Netanyahu, Isratine e la lungimiranza di Gheddafi
Giunto al 668° giorno di guerra il Premier Israeliano, Benjamin Netanyahu, ha preso la sola decisione a questo punto possibile: quella di occupare la Striscia di Gaza.
Una decisione storica che fin dall’inizio del conflitto è apparsa la sola idonea, pur tra le mille incertezze che ancora permanevano e tutt’ora permangono sul tappeto, a porre termine, almeno per ora, ad un contenzioso pluridecennale altrimenti incomponibile che, oltretutto Hamas, proprio con l’attacco sferrato il 7 ottobre 2023, sembra aver fatto di tutto per tradurre in una estenuante guerra di logoramento psicologico che per come è stata sin qui condotta e gestita sono ben poco incline a ritenere sia stata concepita, data la complessità del tutto anche e soprattutto sotto il profilo della comunicazione, senza alcun supporto esterno.
Tanto, in primis, per quel sapientemente freddo, ben calcolato e calibrato uso delle più raffinate tecniche di manipolazione della pubblica opinione, nonché per quel suo essere stata idonea a risvegliare prepotentemente in tutto l’Occidente, come mai prima negli ultimi 80 anni, il peggio del peggio dell’antisemitismo di un tempo.
E che fosse la sola possibile soluzione lo ha reso inequivocabilmente evidente e testimoniato a chiare lettere lo stesso Hamas allorché il 24 ottobre 2023, per bocca del suo portavoce Ghazi Hamad, dell’Ufficio Politico di Hamas, nel corso di una trasmissione andata in onda su LBC TV (Libano), ha reso noto che Hamas era pronto a ripetere l’operazione “Alluvione di Al-Aqsa” più e più volte, fino a quando Israele non fosse stato annientato, aggiungendo che i Palestinesi erano disposti a pagare il prezzo essendo “orgogliosi di sacrificare martiri”.
Per somma nella stessa occasione Hamad aveva affermato che i Palestinesi erano le vittime dell’occupazione, e che per questa sola ragione nessuno avrebbe dovuto incolparli per gli eventi del 7 ottobre o per qualsiasi altra cosa, aggiungendo: “Tutto ciò che facciamo è giustificato”, per poi concludere dicendo che “Ghazi Hamad: “Israele è un Paese che non ha posto sulla nostra terra. Dobbiamo eliminare questo Paese, perché costituisce una catastrofe politica, militare e di sicurezza per la nazione araba e islamica e deve essere eliminato. Non ci vergogniamo di dirlo con forza. (…)”: un’affermazione che ha posto inequivocabilmente termine a qualsivoglia azione volta a trovare una soluzione politica e men che mai ad una realizzata con la creazione di due Stati sovrani coesistenti in pace nella medesima regione.
Un rigetto totale ed irrevocabile che l’alto esponente di Hamas ha ulteriormente ribadito con una fermezza tale da costringere, di fatto, il Premier Netanyahu a compiere il decisivo passo or ora annunciato anche per tutelare la comunità ebraica internazionale, e non solo i cittadini israeliani, in quanto ogni ulteriore tentennamento avrebbe giocato a favore di Hamas esponendo oltremodo ogni Ebreo al rischio di vedere la propria stessa esistenza messa in forse dall’antisemita, mentitamente filo-palestinese di turno ovunque nel mondo.
Per comprenderlo basta soffermarsi sulle seguenti parole del summenzionato Ghazi Hamad “L’esistenza di Israele è illogica. L’esistenza di Israele è la causa di tutto quel dolore, sangue e lacrime. È Israele, non noi. Siamo noi le vittime dell’occupazione. Punto. Pertanto, nessuno dovrebbe incolparci per le cose che facciamo. Il 7 ottobre, il 10 ottobre, il 1.000.000 di ottobre – tutto ciò che facciamo è giustificato” e domandarsi chi al posto di Netanyahu, messo alle strette, avrebbe potuto agire diversamente.
Quanto detto è palesemente in contrasto con quanto accaduto di recente alle Nazioni Unite in riferimento alla “Dichiarazione delle Nazioni Unite sulla “Risoluzione pacifica della questione palestinese e l’attuazione della soluzione dei due Stati” (30 luglio 2025), una dichiarazione emersa da una conferenza internazionale di alto livello incentrata sul conflitto israelo-palestinese e sulla soluzione dei due Stati, che ha sottolineato la necessità di un’azione collettiva per porre fine alla guerra a Gaza, garantire il ritiro di Israele e trasferire il controllo all’Autorità Palestinese.
