Terrorismo: inseguire o anticipare?
Dalle stragi che hanno segnato la memoria collettiva europea alle nuove forme di radicalizzazione digitale, un’analisi sulle definizioni di terrorismo e sulla necessità di anticipare, non inseguire, le minacce.
Ogni volta che un attentato colpisce una città dalle esplosioni di Madrid agli assalti di Parigi, fino alle azioni simboliche registrate a Sydney la stessa domanda torna a farsi strada quando un atto di violenza diventa “terrorismo”? La risposta non è mai scontata, perché non riguarda soltanto la cronaca o il diritto penale, ma la capacità di uno Stato di stabilire se un episodio rientri nella sfera dell’eccezionale, capace di giustificare misure straordinarie. È in quella linea di confine, sempre mobile, che si gioca la partita tra prevenzione e rincorsa della minaccia.
Eppure, in molte democrazie occidentali, la ridefinizione di questo termine avviene quasi sempre in ritardo, come reazione a eventi traumatici, basti pensare alle stragi di Madrid e Londra, il Bataclan in Francia, i camion-killer in Germania. Solo dopo questi avvenimenti le legislazioni si adeguano, i poteri investigativi si ampliano, le misure di sicurezza si rafforzano. Questo approccio, però, rischia di trasformare la politica antiterrorismo in un esercizio prevalentemente difensivo.
Bisogna rompere il retaggio dell’inseguire le minacce e iniziare ad anticiparle. Oggi il problema non è solo normativo, ma concettuale. Come sottolineato da studi recenti dal rapporto Revisiting Terrorism Definitions in an Age of Hybrid Threats dell’ICCT, al TE-SAT 2024/2025 di Europol, fino alla riflessione proposta dall’Australian Strategic Policy Institute (Think you know terrorism when you see it?) le categorie tradizionali non bastano più. Il paradigma dell’organizzazione gerarchica e dei network jihadisti internazionali lascia spazio a fenomeni più fluidi e sfuggenti: attori solitari, spesso giovanissimi, radicalizzati online, capaci di colpire con mezzi rudimentali e imprevedibili.
Accanto a queste nuove forme, emergono estremismi di matrice ideologica, derive eversive interne, eco-terrorismo, campagne di odio digitale alimentate dalla propaganda transnazionale e amplificate dall’intelligenza artificiale. Un quadro che ho già avuto modo di analizzare in più occasioni su OFCS Report: dalla vulnerabilità delle infrastrutture critiche europee (Infrastrutture sotto attacco: la nuova sfida per la sicurezza UE) ai rischi della radicalizzazione giovanile attraverso chatbot e piattaforme online (Minori e reclutamento online: i pericoli della radicalizzazione digitale).
Ma non si tratta di un semplice dibattito accademico. Decidere cosa è terrorismo equivale a fissare il confine tra criminalità comune e minaccia straordinaria. Oggi incendi dolosi a sfondo ideologico, campagne di vandalismo o atti intimidatori con simbolismi politici pongono delle domande cruciali: sono solo reati minori o manifestazioni di terrorismo? La risposta dipende dal quadro normativo che ciascuno Stato sceglie di darsi.
In assenza di una cornice aggiornata, la risposta rimane ambigua e rischia di indebolire la capacità di reazione delle democrazie.
Il vero nodo è il tempo. Prevedere significa rafforzare la resilienza, mentre rincorrere espone cittadini e istituzioni a un perenne ritardo rispetto alla minaccia. L’Europa, oggi, sembra ferma a un equilibrio fragile: da un lato la necessità di aggiornare le definizioni; dall’altro la cautela di non compromettere diritti fondamentali. Ma la prudenza non deve diventare immobilismo.
La sfida credo sia soprattutto culturale, prima ancora che normativa. Gli studi più autorevoli e l’esperienza sul campo ci ricordano che il terrorismo non è più monolitico, ma può assumere forme diverse, linguaggi e strumenti. Adattare le definizioni diventa dunque parte integrante della difesa delle democrazie. Non una questione di semantica, ma di sicurezza collettiva.
In definitiva, la lotta al terrorismo non può esaurirsi nella sola risposta repressiva. Deve poggiare sulla capacità di prevenire, di leggere i segnali deboli e di comprendere in profondità i fenomeni che alimentano la radicalizzazione. È l’approccio che già il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva indicato come decisivo negli anni più bui della storia repubblicana: non limitarsi a reagire agli attacchi, ma studiare e anticipare le dinamiche di una minaccia che muta costantemente. Un insegnamento che resta attuale oggi più che mai, in un contesto in cui il terrorismo assume forme nuove e imprevedibili.
Fonti citate:
Australian Strategic Policy Institute (ASPI), Think you know terrorism when you see it? A new inquiry says think again, The Strategist, 2025.
https://www.aspistrategist.org.au/think-you-know-terrorism-when-you-see-it-a-new-inquiry-says-think-again
Europol, European Union Terrorism Situation and Trend Report (TE-SAT) 2024/2025.
https://www.europol.europa.eu/activities-services/main-reports/terrorism-situation-and-trend-report-te-sat
OFCS Report, Rocco Tralli, Infrastrutture sotto attacco: la nuova sfida per la sicurezza UE, 2024.
https://mail.ofcs.report/internazionale/infrastrutture-sotto-attacco-la-nuova-sfida-per-la-sicurezza-ue
OFCS Report, Rocco Tralli, Minori e reclutamento online: i pericoli della radicalizzazione digitale, 2025.
https://mail.ofcs.report/internazionale/minori-e-reclutamento-online-i-pericoli-della-radicalizzazione-digitale
ICCT – International Centre for Counter-Terrorism, Revisiting Terrorism Definitions in an Age of Hybrid Threats, 2023.
https://icct.nl/publication/revisiting-terrorism-definitions-in-an-age-of-hybrid-threats
