai risparmi sulla gestione dell’irregolarità, con rendicontazione pubblica annuale.
Valutare l’impatto su natalità e occupazione femminile ogni due anni, con dati Istat indipendenti, e rivedere lo strumento se l’effetto non si materializza.
Conclusione
L’Italia spende, ogni anno, tra 4,7 e 8,1 miliardi di euro per gestire chi non ha titolo a restare sul proprio territorio. Nello stesso anno lascia nascere 355.000 bambini, il numero più basso dal dopoguerra, sostenuti da un assegno che copre una frazione minima del loro costo reale. Non è un destino. È un bilancio, e i bilanci si riscrivono. Reindirizzare anche solo la stima più prudenziale di questa spesa verso l’Assegno Unico, l’asilo nido o un bonus nascita finanzierebbe, secondo lo scenario, tra 940.000 e 3,8 milioni di percorsi familiari. Restano da chiarire l’entità esatta del risparmio disponibile e l’efficacia reale dei trasferimenti monetari sulla fecondità. Nessuna delle due incertezze giustifica il rinvio: entrambe si misurano, non si presumono. Il risparmio sugli irregolari non è la cura dell’inverno demografico italiano. È la prima cifra, già in bilancio, che nessuno ha ancora osato spostare.
Fonti
Istat, proiezioni demografiche 2025-2080 e dati sulle nascite 2025.
Dossier Statistico Immigrazione 2025.
Fondazione Leone Moressa, gettito Irpef della popolazione immigrata 2025.
Ministero dell’Interno, dati su rimpatri, accoglienza e CPR. INPS, Assegno Unico e Universale 2026, bonus asilo nido.
Rassegna stampa: Corriere della Sera, Adnkronos, Sky TG24, L’Espresso, Quotidiano Sanità, agosto-settembre 2026.
Le stime di spesa qui riportate presentano una forbice ampia tra le fonti disponibili e vanno trattate come ordini di grandezza, non come cifre di bilancio certificate