Il documento, che si distingue per l’enfasi posta sulla necessità di una soluzione politica basata sul diritto internazionale e sulla soluzione dei due Stati, considerata l’unica via per raggiungere una pace giusta e duratura, acquisisce particolare rilevanza in quanto tra i vari passi contemplati attribuisce un ruolo centrale all’istituzione di un comitato amministrativo transitorio a Gaza, sotto l’egida dell’Autorità nazionale palestinese che estrometta del tutto Hamas, la cui azione viene condannata senza se e senza ma, fino a chiederne il totale disarmo.
In particolare, la firma del suddetto documento da parte di molti Paesi arabi, a partire da quelli che da tempo si oppongono ad Hamas o considerano il gruppo un nemico politico, acquista un significato particolare.
Per meglio comprendere le ragioni di quanto testé affermato, in primis con riferimento alla ineluttabilità ed improcrastinabilitá della scelta del Governo israeliano, vorrei qui richiamare l’attenzione su alcune pregresse considerazioni quanto alla insostenibilità da parte dei principali attori geopolitici globali e regionali che, come ebbi a sottolineare ai primi di dicembre del 2023, coralmente già all’epoca mal tolleravano la presenza di Hamas a Gaza per ragioni che i più si sono ostinati sino ad oggi a non voler vedere. Ed infatti, come ebbi modo di scrivere il 7 dicembre 2023:
“Non si contano i video che testimoniano tutto quanto sta accadendo alla popolazione civile di Gaza e tutti si stupiscono del perché nessuno faccia nulla.
Il vero problema (…) è che tutto questo, al di là dei fiumi di parole che abbondano nei vari comunicati e negli accorati appelli che quotidianamente affollano il web ed i social, va esattamente nella direzione degli interessi di tutte le Grandi Potenze e della maggior parte dei Paesi arabi dell’area. Alla fine il Likud e Netanyahu saranno cancellati dall’establishment politico del nuovo Stato di Israele.
Il motivo è molto semplice: nessuno vuole più dover affrontare ad ogni piè sospinto l’instabilità che ha caratterizzato il Medio Oriente negli ultimi anni fino ad oggi, un’instabilità derivante dal contenzioso israelo-palestinese aggravatosi ulteriormente a causa della destra sionista alla guida di Israele. Né gli Stati Uniti né la Russia, né la Cina né l’India, né l’Arabia Saudita né gli Emirati Arabi Uniti e nemmeno Teheran, che attualmente non ha più bisogno di Hamas e nemmeno degli Hezbollah per combattere la sua guerra contro gli Stati Uniti visto che ora l’Iran fa parte dei BRICS.
Al tempo stesso tutti i Paesi citati hanno bisogno di buone relazioni con Israele, così come Israele ha bisogno della stessa cosa per trarre il massimo vantaggio dal fatto di essere situato in una posizione strategica, esattamente al centro della principale via di comunicazione tra l’Estremo Oriente e i mercati occidentali, a maggior ragione oggi che la Nuova via della Seta è saltata a causa della guerra russo-ucraina che ha perso un suo ganglio fondamentale, Kiev, appunto. Senza contare le fondamentali risorse energetiche presenti nelle profondità del Mar Mediterraneo orientale (gas) sulle quali non pochi hanno puntato gli occhi.
Non si tratta di essere insensibili o cinici, ma di capire come stanno realmente le cose senza farsi troppe illusioni.
A conti fatti Netanyahu sta solo facendo il lavoro sporco che nessuno poteva fare, e tutti auspicavano che qualcuno facesse, perché alla fine sarà tolto di mezzo per esigenze superiori e con lui l’intero suo establishment divenuto, come lui, impresentabile”.
Ed in questo senso che una ventina di ex alti funzionari della sicurezza israeliana abbiano diffuso recente un video in cui chiedono di porre fine alla guerra a Gaza, sostenendo che Israele ha accumulato più perdite che vittorie e che i combattimenti si sono protratti per ragioni politiche piuttosto che per decisioni militari strategiche, non poco depone a favore di questa lettura dei fatti correnti con un occhio al futuro.
Alla fine, come ebbi a concludere quasi due anni fa, “ciò che conta sono solo gli affari in quanto, come dicevano gli antichi, pragmatici Romani, ‘Pecunia non olet’” e per per la comunità internazionale la sola cosa che ha sempre contato ed ancora conta non sono i civili di Gaza e quelli dimoranti in Israele, bensì gli interessi economici e geostrategici in campo.
E che le cose stessero ed ancora stiano così lo testimonia ampiamente quanto avvenuto recentemente a New York alle Nazioni Unite con riferimento alla “UN Declaration on the “Peaceful Settlement of the Question of Palestine and the Implementation of the Two State Solution” (July 30, 2025): una dichiarazione emersa da una conferenza internazionale di alto livello incentrata sul conflitto israelo-palestinese e sulla soluzione a due Stati, che ha sottolineato la necessità di un’azione collettiva per porre fine alla guerra a Gaza, garantire il ritiro di Israele e trasferire il controllo all’Autorità Palestinese.
