Nicolas Maduro festeggia 63 anni ballando “no crazy war”, mentre la minaccia di un’azione Usa cresce come il rischio che questo potrebbe essere il suo ultimo anno da presidente del Venezuela. Il suo sessantatreesimo compleanno, infatti, si sovrappone al tredicesimo alla guida del Paese. Una coincidenza che, nella lettura di molti osservatori, somiglia a una linea d’ombra: la festa pubblica di un leader che potrebbe trovarsi davanti al suo ultimo compleanno da presidente riconosciuto de facto dentro i confini del Venezuela. Ma Maduro sembra fiducioso, forse grazie alla volontà ribadita da Donald Trump di dialogare.
Tuttavia, la Casa Bianca già domani potrebbe designare il Cartel de los Soles come organizzazione terroristica, aprendo una fase nuova dello scontro con il regime venezuelano. La decisione, maturata mentre Washington valuta anche il lancio di volantini su Caracas contenenti la ricompensa da 50 milioni di dollari per informazioni utili alla cattura di Maduro per aumentare la pressione psicologica sul leader, segna l’ingresso ufficiale del narcotraffico venezuelano nel perimetro del terrorismo internazionale. Un passaggio che mette in tensione il quadro regionale e sovrappone alla crisi economica e politica del Venezuela un rischio di escalation militare nel cuore dei Caraibi.
Entrambe le decisioni rientrano in una campagna più ampia di pressione, che da settembre ha visto il dispiegamento di navi, forze speciali e caccia statunitensi nell’ambito dell’operazione Lancia del Sud. La presenza militare americana, che ha già prodotto una ventina di bombardamenti statunitensi su presunte barche di narcotraffico nella regione, è interpretata dagli alleati del chavismo come un preludio all’azione. Cuba, infatti, parla apertamente di pericolo imminente. Il viceministro degli Esteri, Carlos Fernández de Cossío, ha denunciato “l’obiettivo di rovesciare con la violenza il governo di quella nazione sorella”, definendo gli Stati Uniti “un pericolo di aggressione militare e terroristica”. Per l’Avana, l’offensiva di Washington non è “legalmente o moralmente accettabile” e rappresenta “un colpo contro la nostra America”.
Il quadro si è complicato ulteriormente dopo che l’amministrazione Trump ha lasciato intendere di voler archiviare la guerra in Ucraina e concentrarsi sul fronte venezuelano. A metà novembre il presidente ha dichiarato di aver “in qualche modo deciso” come procedere rispetto al regime di Maduro e secondo alcuni analisti si penserebbe ad una possibile azione militare come quella a Panama nel 1989. In questa lettura, l’inserimento del Cartel de los Soles nella lista terroristica essere la premessa ‘giuridica’ per una più ampia libertà di manovra.
E mentre la crisi internazionale monta, Maduro festeggia. Alla vigilia del suo 63° compleanno, il Presidente è apparso in diretta sulla tv di Stato ballando una canzone popolare che ripete “plis pitz forever, no crazy war” (pace per sempre, no guerre folli). Ha poi partecipato alla première di una serie televisiva che celebra la sua vita, presentata in un teatro del centro di Caracas. Una narrazione autocelebrativa, dunque, che contrasta con la pressione crescente sul suo governo e che alimenta l’immagine di un leader chiuso nel cerchio ristretto del chavismo storico, ma sempre più isolato sul piano internazionale. Gli Stati Uniti e oltre 50 Paesi, infatti, non riconoscono Maduro come presidente legittimo, sostenendo che abbia perso le elezioni del 2024. La sua incriminazione per narcoterrorismo, traffico di droga e corruzione da parte degli Usa risale al 2020 e il raddoppio della taglia sulla sua testa, portata da 25 a 50 milioni, segna la volontà di Washington di colpire il cuore del potere chavista. Ma Maduro ha reagito definendo il Venezuela “indistruttibile da una guerra psicologica” e accusando “il nord” di riproporre “una riscaldata”, narrativa già sentita contro gli Stati Uniti che lo definiscono un dittatore. In questo quadro Maduro pare avere anche degli amici. Per il suo compleanno ha ricevuto gli auguri da Russia, Cina, Cuba, Nicaragua e Bielorussia confermando alleanze internazionali (almeno nelle dichiarazioni ufficiali).
Il Venezuela, però, mantiene lo stato di allerta e continua a svolgere esercitazioni militari “contro le minacce”. La designazione del Cartel de los Soles come gruppo terroristico, infatti, non è un atto simbolico: consente misure interdittive, sanzioni secondarie, operazioni di targeting finanziario e un quadro legale più elastico per eventuali operazioni militari da parte degli Usa. Ma sul piano interno, Maduro appare determinato a mostrarsi forte e celebrativo. Resta da capire se il regime chavista saprà contenere le crepe interne o se la crisi travolgerà il Paese.