Il documento, che come ho avuto modo di esporre in un mio recente articolo intitolato “U.N. New York Declaration 2025 and Hamas… and now?” si è segnalato non poco all’attenzione internazionale per l’enfasi posta sulla necessità –a questo punto più retorica che altro– di una soluzione politica del conflitto basata sul diritto internazionale che conduca alla nascita di due Stati sovrani (soluzione sin qui considerata l’unica via per raggiungere una pace giusta e duratura), nonché per la sottolineatura della particolare rilevanza attribuita all’istituzione a tempo debito a Gaza di un comitato amministrativo transitorio sotto l’egida dell’Autorità nazionale palestinese, acquista una importanza fondamentale nel momento in cui in esso vediamo trovare posto non solo la formale richiesta che da tutto ciò Hamas, la cui azione –ed è questo il dato di maggior rilievo– è stata coralmente condannata, sia estromesso, ma anche quella che ne prevede il totale disarmo.
Tanto per non parlare del fatto che tra i firmatari del suddetto documento figurano molti Paesi arabi a partire da quelli che da tempo si oppongono ad Hamas o considerano il gruppo un nemico politico, come l’Arabia Saudita e gli UAE, per finire con il Qatar, lo storico ambiguo sostenitore di Hamas.
Difficile non considerare questa firma come un surrettizio via libera all’azione promossa attualmente dal Governo israeliano che appare essere in perfetta linea con quanto poc’anzi sottolineato per tutto quello che concerne gli interessi economici messi a rischio dal perdurare dell’azione militare di Hamas, nonché per tutto ciò che si lega al nuovo corso jihadista promosso dal siriano Al Jolani di cui ci occuperemo più approfonditamente in un secondo momento.
Per somma vale qui la pena di evidenziare come l’attuale iniziativa di Benjamin Netanyahu sia per certi versi potenzialmente la sola in linea con quanto prefigurato da Muhammar Gheddafi nel 2003 in un suo poco noto scritto col quale il Rais libico, a suo tempo, sottolineò, con indubbia lungimiranza, l’evidente impraticabilità della soluzione a due Stati che sostituí con quella passata alla storia, ma difficilmente realizzabile in ogni sua parte per ovvie ragioni, con il nome di Isratine, termine ibrido tra Israele e Palestina, proposto per qualificare la natura di un ipotetico Stato unico binazionale, repubblicano, laico e federale che includerebbe sia Israele che i territori palestinesi, quindi Cisgiordania e Gaza, abitato da israeliani e palestinesi sotto un unico governo.
Un Governo strutturato come:
- uno Stato unico chiamato “Repubblica Federale della Terra Santa”, in cui ebrei israeliani e palestinesi convivono con pari diritti;
- dotato di una organizzazione interna in cinque regioni amministrative, con Gerusalemme come città-Stato autonoma;
- in cui sarebbe garantito il ritorno di tutti i rifugiati palestinesi, supervisionato dalle Nazioni Unite;
- governato grazie ad una leadership eletta mediante una libera consultazione elettorale supervisionata dall’ONU alla prima e seconda occasione;
nonché caratterizzato da una
- smilitarizzazione contemplante l’eliminazione di armi di distruzione di massa e forte del
- riconoscimento da parte della Lega Araba.
Indubbiamente una idea originale, a tratti oltremodo ingenua e poco percorribile in più di qualcuno dei punti finali previsti, articolata inizialmente da Saif al-Islam al-Gheddafi durante interventi a livello internazionale (come al Chatham House a Londra), successivamente ripresa da Muhammar Gheddafi, integrata nel suo White Book del 2003 come proposta ufficiale sulla questione israelo-palestinese e successivamente presentata pubblicamente in un editoriale del 21 Gennaio 2009, apparso sul The New York Times con il titolo “The One-State Solution” e nel corso di un celebre discorso all’ONU tenuto nel 2009 parlando all’Assemblea Generale.
Il progetto, accolto con scetticismo da entrambe le parti in quanto in Israele molti hanno giustamente evidenziato l’incompatibilitá di Isratine con la natura sionista dello Stato ebraico, mentre in campo palestinese molti hanno ritenuto che l’unica soluzione praticabile fosse quella dello Stato palestinese indipendente, poiché un unico Stato rischierebbe di marginalizzare il diritto all’autodeterminazione, attualmente pare essere, ovviamente adeguatamente rivisitato, come la sola situazione possibile, nonché la grande occasione per promuovere l’immagine di Israele nel mondo.
Date le premesse la partita geopolitica che sta per iniziare non sarà facile da affrontare per Israele che sarà a breve chiamato a gestire una situazione oltremodo complessa che i riconoscimenti a pioggia, giunti in questi giorni e settimane, da più parti del fantasioso Stato Palestinese rendono ancora più complessa.
